CARLO BELGIOJOSO.
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IL CONTE DI VIRTU'.
STORIA ITALIANA DEL SECOLO 14ESIMO.
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Parte 3.
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1876. Francesco Vallardi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni e Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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CAPITOLO DUODECIMO.
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84.
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Con vezzo rettorico, antico osiam dire come la civilt, il consorzio umano viene paragonato ad un corpo vivo, le cui membra ricevono legge da una forza interna, ed obediscono ad un'unica volont.  noto l'apologo di Menenio Agrippa. Quando la plebe di Roma, ammutinata sulle rive dell'Aniene, ud dal suo tribuno le fatali conseguenze della rivolta tra le membra operose e lo stomaco infingardo, dimise le vane pretensioni, e si rassegn agli ultimi scanni della republica.
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Il meccanismo fisiologico ci fornisce una chiara imagine del vivere sociale; anzi, pi che imagine, ne  quasi embrione. Nelle deserte lande che fiancheggiano l'Orenoco v'hanno dei selvaggi, liberi da ogni patto, i quali, appena divezzati dalla madre, errano soli, immemori della famiglia, scarichi d'ogni dovere, stupidi e quasi atei. Costoro, fatta ragione ad ogni istinto, traggono la vita come i bruti, finch sull'ultima ora abbandonano, a chi passa, l'arco e le frecce, e legano le ossa alle fiere. Ma tali tipi di monarchie individuali, in cui l'istinto pu dirsi il sovrano, il braccio l'esercito, e il resto del corpo le minori gerarchie, vanno scemando in ragione della crescente civilt, la quale o li trascina a s, o li costringe a collegarsi in bande, come i lupi nelle steppe del nord, per difendere il privilegiato individualismo. Da ci nasce l'aggregamento degli individui in famiglie ed in trib, anche presso coloro cui non era gi prima' consigliato da mitezza di sangue e da istintiva sagacia.
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Nelle trib si trovano pi nettamente delineati i contorni di una societ. La verga del comando vuol essere conferita al pi forte, od al pi saggio. Vi potr essere in ci errore di scelta, non disparit d'intenzioni. Il vile o l'inetto non sar mai il favorito. Per volere dei pi quel comando pu essere tolto all'uno, e reso ad un altro, oppure conservato nell'istesso individuo, e perfino legato a' suoi discendenti. Il capo della trib impera; ma altri saggi gli stanno allato, e lo giovano di consigli e d'opera. La giovent apparecchia le armi, s'addestra nell'usarle, s'ordina in ischiere; veglia o pugna alla comune difesa.
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Le primitive abitazioni dell'uomo sono gli antri, disputati alle belve. Poscia si costruiscono capanne fuor terra; pi tardi i tugurj sparsi e maldifesi vengono abbandonati, e i singoli abitatori che si sono stretta la mano combattendo a fianchi, convengono nella plaga pi sicura e pi feconda, ed ivi edificano i proprii casolari. Ecco un altro sacrificio d'individuale libert, di abitudini e di simpatie, compensato largamente dalla maggior sicurezza, dalla scambievole protezione, dalla speranza di crescente prosperit. Il tugurio dell'uno s'appoggia su quello dell'altro; si accomunano le pareti; si disegnano le publiche strade. Tutti hanno il rispettivo abituro; mentre la siepe, che cinge il gruppo di capanne,  comune a tutti; per tutti sono le vie, il rigagnolo, la reggia, il tempio. All'emergere di dissensi o contese fra i soggetti, il capo della trib chiama a consulta i saggi, e decide; chi soccumbe cerca invano di resuscitare la questione. Le sentenze del capo diventano leggi; le consuetudini ingrossano il codice, la tradizione supplisce alla storia.
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Se la trib  minacciata da un'invasione di nemici, tutti corrono alle armi, escono fuor del ricinto a difendere la giovine patria; e, dove il nemico  rotto, viene trascinata una pietra a ricordo della vittoria.
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Ecco pertanto una societ civile costituita su basi quanto semplici altretanto solide e complete. Qui v'hanno governanti e governati, leggi, milizia, equilibrio di poteri e di forze; qui sta la genesi di una nazione che pone le basi alla sua storia, e gi l'illustra co' suoi rozzi monumenti. Nella agricultura essa fonda la sua economia, nella possidenza territoriale sta il fondamento del suo potere.
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Non  difficile che in quella nascente societ vi sieno degli uomini che arrestano fra tali confini i loro desiderj, e che, paghi di un modesto benessere, vogliano eternare quella mediocrit, che  aurea per le republiche come per gl'individui. Ma un impulso pi gagliardo spinger gli inerti a ricercare nelle terre finitime stirpi consanguinee od affini, con cui accomunare la civilt e le forze.
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Non parliamo delle conquiste, perch il vincitore tratter i vinti come uomini senza dei o imiter il popolo ebreo, che allo straniero assetato non additava il fonte. Non parliamo delle alleanze fondate sugli interessi, perch saranno mutabili come la base su cui s'appoggiano. Ben pi saggia guida  la natura: questa insegner ai popoli come si debbano riconoscere, e riunire in una sola nazione. Cesser il vincolo fraterno dove la natura avr posto i suoi confini; n il moverli potr mai essere lavoro d'uomini o di secoli.
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Abbiamo divagato in queste lontane speculazioni per annicchiarci un po' in alto, ed acquistare il diritto di movere una dimanda. Pu un popolo, chiediam noi, rifare il cammino retrogrado sulla via della civilt, e correre direttamente e per gradi alla primitiva barbarie?
Invero, dopo la caduta di Roma cagionata dal malgoverno de' suoi imperatori, ma pi efficacemente affrettata dall'ignavia del popolo, la nostra penisola offre il tristo spettacolo di una nazione che si affatica in questo indecoroso regresso.
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Poich la porpora imperiale divenne la posta di un gioco azzardoso, l'eletto ad ornarsene era colui, che meglio sapeva trafficare il baratto. - Allora la fortuna non fu pi cieca; divent malefica. Lo scettro non pass da questa a quella mano; ma cadde di pugno all'uno, perch l'altro lo raccogliesse: e questi, senza punto tentare di purgarlo dall'onta delle replicate cadute, non potendo avvantaggiarsi del despotismo, di cui era un simbolo vuoto, s'accontentava della vanit d'essere salutato col nome di imperatore da centoventi millioni di soggetti. Vanit e non gloria; perocch il nome di cittadino s'attribuiva soltanto alla parte dei sudditi che soggiornava in Roma, ed i diritti civili spettavano esclusivamente alla casta senatoriale e patrizia. Il resto era un'immensa colluvie di servi; tra i quali emergevano soltanto alcuni favoriti, tolti dalla plebe, e pi tracotanti dei nobili; dappoich la inerte mollezza di questi accordava loro l'uso delle armi, il comando delle milizie e perfino la sostituzione nelle magistrature.
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Per tal modo l'impero, logoro nell'interna sua costituzione per l'impotenza e la precariet dei tiranni, non che per le soverchianti ambizioni dei clienti e dei legionarii, stremo di forze per le continue ribellioni delle province lontane, contro cui si movevano scarse e spesso infide milizie, screditato nel suo culto pel trionfo dell'evangelio, trionfo splendido ed incontrastato perch nemico d'ogni schiavit, consumava due secoli in una ignominiosa decrepitezza.
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E i soggetti, imbaldanziti dalla provata impotenza dei tiranni, nuovi all'arte della guerra ma strenui di corpo, gelosi della loro medesima barbarie, che li separava dalla inferma grandezza dei dominatori, ben lungi dal lasciarsi corrompere dalle molli costumanze di Roma, moltiplicavano le sedizioni e le rivolte; finch, vestiti delle assise imperiali ed aggregati alle legioni romane, drizzarono contro gli imperatori quelle armi che avevano impugnato per loro difesa.
Cos lo spirito civilizzatore della citt eterna si spense sotto la pressura corrotta de' suoi stessi allori. L'aquila del Campidoglio non fece pi ritorno al suo nido; e sulle torri romane sventol lo stendardo straniero di Odoacre (Anno 476.)
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In quest'epoca i popoli d'Europa, scossi da una febre comune, o istrutti dall'esempio dell'audacia fortunata dei loro dominatori, traboccarono armati dai proprii confini per cercare fortuna su terra straniera. L'Italia fu pi spesso e pi crudelmente desolata da queste invasioni. Attraversando con rapido esame la storia dei cinque secoli, che seguirono la caduta dell'impero di Occidente, ci si presenta una ripetuta sovraposizione di leggi, di esazioni, di violenze comandate dagli stranieri.
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Qualche larva di libert, qualche ricordo dell'antica grandezza giungiamo a scoprire a quando a quando nell'ingrata esplorazione di quelle pagine; ma tali avanzi, simili ai fossili di un terreno perturbato da naturali convulsioni, accennano ad una vita spenta da secoli, di cui non v'ha, e non vi pu esser riscontro nelle condizioni successive. Dietro tale esame, solo ci  dato di numerare gli strati di materie distruggitrici che ricopersero il bel paese, desolarono le sue fertili campagne, uccisero la civilt dei suoi abitatori.
In questa universale emigrazione vediamo i Franchi occupare la Gallia, i Visigoti la Spagna, i Sassoni ed i Normanni l'Inghilterra. Ogni paese ebbe il suo invasore: l'Italia li prov tutti.
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Rovesciato l'argine dalla prima onda, era facile alle successive l'irrumpere nell'indifeso piano, occuparlo, e scacciarne i primi arrivati. Il condottiero delle orde incomposte quivi pigliava nome di capitano o di re. Sulle fumanti ruine delle citt banchettava e mesceva nei cranii dei vinti. Quanto apparteneva al popolo soggiogato tornava nella legge primitiva, che d il diritto ad ogni uomo di ritenere per se ci che  di nessuno. L'avventuriero che forzava l'ingresso in una citt, la faceva cosa propria: suoi erano quindi i diritti, gli averi, le vite dei cittadini. Ma a favor suo e de' suoi egli intanto cangiava la preda di guerra in diritto patrimoniale, e voleva essere italiano pel fatto d'aver contribuito a disfare l'Italia.
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All'imperversare di tanto flagello, la nazione scomparve. Il silenzio forzato dei vinti gener la codarda rassegnazione; questa, la smarrita coscienza de' proprj diritti. Assai bene s. Ambrogio, scrivendo intorno al 400, qualific i municipii italici col nome di cadaveri di citt; e invero, dopo tanti secoli di glorie, dopo s numerose prove di nazionale orgoglio, una toleranza sempre rassegnata era infallibile sintomo di morte.
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Il trono d'Odoacre, puntellato da milizie miste d'Eruli, di Turcilingi e di Rugi, fu presto travolto dall'ostrogoto Teodorico. Ma la gente di costui, rammollita da una mezza civilt, contrasse presto l'impotenza delle orde fortunate. Addormentatasi nelle delizie di un clima dolce e di un'agiatezza non mai provata, (sotto il regno del pessimo Teodato) forn a Belisario, generale degli imperatori d'Oriente, l'occasione ed i mezzi alla rivincita (anno 536).
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Agli otto monarchi goti successe la dominazione dei Longobardi, rappresentata da ventun re. Pi barbari ma pi belligeri dei Goti, condussero le loro armi colla fortuna, che facilmente sorride agli audaci. Solo, per mancanza di istituzioni civili, non seppero estendere il loro impero su tutta Italia, n conservare a lungo le provincie soggiogate. Infatti, un ministro dell'imperatore d'Oriente governava l'esarcato di Ravenna; il patriarca d'Occidente teneva Roma, e nel mezzod della penisola le citt greche si reggevano a popolo.
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Al governo civile di Roma presiedeva un magistrato spedito da Costantinopoli, ove s'erano rifugiati gli avanzi della grandezza imperiale. Ma il maltalento di quei proconsoli e l'impotenza di un governo staccato dal suo centro d'azione, impegnavano il popolo romano a rivolgere gli sguardi e le speranze al vescovo che ei medesimo eleggeva, e che riuniva in s l'autorit di patriarca d'Occidente e di capo della Chiesa latina. Allora il pontefice fu veramente il padre del suo popolo: allora si brandirono le armi spirituali per maledire lo straniero che desolava la nostra patria. Giunta infatti al trono di Costantinopoli una famiglia d'eretici iconoclasti, il vescovo di Roma, che allora assunse il titolo di papa, prosciolse dal giuramento i sudditi italiani, e restaur l'antica libert. La risurta republica, per lui, salut di nuovo il suo senato, i suoi consoli.
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Se non che, l'autorit tutta morale del pontefice non bastava a far paga l'ambizione dei successori. Fu per opera di costoro, che s'inizi a danno d'Italia quella fatale politica delle avvicendate predilezioni per lo straniero, che fu la prima e la pi esiziale cagione delle sventure nostre dal medio evo in poi. Tentavano i Longobardi d'impossessarsi dell'Esarcato di Ravenna, e il vescovo di Roma chiamava i Franchi a combattere quegli invasori, che Stefano Terzo, scrivendo a Carlo Magno, chiam razza perfida e fetentissima. Carlo Magno sceso in Italia, sconfitti i Longobardi, ripet l'oltraggio dei precedenti invasori; ma meno barbaro di quelli, restaur a proprio profitto l'impero, e ricevette da Leone Terzo la corona e il titolo d'Imperatore d'Occidente. (Anno 800)
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La dinastia di Carlo Magno regn meno di un secolo sull'Italia, ed estinguendosi lasci la penisola in bala ai due pretendenti, Guido di Spoleti e Berengario, nepoti agli imperanti Pipino e Lodovico il pio (888); i quali si contesero lo scettro italico, e finirono per ispezzarlo, tenendone ciascuno un troncone. A comporre definitivamente la contesa dei due emuli, scese in Italia Ottone I. di Sassonia, e co' suoi feroci Alemanni batt ad uno ad uno i rivali, e ridusse il paese disputato sotto il suo scettro, pigliando la corona dei re d'Italia (anno 962).
In questo e nel successivo secolo la sventura nostra tocc quell'estremo, davanti al quale diventa impossibile un peggioramento. Alla mancanza di un governo stabile, alla successione rapida e violenta di prncipi di ignota origine e di troppo nota crudelt, al rovescio d'ogni legge patria, alle continue scene di sangue provocate da un armeggiare senza tregua, rimaneva muta, o sembrava esserla, la voce dei popoli s pronta e sagace, nei periodi di libert, a sindacare i fatti di chi li governa. Il Cristianesimo aveva abolito la servit personale; ma l'intera nazione, esautorata de' suoi diritti, non era pi che una turba d'iloti. Coi terreni erano divenuti roba di rubello gli uomini che li coltivavano; quindi scarsi, e a poco a poco nulli i frutti dei campi; perocch la troppo vantata feracit dei suolo italiano non risponde a braccia neghittose per fame o indolentite dai ceppi.
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S'arroge, che i vincitori, per sdebitarsi verso i fidi condottieri che avevano guidato a buon esito le imprese, solevano premiarli dividendo fra loro le terre e le persone dei vinti. Tolto ogni patrocinio della legge pel popolo debellato, questo non poteva trovar scampo nemmeno fra le intime e definite angustie de' suoi oblighi servili; poich il vincitore non riconosceva limite a' suoi diritti. Nel lungo ordine di anni, che accompagn questa totale ruina, le citt italiane (e Roma, anzi tutto, gi ricca di qualche millione d'abitanti) s'andavano spopolando. Ogni commercio era morto; ogni cultura sbandita; poche e disconosciute le reliquie di una gloriosa civilt di dieci secoli.
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Ma coi mali estremi si ridest negli Italiani l'istintivo amore alla vita, naturale cos nei popoli, come nell'individuo. Il gigante giaceva a terra sanguinoso, stremo di forze, immobile; ma il suo cuore s'allargava ancora a qualche battito intermittente. Fu da quel resto di vitalit che si accese la favilla dell'amore d'indipendenza, s caldeggiata dopo il mille, s validamente protetta dalla costituzione dei comuni.
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Per quanto i conquistatori, e gli avventurieri che facevano causa comune con essi, operassero a tutto potere, onde cancellare ogni traccia di libert sulla terra dei vinti, spegnendo le istituzioni e oltraggiando i monumenti, pure, per la completa ignoranza della lingua e dei costumi italiani, non giungevano essi a rendersi in tutto e sempre e prontamente intesi. Per la qual cosa, si dovette conservare fra padroni e servi una magistratura che si facesse interprete del comando degli uni, e garante della docilit degli altri. Questo potere intermedio, strana saldatura di due sostanze eterogenee che si avvicinarono senza confondersi mai, ebbe da principio il solo officio di ripartire i balzelli, pi tardi vegli alla tutela personale dei cittadini, finch, simulando sollecitudine per gli interessi dei dominatori, pot favorire i proprj.
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In quel tempo non erano infrequenti le subinvasioni d'altre genti nemiche. Alani, Vandali, Svevi, Borgognoni prima e poi, con varia vicenda, furibondi per fame o per avidit di sangue, si spingevano, s'incalzavano, si mescevano su questa infelicissima terra. V'erano oltracci delle masnade perdute le quali, o calate dai monti o spergiurato il vessillo del capo avventuriero, invadevano le terre e le citt, mettendo per conto proprio ogni cosa a ruba ed a sacco.
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La Venezia era stata pi volte desolata dagli Ungari; le coste d'Italia subivano frequenti invasioni dai Saraceni d'Africa. Il popolo, sgomentato dalle continue minacce, accorreva alla curia cittadina ad implorare armi e difese. I magistrati popolari porgevano ai capitani stranieri, questi ai loro signori, la preghiera dei cittadini. Per tal modo, dopo ripetute istanze e nell'interesse medesimo dei dominatori, si ottenne l'assenso di riedificare le mura delle citt, abbattute nelle precedenti invasioni.
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Fu allora che ogni citt, e sull'esempio di quelle ogni grosso borgo, pose mano a restaurare le proprie bastite, ed a munirle di torri e di castella. Allora le braccia dei cittadini ripigliarono le aste e le targhe. Nei cuori rinacque la speranza di miglior avvenire; e colla speranza s'avvi in essi il primo battito di amor patrio. Coloro, che avevano abbandonata la terra natale, e s'erano dispersi nei campi per essere risparmiati dagli invasori, ora che le citt possedevano mura ed armi, rimpatriavano. Al ritorno di costoro, i duchi, i conti ed i prelati che tenevano in feudo le citt e vi esercitavano diritti sovrani, mal tolerando il contatto con una plebe armata, che sottovoce balbettava parole di libert, volontariamente si condannarono all'ostracismo: e ritiratisi nelle rocche, si piegarono a vedere ristretta la superficie del loro dominio, per la speranza di conservarne integra l'essenza.
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Per, siccome il moltiplicarsi delle armi e degli armati rendeva malsicuro il loro asilo e scarso il satellizio che li circondava, cos si videro costretti ad armare gli agricultori gi servi della gleba. Doppio fu il vantaggio di ci: dall'un canto nelle citt, tolta l'oppressione dei nobili, si svilupparono rapidamente le istituzioni civiche; dall'altro la classe campagnuola, addestrata alle armi, si rilev anch'essa dalla sua servile abjezione; e, nella difesa del proprio signore, apprese a difendere s stessa, il suo focolare, i suoi diritti. Tanto  ci vero, che dopo l'istituzione dei coloni militanti prosper l'agricultura, e si moltiplicarono le braccia ad ogni genere d'industria.
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Luminosi effetti di questo generale armamento si raccolsero nella lunga querela tra Roma e l'impero a proposito delle investiture; querela, che cost all'Italia sessant'anni di guerra civile, ma che mostr quanto gi fossero gagliarde e poderose le forze popolari. Imperocch delle due parti una pugnava per la libert; l'altra, fosse poi legata al papa o all'imperatore, non traeva le armi servilmente, ma faceva sua la causa d'altri, e pugnava per esso come un alleato.
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Il milanese Eriberto aggiunse alle schiere combattenti il carroccio, su cui accoppi il vessillo della redenzione e la bandiera del comune, affinch le milizie raccolte intorno alla doppia insegna della libert e infervorate dal sentimento che fa di Dio e della patria una sola religione, operassero prodigi di valore. Allora l'arte della guerra non fu pi professata da orde incomposte, ma da piccoli eserciti aventi un capo, un centro, una bandiera. Le spedizioni militari non erano inconsulte: le credenze e i seniori, radunati dai consoli a suon di campana, discutevano e deliberavano: il braccio obediva alla mente.
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Questi pochi fatti risolvono la questione che ci siamo proposta. La vita d'un popolo corre la vicenda delle stagioni; pu un nembo del cielo disertare ed isterilire un campo, ma non far mai retrogradare i raggi del sole, n posporr i fiori alle frutta. Le nazioni hanno un'epoca in cui gettano il seme, un'altra in cui mietono. Viene anche per esse il pigro inverno, triste ed infeconda stagione in cui si vive di ci che si  raccolto: Roma attravers queste vicende: con Numa, coi due Bruti e con Augusto segn i confini della sua triplice et. Ma Roma era altra cosa che l'Italia. La caduta dell'Impero simigliava al decesso di un avo glorioso e decrepito, cui tien dietro una turba di nepoti che ne ereditano le memorie e le sciagure. Poco fruttarono ai posteri le prime; nell'ultime, invece, si ritemprarono le languide virt, s'accesero i nobili sentimenti, si maturarono le opere generose.  la pi provida delle leggi eterne quella che volge la stessa sventura a profitto dell'umanit. Senza Attila non avremmo la potente Venezia; senza le irruzioni dei Saraceni non sarebbe surta l'invitta republica di Pisa; e non avremmo la lega lombarda e la vittoria di Legnano se non avesse esistito il Barbarossa. Fatti cotesti che non vogliono essere considerati soltanto come rimedii ai mali estremi, n come glorie spente, simili a quelle che ingemmano gli annali di Roma. Essi costituiscono la parte pi efficace e pi feconda d'ammaestramento della storia moderna: in essi si fond la genesi del nuovo diritto, e si consacr quell'alto concetto della dignit dei popoli, che per una lunga strada di secoli e di dolori condusse la patria nostra ad essere quella che : una grande nazione.
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Dobbiamo dire dunque che nei molti secoli intermedii lo spirito d'indipendenza non era estinto del tutto, ma che ardeva sotterra come le faci dei primi cristiani, aspettando il momento di celebrare i suoi riti alla faccia del sole. Quella meta fu avvicinata, ma non raggiunta dal governo dei comuni. Ognuno di essi aveva in s tutti gli elementi, che ponno rendere completa ed invidiabile la libert di un popolo, ma il fascio popolare non era ancora raccolto da quel legame, che lo rende unico e perci invitto. Erano nondimeno pi patriotiche le sommesse aspirazioni di un cittadino di quei giorni, che non le classiche apologie dei poeti del secolo d'oro. L'ultimo e meno glorioso municipio italiano era meglio esperto della libert, che non Roma quando vantavasi d'essere: mari oceano, aut amnibus longinquis septum imperium.
Nel 1042 un patrizio di Milano uccise un plebeo e si dispose ad ottenere venia del sangue versato, pagando una misera ammenda, giusta il prescritto dalle tariffe feudali.
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La plebe, indignata del fatto e stanca d'essere merce di s vil prezzo, si sollev contro i feudatarii e, guidata da Lanzone, corse armata ad abbattere i ripari feudali. Nell'attrito delle armi, il giusto sdegno pur troppo trasmod in truce vendetta. I nobili, capitanati dall'arcivescovo Ariberto, resistettero alla furia popolare; due anni dur la lotta cittadina; ma infine la libert ne esc vittoriosa. I feudatarii ed Ariberto furono espulsi dalla citt; i beneficiati vennero costretti a render conto dei beni posseduti per simonia, e ad abbandonare le loro donne, considerate quali concubine. Il fatto di Milano trov imitatori nelle ville e nelle citt vicine. L'Ildebrando favor dalla sedia pontificia il movimento popolare.
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Anche la contessa Matilde di stirpe straniera, erede delle immense ricchezze dei Longobardi in Toscana, osteggi quanto pot la baldanza feudale. Valga questo buon intendimento a scemare la colpa delle sue improvide larghezze al Vescovo di Roma. Le terre di colei furono l'asilo dei vassalli proscritti; i patti che ella dettava potevano essere accolti da cittadini, e questi, rinvigoriti al travaglio dalla restaurata dignit, porsero in breve tempo luminosi risultamenti del lavoro commesso a libere braccia. Per opera loro si diede il crollo al servaggio feudale: e fu da quel tempo che gli schiavi della gleba si diffusero sulle terre finitime cambiati in coloni. La prima onda di questa corrente si mosse dalla nostra patria poco dopo il mille.
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Abbiamo aperto e consultato un volume di storia, scorrendone il sommario rapidissimamente. Ora ne torna acconcio il proseguire quest'esame; almeno per ci che riguarda la storia milanese; fino all'epoca cui mettono capo le prime fila del racconto; che andiamo svolgendo. L'arrestarci potrebbe indurre taluno a credere che ogni aspirazione ed ogni gloria nostra siano esclusivamente legate a quest'epoca storica.
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Chi  giovane e vigoroso non cura gran fatto i proprj giorni; ei crede che la vita abbia il suo interesse a stringersi con lui. Ma chi discende il declivio degli anni, se trovasi sospinto in qualche pericolo, consulta, non senza angoscia, le proprie forze; il che vuol dire che non ha piena fiducia in esse, e che troppo stima l'oggetto ch'ei rischia di perdere. Cos un popolo. Ne' suoi primi anni ama la libert pi assai che la vita; fatto maturo, preferisce la gloria alla vita ed alla libert; volto a vecchiezza, vuol vivere ad ogni patto, quasi gli bastasse di conservare le forme esterne del suo edificio civile. Spettano ai popoli nati o risurti di fresco quegli slanci inconsulti, che suscitano od affrettano le grandi imprese. Una nazione, da lunga mano civile, riordina, di rado edifica.
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La republica milanese nel secolo 12esimo godeva entro angusti confini tutta la vigoria della sua giovent, la massima libert civile e politica. Il popolo, per mezzo di una numerosa assemblea, faceva le leggi. Sull'esempio di Roma, di Ravenna e di Ferrara, che fino dal secolo decimo avevano eletti dei consoli, tolse anch'essa dalle diverse classi dei cittadini un vario numero di magistrati, che, esercitando il potere esecutivo in luogo degli officiali regii, completarono la sovranit popolare.
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Nel consesso legislativo, i conti ed i baroni erano rappresentati dai capitani; la minore nobilt dai valvassori; la plebe trafficante ed industriale dalle credenze. I consigli consolari, composti talvolta perfino di 18 o 20 individui, costituivano il governo della republica.
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Ma come l'aumentarne il numero non bast sempre a mantenere l'equilibrio fra le caste a cui appartenevano, i patrizii pensarono di crescerne l'importanza preponendo ad essi un Podest, che in certe occasioni investivano di un potere dittatoriale. Allora la plebe, dal canto suo divenuta pi gelosa dei proprii diritti, vi contrapose un tribuno, chiamandolo capitano del popolo. I podest erano sempre chiamati da qualche republica amica; in pi d'un caso si elessero due, tre, e perfino cinque magistrati con questo nome.
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Bench tali fatti accennino una gara penosa e tutt'altro che fratellevole, pure in realt essi giovarono per qualche tempo ad equilibrare le varie forze, facendole concorrere tutte ad un solo scopo. Gi la republica, in via di fatto, esercitava i diritti sovrani d'imporre i tributi, di far la guerra e di concludere la pace. All'imperatore non era riservato che il diritto eminente di riscuotere una tassa, e di porre il proprio nome sull'esergo delle monete, gi fregiate della croce milanese.
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Ma il palladio della libert era il popolo armato. Ogni comune aveva a propria difesa quanti cittadini erano atti a reggere un ferro. Nei momenti di pericolo, tutti gli uomini convenivano sotto la bandiera del comune; e quando le operazioni militari richiedevano lungo tempo e lungo lavoro, una parte o l'altra dei cittadini (e questa dicevasi quartiere) andava al campo.
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In questo turno, anche i vescovi si videro costretti a rimettere al popolo, od a' suoi rappresentanti, quella porzione di diritti sovrani che nel traffico feudale si erano usurpati. Anzi, l'autorit vescovile discese a tanto che l'arcivescovo di Milano dovette in pi d'un casa implorare dal consiglio consolare la conferma dei decreti emessi dai sinodi. E ci ne insegna che, altre volte e in un secolo nel quale la riverenza alle persone che rappresentavano la chiesa era giovata dal fanatismo, non s'ebbe scrupolo di invadere, quando la publica salute lo dimand, i diritti temporali del clero, casualmente associati alla sua spirituale autorit.
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Fu in ossequio a tale principio, che Arnaldo da Brescia, nel bel mezzo di Roma, lev la voce contro l'avidit del clero; e suggell la coraggiosa asserzione col martirio. Quasi contemporaneamente, un povero prete milanese, chiamato Liprando, s'oppose all'elezione dell'arcivescovo Grossolano, chiamandolo simoniaco; ed invitato a provare la sua asserzione coll'esperimento del fuoco, esc illeso dal rogo, davanti ad un sinodo convocato a fare testimonianza del giudizio di Dio.
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Ogni successione d'imperatore metteva in pericolo l'ancora malferma libert. Sotto l'impero di Enrico Terzo e di Corrado suo figlio, amendue occupati dalla guerra per le investiture, i milanesi avevano guadagnata e prosperata la loro indipendenza. Ma Arrigo V, fratello di Corrado, senza porre tempo di mezzo, scendeva in Italia (1110) col proposito di rivendicare i diritti della corona imperiale, e di ridurre le citt italiane all'antica obedienza, o per dir meglio all'obliata servit. L'imperatore dichiar ribelli tutte quelle terre, che avevano scosso il giogo straniero; e come tale castig Novara, mettendola a sacco e distruggendola col fuoco.
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Sgomentite le citt sorelle, spedirono al campo dell'imperatore i loro rappresentanti, affinch colle preghiere, colle promesse e coi donativi, cercassero di rabbonire l'indignato monarca: Nobilis urbs sola Mediolanum populosa non servivit ei nummum, scrive Frate Donizone nella sua cronaca13; anzi, tratt il superbo principe come fosse nemico, e peggio; perocch ad un potente riesce assai pi oltraggiosa la noncuranza, che la stessa ribellione. E come se tutto ci fosse ancor poco, sotto gli occhi dello stesso imperatore reduce da Roma, il Comune di Milano pun colle armi la pi fedele delle citt imperiali, provocando Lodi ad una guerra, che fin colla totale sua distruzione.
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Gli storici non sanno trovare la ragione di questa discordia, e nemmanco la natura dei fatti che la provocarono. In tanto vuoto di congetture, non ci sembra temerario l'asserire che Milano non avesse in ci altra mira che quella di esprimere all'imperatore, nel modo il pi efficace, il sentimento della propria indipendenza; e che l'oltraggio fatto a Lodi fosse il castigo inflitto ad una citt, che si era troppo facilmente rassegnata alla tutela straniera.
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Le stesse prepotenze, per una identica ragione, e sempre colla vittoria della maggiore republica, furono operate a danno di Como, di Cremona e di Pavia. La nostra citt imitava Roma, il cui ingrandimento fu l'opera delle armi guidate da una virt selvaggia, che nelle intemperanti aspirazioni della gloria municipale, non riconosce legame di natura e d'interessi all'infuori delle proprie mura.
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Ma ci che i cronisti contemporanei non seppero giustificare, fu chiaramente spiegato dai fatti posteriori. Le violenze di citt contro citt erano il sinistro preludio di quelle due leghe formidabili, che dovevano scuotere l'Italia non solo, ma tutta Europa, e che sul campo di Winsberg (1140) armarono e posero di fronte i duchi d'Alemagna col nome di Guelfi, e gli imperiali con quello di Ghibellini.
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Questo seme di discordia trovava terreno preparato a' suoi progressi nelle terre italiane, le quali, nella vacillante libert, sentivano esser legge pel debole lo stringersi al forte. Ma i cittadini milanesi avevano imparato a diffidare tanto della protezione imperiale, quanto di quella del Papa. Estranei fin qui ad ogni lega, che minacciasse l'integrit dei loro diritti, afferravano ogni pretesto per combatterle entrambe nei vicini, che ad esse troppo leggermente s'accostavano. Gli sdegni che fervevano tra citt e citt rassodavano intanto la concordia fra gli individui, cui mura o fossa legasse in un solo comune.
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S'accordano i popoli, come gli individui, in ci che tutti vogliono o credono volere il proprio vantaggio. Si discute e si dissente non gi nel fissare quale sia il meglio, ma nello scegliere i mezzi pi acconci a raggiungerlo. Noi meniamo troppo rumore delle discordie dei nostri maggiori. Era condizione dei tempi se ci che adesso esala in un rabbuffo della penna, allora faceva correre il sangue.
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Gli sdegni dei milanesi contro Lodi e Como, fide all'impero, furono esorbitanti: la discordia fu crudelmente protratta oltre 40 anni. La prima delle due citt venne smantellata; all'altra si rec grave oltraggio, atterrandone le bastite e le torri. Durissime leggi pesavano sui vinti; era prescritto, che nessun lodigiano potesse escire dalla propria capanna, dopo il tramonto del sole; ogni vendita, ogni compera, e perfino ogni matrimonio doveva sottoporsi al placito dei consoli milanesi. Le pene ai contravventori erano, come le leggi, fuor misura feroci. Per la qual cosa, due esuli lodigiani si recarono nascostamente alla dieta di Costanza (1153) e prostesi nella polvere invocarono la protezione dell'imperatore Federico. Non ci  lecito determinare fino a qual punto operasse sull'animo di costui la voce pietosa dei supplicanti. Certo , che l'imperatore nel vendicare l'offesa fatta ai lodigiani, assecondava i suoi proprii interessi.
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Lo scettro imperiale era, per antiche ragioni di guerra, il giogo del popolo italiano. Le violenze dei milanesi fornivano il migliore pretesto a richiamarli alla dimenticata soggezione. Il Barbarossa sped a Milano un suo ministro, latore di un decreto sovrano, che ingiungeva ai milanesi di desistere da ogni prepotenza in danno dei lodigiani.
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Ma in qual conto fosse tenuta la protezione straniera anche presso coloro che gemevano in schiavit, lo attesta la mala fortuna dei due intercessori, che l'avevano invocata. Agli oppressi avanz tanto senno da farli accorti, che la tutela altrui era ben pi triste ventura, che la fraterna discordia. Laonde i reduci da Costanza, che forse s'aspettavano dai proprii concittadini gratitudine e onore, s'ebbero in premio dell'inconsulte pratiche un carico di villanie e il bando.
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Peggior sorte tocc poi al legato imperiale. Non appena si mostr ai consoli di Milano, ed esib loro il diploma cesareo, l'ira dei rappresentanti ruppe in parole amare ed in espressa dichiarazione di inobedienza. Gli ordini sovrani furono respinti, il rescritto imperiale fu lacerato e messo sotto i piedi; e l'ambasciatore ebbe a grave stento salva la vita.
Da ci nacquero le due calate del Barbarossa in Italia, e la susseguente dieta di Roncaglia (1154); nella quale un numeroso stuolo di feudatarj e di vescovi oltraggiati ed impoveriti dalla cresciuta potenza popolare, indussero l'imperatore a pigliar l'armi per soffocare la libert e repristinare l'antico ordine di cose.
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La prima a sentire gli effetti di questa alleanza fu Tortona, presa d'assedio e distrutta. Era spettacolo straziante il vedere quei cittadini lottar dalle mura contro le armi nemiche, esinaniti dal pi terribile degli strazii, la sete. Ma a riscontro di tante scene desolanti, la storia ci narra come i tortonesi, dopo l'eccidio della loro patria, trovarono la pi cortese ospitalit in Milano, e come pi tardi, ajutati dal braccio e dal denaro milanese, ritornarono alla loro patria e la riedificarono pi forte, se non pi bella, di prima.
Era debito dei milanesi il soccorrere ai fratelli, che avevano sacrificata l'esistenza della loro citt nativa al bene della patria comune. Di tali esempi non  ricca la storia. Ci prova, che le ire di Milano non nascevano da vanit d'impero, ma da pi nobile origine. Cadevano Lodi e Como perch troppo docili vassalle dell'imperatore: si rialzava Tortona perch sua dichiarata nemica.
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Una pi fiera tempesta s'addensava intanto sopra Milano: l'ingiuria fatta al ministro imperiale doveva essere espiata dalla nostra citt. Due volte Federico volse contro Milano un esercito formidabile ingrossato dalle stesse armi italiane che, pi o meno di buon grado, s'erano collegate alle sue. Nella prima si venne a patti per la troppo facile mediazione del conte Guido di Biandrate, capitano dei milanesi. Ma questa non fu pace, fu tregua; durante la quale, Milano dovette suo malgrado rassegnarsi alle condizioni imposte dall'imperatore e ratificate dall'infido conte. Il pi importante risultamento di tale accordo fu la riedificazione di Lodi, che surse in poco tempo a quattro miglia dalle ruine dell'antica citt.
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Nella seconda calata, l'imperatore congreg di nuovo la dieta in Roncaglia, e raccolse altri titoli di malcontento contro Milano. Pentito forse d'essere stato troppo generoso nella precedente capitolazione, cercava pretesti ad infrangerla. E la infranse di fatto quando richiam a se il diritto d'eleggere i Podest e di sostituirvi un ministro imperiale. Se i cittadini avessero piegato il capo a questo comando, la libert loro poteva dirsi irreparabilmente perduta.
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Non v'assentirono; prescelsero di essere dichiarati ribelli, e di provarne le terribili conseguenze. Milano fu quindi posta al bando; le robe dei cittadini abbandonate al saccheggio; le persone condannate alla schiavit.
Ma i cittadini milanesi non deposero per ci le armi. Gli imperiali avevano distrutto Crema alleata coi ribelli; questi ripresero Trezzo difeso dagli imperiali. Vi furono atrocit inaudite nell'uno e nell'altro campo. A nostro conforto per, possiam rilevare dagli stessi cronisti alemanni che, in questa e in altre simili vicende, la superiorit della ferocia non fu mai vanto degli italiani.
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Tre anni duravano le ostilit tra l'imperatore e le terre amiche dei milanesi. Un orribile incendio devast la stessa nostra citt, e ne consunse una terza parte; intanto che le continue scorrerie nemiche desolavano la campagna, mietendo le biade immature. Il popolo milanese provava l'estremit della fame e della miseria; soffriva mille torture, mille oltraggi. Una volta, alcuni cittadini esciti a caso dalle mura e caduti in potere degli imperiali, venivano accecati; solo ad un di essi si lasci in dono un occhio, onde guidasse i compagni in citt, e mostrasse a' suoi gli effetti dello sdegno nemico.
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Resistette il popolo fino all'estremo; i consoli esaurirono ogni parola di conforto, n mai usc dalla loro bocca una proposta codarda. Ma prima che la morte di tutti rassicurasse il trionfo dell'inimico, il popolo dovette arrendersi. Per editto imperiale i cittadini abbandonarono le case loro, che furono rase al suolo in un colle mura e coi publici edificii (marzo 1162). La tradizione ci tramand questo fatto in un'appropriata iperbole, dicendo che sulla ruinata citt fu sparso il sale, e percorse l'aratro.
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Cinque anni dopo, i milanesi toccavano di nuovo il suolo patrio; e, coll'animo rinvigorito dal patto di ventitr citt giurato a Pontida, si affrettavano a riedificare Milano. La novella citt surse come per incanto; anzitutto fu cinta di validi terrapieni, muniti di torri. Poscia, con pi vasto intendimento, a difesa di tutta quanta la pianura bagnata dal Po, la lega edific Alessandria, che fu ed  la pi salda trincea dell'insubre indipendenza.
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Qui delle due cose l'una. Se la condotta dei milanesi verso le citt di Lodi e di Como fu solo un atto severo di sdegno diretto a reprimere le improvide alleanze e la servile obedienza, noi dovremo scriverla fra quegli slanci di selvaggio patriotismo, che trovano una scusa nella barbarie dei tempi, perch rivelano un culto ardente alla libert. Ma se, com' assai pi verisimile, fu abuso di forza e concussione dispotica, dovremo altamente commendare la magnanimit delle citt oppresse, che, scordato l'oltraggio fraterno, accorsero prontamente in ajuto della compagna pericolante. In questo dilemma sta indubiamente il fatto vero; e l'una e l'altra ipotesi spettano alla storia nostra; n ci ha il tornaconto per noi a voler nascondere la colpa di una citt, quando a riscontro di essa sta l'eroismo di molte.
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L'imperatore Federico non rivolse le sue armi soltanto contro le citt dell'Italia settentrionale. L'anno istesso, in cui queste si stringevano in lega, egli scese ad Ancona per punirla dell'alleanza contratta coll'imperatore d'Oriente Manuello Comneno. Federico, colle sue rapide mosse, prevenne gli effetti di questa lega, ed accerchi Ancona, non d'altro forte che del valore de' suoi figli. La resistenza di quella nobile citt costituisce un altro fasto della storia italiana. L'imperatore fu costretto a levare le tende da quei campi e, rso nell'anima dalla vergogna dell'impresa fallita, piomb su Roma, ed ebbe l'indegna gloria di devastarla. Ma non gli fu concesso di godere a lungo le dolcezze de' suoi trionfi: perocch nell'estate il veleno dell'aria decim il suo esercito, e spense oltre a due mila gentiluomini e baroni; per la qual cosa, ritorn sbaldanzito alla sua reggia.
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La potenza della nuova lega, l'insubordinazione impunita d'Ancona, gli antichi diritti del serto imperiale obliati o manomessi, risvegliarono gli ardori guerrieri di Federico, che nell'anno 1174 scese pel Cenisio in Italia e, dopo aver incendiata Susa e taglieggiata Asti, mosse contro Alessandria, dov'era raccolta una parte delle forze alleate. Le recenti mura della fortezza sostennero l'urto delle armi nemiche per ben quattro mesi; scorsi i quali, le milizie della lega pigliarono l'offensiva e, rotto il blocco, costrinsero il nemico a raccogliere le proprie forze in lontana pianura, per ivi tentare una battaglia affrontata.
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Il campo di essa fu la terra di Legnano; l'epoca, il 29 maggio 1176. In quel d, l'esercito della lega annient le schiere imperiali; 900 giovani milanesi, che costituivano la legione della morte, operarono prodigi di valore, e, fatto salvo il carroccio, rassicurarono la vittoria degli italiani. In quella pugna lo stesso imperatore sarebbe caduto in potere dei vincitori, se, visto il rovescio, non si fosse celato in un mucchio di cadaveri. I suoi soldati lo credettero morto; ed  fama che l'imperatrice avesse gi indossato il lutto della vedovanza.
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La vittoria di Legnano  il pi glorioso avvenimento del medio evo italico; questo gran fatto non fu opera di un esercito, ma dell'intera nazione; e perci dall'intera nazione furono usufruttati i vasti suoi risultamenti. Per essa l'imperatore Federico dovette scendere a patti coi vincitori; e, soscritte le condizioni della pace nella dieta di Costanza, le registr nel corpo delle leggi come base al diritto publico del popolo italiano (25 giugno 1183). In forza di quel patto, la feudalit venne bandita dalle terre di Lombardia, ogni citt della lega riacquist il pieno diritto di reggersi da s, di erigere fortificazioni, d'assoldare armate proprie, di far pace, guerre ed alleanze, di godere di tutte le regale, e di dare forza di legge alle proprie consuetudini.
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L'imperatore conserv il diritto eminente di accordare le investiture ai consoli delle republiche, di riscuotere un decennale giuramento, e di definire in ultima istanza le querele insurte fra i cittadini o fra le citt della lega, qualora la parte soccumbente lo richiedesse. Quest'ultimo atto di sudditanza per, poteva dalla lega istessa venir commutato nell'annuo tributo di due mila marche d'argento.
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Federico Barbarossa, che dagli storici alemanni  proclamato un eroe, ed  per noi il pi esecrabile fra i nostri nemici, non fu n l'uno, n l'altro. Non fu grande guerriero, perch spesso e troppo facilmente battuto da forze minori; n insigne politico, perch non tenne conto della indomabile potenza di un principio, quand'esso surge a dominare ogni materiale interesse di un popolo. Ma non deve essere nemmanco il bersaglio d'ogni nostra invettiva; perocch, mentr'egli non era per nulla pi barbaro del secolo in cui visse, giov pi ch'altro, colle armi sue infelicemente adoperate, a rassodare l'indipendenza di quel paese, contro cui egli le aveva rivolte.
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I tiranni (ce lo dice la storia, e ce lo confermano i fatti di cui noi stessi siamo oggid testimonii) sono alcuna volta la providenza dei popoli. Non  sempre vero che gli oppressi sieno facili a sollevarsi contro chi li regge. Spesso anzi s'addormentano negli ozii inverecondi e nei servili ossequii, se la tirannia  blanda, o pel solo fatto che essa  d'antica data. Allora si esita a far getto delle abitudini, bench indecorose; allora o non si riconosce il bene di una pi libera condizione, o se ne discutono le probabilit; e per questo misero conteggio  impossibile giungere alla gloria delle imprese difficili.
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Ma se le catene diventano insopportabili, se lo strazio  indefinito, e la morte certa, rivivono gli istinti, ed ammaestrano l'oppresso a raccogliere le forze per lottare e vender cara la vita. I migliori amici dei popoli, che hanno perduta la loro libert, furono dunque e sono sempre quelli, che l'hanno calpestata pi crudelmente. Se la lotta, dice un moderno publicista,  la condizione necessaria della vittoria, il nemico diviene il nostro migliore alleato.
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Un fiume gonfio scava il suo letto, abbatte quanto lo vuol far deviare, e trascina seco i rivi minori. L'acqua invece, che poltre in uno stagno, si suddivide in pozznghere, e nella sua inerzia elabora i veleni che l'ammorbano. Cos fu di noi. Le guerre di Federico I avevano ritemprato l'ardor nostro, e fatto convergere ad un solo scopo tutte le forze nazionali. La mitezza di Ottone Quarto, e la pace che ne segu, generarono il contagio della discordia. Capitani, valvassori e credenze erano una sola cosa, durante il pericolo: scomparso questo, riconobbero diritti parziali, e si levarono a difenderli. Da ci ebbe origine quella delimitazione di caste, che cre una prevenzione diffidente ed astiosa fra i nobili capitani e i sottofeudatarj. Ogni casta volle avere il suo consiglio, perch ognuna sent d'avere i proprj interessi. Non di rado da tali interessi nacque disparit di vedute; queste generarono dissidj, minaccie, violenze.
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In quel secolo, le personali ambizioni dovevano essere meno potenti che non pi tardi, quando la risurta civilt fece dell'ingegno e della cultura intellettuale una forza di prim'ordine, spesso indirizzata a buon fine, talvolta abusata per mire egoistiche e sovversive. Pure, malgrado l'eguaglianza cagionata dalla comune barbarie, il concetto di una republica, costituita sull'equilibrio dei diritti d'ogni classe e d'ogni individuo, era cosa pi bella ad imaginarsi che facile ad ottenersi.
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La sovranit, spartita una volta equamente fra gli individui, era simile al talento della parabola evangelica, che a ciascuno rec frutto diverso a seconda delle diverse industrie. Il conservarlo integro, riesciva come andare al chino e perdere, quand'altri pi operosi o pi accorti avevano saputo avvantaggiarlo. In un paese, in cui la sovranit fosse talmente sminuzzata che ogni cittadino ne posseda la sua piccola parte, la custodia di essa  pi dovere che diritto; e l'esercizio del medesimo riesce pi increscioso perch meno facoltativo. Non per difetto delle istituzioni popolari, ma per la natura dell'uomo, ci che  comune, bench necessario,  meno vagheggiato di quanto ci solleva dalla folla, fosse anche superfluo. Quando a tutti gli individui di un paese venisse distribuito un abito di un sol colore e di una foggia sola, cesserebbe l'orgoglio d'ornarsene; e colla estinta vanit scemerebbe l'interesse di averlo caro e di custodirlo.
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Cacciati i tiranni e ricomposta la republica sopra un nuovo ordine di cose, spontaneo fu il volere, facile l'ottenere l'eguaglianza civile. Il d in cui si fonda una societ, ogni membro di essa presenta una distinta ed eguale quota di oblighi e di diritti. Ma non  tutto: bisogna che questi doveri e i corrispondenti diritti si mantengano quali sono, o crescano e s'avvantaggino a beneficio di tutti. Bisogna contenere le forze eccedenti perch non oltrepassino il livello medio della forza comune; scuotere e ravvivare quelle che languono, perch la parte inerte non discenda troppo, e nel far modesta rinuncia de' suoi diritti, leda e trascuri i proprj doveri. Tutto ci, e le naturali differenze generate dall'et, dal clima e dalle circostanze, non che le incidentali, cagionate dall'educazione e dalla civilt, resero e renderanno sempre arduo l'assunto di conservare all'edificio sociale un'eguaglianza perfetta e durevole.
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Chi era tolto dalla folla assai di rado vi rientr, e vi si confuse, al cessar del favore che lo ebbe sollevato. Intorno a lui si stringevano a poco a poco inavvertitamente i consanguinei, i partigiani, i clienti. La superficie sociale non fu pi perfettamente piana. Gruppi di gente privilegiata formarono le caste. In mezzo ad esse, quasi centro e culmine di altretante associazioni parassite, sursero gli ottimati. Era intento loro di dividersi in parti eguali la somma del potere; il volevano, o piuttosto dissero di volerlo: bast un nonnulla a turbare l'equo riparto dei diritti; bast a tanto il momentaneo allentamento nella pratica delle virt cittadine.
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Le passioni, malgrado ogni buona intenzione, si gettavano sulle coppe della bilancia, e la facevano traboccare. Le caste si cangiarono in partiti; gli ottimati in emuli. Una guerra sorda, piena d'invidie, di prevenzioni, di false amicizie, ruppe il buon accordo della famiglia. Venne presto il giorno, in cui il popolo, vedendo irreparabilmente turbato l'ordine prestabilito, comp l'ultimo suo atto sovrano, rinunciando ai proprj diritti, ed accettando la signoria di un solo, sempre meno uggiosa e pi tolerabile che quella di pochi.
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Tale fu la nostra sorte. Le discordie, i partiti, le turbolenze tennero dietro ben presto a quel fortunato equilibrio, che era l'essenza del reggimento popolare. Il comune era fatto un campo: bisognava star con questo o con quello; quindi contro l'uno o l'altro. Ad escire da tante incertezze, la rappresentanza popolare non trov miglior rimedio, che conferire il supremo comando ad un solo individuo, imitando ci che faceva l'imperatore prima della pace di Costanza. Ed a questa autorit venendo designati uomini d'altre citt italiane, non si volle gi riconoscerne la comunanza di stirpe, il che sarebbe stato un progresso glorioso; ma si cerc nell'individuo d'altra republica un principio di autorit straniera, un potere che fosse meno famigliare, e quindi pi riverito. Il primo di tali magistrati che, col nome di podest, esercit sul comune di Milano la dittatura, fu un Oberto Visconti da Piacenza. Questo fu il primo e decisivo passo del nostro popolo verso il governo monarchico.
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In questo mezzo l'eresia, altra cagione di discordia, fermentava nel nostro paese, alimentata per una parte da uno spirito d'indagine affatto nuovo, per l'altra nutrita dalla stessa intoleranza del clero che credeva spegnerla coi roghi e nel sangue. Al principio del secolo 13esimo si enumeravano in Milano quindici professioni eretiche. Il podest Oldrado da Tresseno arse a centinaia i novatori (1233) e si rese caro alla curia romana20. Intanto il popolo non infrequentemente si faceva giustizia da s, rompendo il filo degli atroci processi collo spegnere la vita degli inquisitori.
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Fra Pietro da Verona e fra Pagano da Lecco furono di questo numero; e, in premio del martirio sofferto e pel merito di averlo fatto subire a tanti traviati, ottennero dopo morte l'incenso e le preci dei beati. La profetessa Mainfreda era gettata alle fiamme; il prete Andrea, che divideva con essa le offerte dei devoti di Chiaravalle, la segu sul rogo; e le ceneri della taumaturga Guglielmina, poco prima venerate come una reliquia, furono strappate dall'avello e disperse al vento. Citiamo questi fatti perch ritraggono fedelmente il fanatismo intemperante del secolo; non volendo che ci si apponga l'accusa d'essere ciechi ammiratori delle artistiche scene del medio evo.
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L'imperatore Federico Secondo ricondusse la guerra in Italia; e colla guerra si riaccesero in noi le virt intiepidite. A Cortenova i milanesi furono battuti dagli imperiali; ma la sconfitta non fu ingloriosa. I pi preferirono morire sul campo anzich arrendersi; i pochi superstiti, raggruppati intorno al Carroccio, seppero condursi in salvo, e serbare incontaminato il vessillo della libert, attraversando terre infestate da nemici, o da amici sleali. Fu Pagano della Torre signor di Valsassina che guid l'impresa; e fu quest'impresa che prepar a lui ed a' suoi figli un mezzo secolo di gloria e di potenza (1237).
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Della rotta di Cortenova ebbero i milanesi larga rivincita in tre memorabili giornate. Duplice fu la vittoria di Camporgnano, poich in essa furono battuti gli imperiali e gli alleati Saraceni. A Casorate l'esercito dell'imperatore, tratto in inganno da una finta ritirata, credette per un momento d'essere padrone del campo, che poscia coperse de' suoi cadaveri, ed abbandon. Presso Gorgonzola, in un terzo scontro, cadde in potere dei milanesi Enzo figlio dell'imperatore.
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Fu questa l'ultima e la pi segnalata vittoria nostra; doppiamente gloriosa giacch, merc sua, si fiacc per sempre la baldanza di Federico; e pi ancora perch i vincitori resero, senz'altro patto che una promessa di neutralit, il reale ostaggio a colui, che non risparmi la vita ad uno solo dei prigionieri italiani. Ed anche in questa occasione i nostri maggiori, combattendo per la loro indipendenza, davano prova di una moderazione, che  assai pi bella della stessa vittoria. La santit della causa consigli sempre, anche nell'ardore delle battaglie, l'uso saggio dei mezzi atti a difenderla. Si diede la vita e la libert al figlio del nostro mortale nemico con una generosit degna di miglior secolo, mentre e prima e poi, nelle piccole e vulgari lotte municipali, i vincitori solevano oltraggiare i vinti fratelli con un carico d'ingiurie, che potrebbero essere chiamate villanie puerili se non fossero figlie di un livore empio e fratricida.
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Il servigio reso da Pagano della Torre diede origine ad una carica tribunizia conosciuta sotto il nome di anziano della credenza (1240). Ne fu insignito lo stesso Pagano e, morto lui, Martino suo nipote. Egli doveva difendere la plebe dalle prepotenze dei nobili e sorvegliare l'amministrazione delle entrate. Durante la guerra contro Federico, per strettezze di finanza si era posto in giro il credito dei notabili rappresentato da un obligo scritto. Era, n pi n meno, la carta moneta dei nostri giorni; e, come ai d nostri, un tal valsente non gradiva ai cittadini sospettosi sempre dei soprusi di chi li regge. L'anziano diede opera all'estinzione di questo debito, dividendolo in otto rate annuali, e suddividendolo fra proprietarii in quote proporzionate, colla scorta dell'inventario o catastro del censo (1248). Da ci nacque l'imposta sulla propriet fondiaria, detta fodro, che  la prima e pi netta idea del carico prediale.
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I torbidi, per cui pass l'impero durante la disputata successione di parecchi monarchi, giovarono per mezzo secolo all'indipendenza nostra: tempo pi che bastevole a rassodare la cosa publica, se le ambizioni e le rivalit de' suoi cittadini non l'avessero commossa col continuo travaglio della guerra civile.
Si cre l'officio di capitano generale della republica per contraminare l'elezione del tribuno. L'onore della nuova dignit, che per poco non tocc al feroce Ezzelino da Romano, tanta era la gelosia che ispirava ogni nome cittadino, fu palleggiato tra il Marchese d'Incisa ed Oberto Pelavicino.
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Verso quest'epoca il Papa, pigliando in sospetto la crescente potenza dei Torriani, viol il diritto popolare di eleggere i pastori, ed invi alla sede arcivescovile di Milano Ottone Visconti (1260). Era pensiero del pontefice, che la ricchezza e la potenza di questa famiglia risveglierebbero nel popolo milanese quella fiducia che l'infeudata autorit dei Torriani aveva troppe volte delusa.
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Ci malgrado, la popolarit degli anziani serbavasi ancora assai potente in Napo, bench d'animo assai diverso de' suoi predecessori. Napo, camminando ardito sulle orme loro, varc a poco a poco il limite della tribunizia podest; e a consacrare l'abuso impieg l'arte dei tiranni. Milano a quei tempi obliava la semplicit degli antichi costumi, per fantasticar feste e baldorie, come la plebe di Roma. Con questo mezzo, l'anziano perpetuo del popolo riesciva a divenirne il padrone. Egli nominava il podest, ed accordava alla sua creatura il diritto di eleggere la met dei membri del consiglio.
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Ambizioso, e non vano, mostr disprezzare quelle pompe esteriori, che tradiscono l'interna sete di comando; mantenne vigorosamente le forme dell'antico reggimento nelle monete, nelle adunanze, nelle publiche concioni; ma ingannava tutti, e in sostanza regn da tiranno. Che se alcuna volta vide il colosso della plebe levare su lui l'occhio torvo, egli seppe rasserenarlo coi tornei, colle gualdane, con ogni maniera di spettacoli; fra i quali per lungo tempo fu il pi gradito il bando od il supplicio d'un nobile.
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Per tal modo codesti tribuni, che si vantavano d'aver fatta libera la patria solo per ossequio ed affetto verso di essa, e che di fatto l'avevano servita con zelo e fortuna, ottenuto l'intento, non ponevano misura alle loro esigenze, e mettevano a debito della publica gratitudine ogni pretensione sollevata dalla loro cupidigia. Si sarebbe detto che volevano avere il diritto di ricondurre il paese all'antica ruina, pel merito d'averlo una volta salvato.
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Da tali arti pot il popolo milanese essere sedutto pi volte, ma non abusato sempre. Ogni plebe, e specialmente la nostra, suol essere pronta allo sdegno, ma non meno facile all'oblo delle offese e generosa nel perdonarle. I cittadini s'accorsero che chi aveva frenata la prepotenza dei nobili, non agiva meglio di loro. Parvero meno gravi le passate sciagure, da che lo stato presente non era gran fatto pi rassicurante. Il titolo di vicario imperiale, che Napo sollecit da Rodolfo d'Asburgo, contribu a crescergli il disfavore del popolo. Ottone Visconti rinfocol i sospetti; raccolse partigiani a Como e nel contado; li pose in armi e mosse verso Milano. Incontrato, nella terra di Desio, l'esercito Torriano impegn con esso una battaglia decisiva, in cui Napo fu battuto, e fatto prigioniero (1277). Dopo ci, venne rinchiuso in una gabbia di ferro, dove per miseramente un anno dopo.
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Qui comincia la grandezza dei Visconti. Il popolo milanese non avrebbe spodestato il Torriano pel solo scopo di affrettare un mutamento di signoria. Era la libert dei tempi della lega, ch'egli, con troppo languide istanze, chiedeva; non un nuovo signore ed una larga dote di promesse e di spergiuri. Ma tale era la sorte nostra. Nel momento istesso che le varie classi ond'era composta la republica venivano ad un accordo, gi maturavano novelle ambizioni, foriere di altre discordie. Colui, che per fortuna o per momentaneo favore del popolo s'incamminava dinanzi ad esso col pretesto di farlo libero, sdegnava poscia di rientrare nelle fila dei semplici cittadini, e rinnovava la necessit di cacciarvelo a viva forza.
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Quando un tesoro  debolmente custodito, torna buono ai tristi il dire: tanto fa che io m'approprii ci che non  mio, perch altri se lo piglierebbe. Il nostro popolo cess dal custodire il tesoro della propria libert dal momento che, fidatone il deposito ad altri, s'addormentava neghittoso alle seducenti declamazioni di civismo, intonate da' suoi scaltri tribuni.
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Ora tra Napo della Torre, tiranno in nome della plebe, e Ottone Visconti, despota ottimate, vi era forse gran differenza? Quando l'una classe doveva affaticarsi a schiacciar l'altra, qual conforto per la republica se la plebe era vincitrice, e i nobili soccumbenti? L'alternato inalzamento dei Visconti e dei Torriani era sempre vittoria di un partito e, come tale, traeva seco indispensabilmente la sconfitta del principio nazionale, al cui sviluppo  necessaria l'opera attiva e sempre concorde di tutti.
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Vero  che questa specie di altalena doveva cagionare eguaglianza, al momento che gli ottimati erano tanto discesi quanto erasi rialzata la plebe; perch allora le due classi estreme trovavansi ad uno stesso livello. Ma i partiti, mossi da un impulso progressivo o retrogrado, non potevano arrestarsi; all'indimani la plebe riguadagnava tutto quel pi che jeri rendeva odiosa la sconfitta nobilt. Il flagello non era spezzato, ma cambiava di mano: e la cosa publica, oltre al patirne gli abusi inseparabili da ogni autorit conquistata colla forza, andava incontro alle fatali conseguenze di una continua vicenda di gare, di discordie e di vendette.
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Il nome di Visconte non spett in origine ad un casato, ma fu titolo di dignit attribuito a tutti i feudatarii dell'impero, che reggevano una contea in nome dell'imperatore, e perci erano detti vicarii, o vicecomiti.
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Dalla dignit divenuta ereditaria, di cui vi hanno esempj fino nel secolo quinto, nacque il cognome della famiglia Visconti. Quando essa crebbe in potenza, i cronisti si compiacquero di tessere un romanzo intorno alla sua origine, risalendo alla fonte del nobile ro per una strada di meravigliosi avvenimenti.... Il Prencipe di Macedonia, scrive G. P. Crescenzi, per avere consanguinei questi signori, li not originati dall'imperatore Anicio Flavio Giustiniano, il grande; gli ascendenti del quale si ascrivono ai reali di Troja. E come ci fosse poco, aggiunge che con l'imperatore Heraclio venne da Roma Marco, che fu conte d'Angera, e della cui stirpe furono i Visconti; e infine asserisce che Angera fu fabricata da Anglo figlio di Ascanio re, il quale fu di Enea genero, et nipote di Priamo ultimo re di Troja.
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Perch Angera fosse la degna patria di s cospicua famiglia,  chiamata da Stefanardo Vimercati una vasta citt, residenza di quei principi, che regnavano nella contea del Seprio, altra nobile parte del regno d'Insubria. E Carlo Torre ci racconta, come il nome d'Insubria fosse dato dal gigante Subre figlio di quell'Espero, che fu germano d'Atlante (a' cui prodigiosi fatti ottenne l'Italia tutta il titolo d'Esperia) il quale entrato con poderoso esercito in questo clima, facendosi padrone di varj luoghi, stabil sua ferma sede tra i laghi Lario e Verbano, e tra i fiumi Adda e Tesino, fabricandovi un castello, che dal suo nome Subre, o Seprio fu detto ecc.
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Uberto Visconti, che viveva ai tempi di S. Ambrogio, ammazz un terribile drago, che devastava le campagne milanesi. Per ci il popolo decret a lui ed a' suoi posteri certa decima di grano, che misuravasi in publico collo stajo, onde i suoi discendenti, conservando tale regala, ebbero per impresa lo stajo, e s'intitolarono Vicecomites de sextario. Galvano Fiamma, per aggiungere altra gloria alla casa Visconti, la fa consanguinea di Carlo Magno, e conferma che i primi conti d'Angera si chiamavano re, e che parlavano alla francese, desumendolo da un'iscrizione da lui letta sur un marmo, scoperto nel 1339 a Turbigo provincia del microscopico regno d'Angera.
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Il Corio scrive d'un Alione, figlio del re d'Angera e Visconte di Milano nel quinto secolo, che fu dagli imperatori e da pontefici rivestito di grandi privilegi, della dignit di conte d'Italia, del diritto di creare giudici e notai, di riscuotere decime, d'armar militi e cavalieri, spedir nuntii et separare il marito dalla moglie. Egli ne racconta come da Alione nascesse Galvagno, e da questo Perideo, che regnava quando scesero i Longobardi, e mor in battaglia contro i Greci di Ravenna. Giorgio Merula29 e Tristano Caleo30 si copiano a vicenda per istabilire che fra i Visconti e i re longobardi eravi legame di sangue, e che la pia regina Teodolinda era di stirpe viscontea. Da Stazzone conte d'Angera nacque Desiderio ultimo re di quella gente, e Berengario Secondo si vuol figlio d'Azzo, conte di Lecco e d'Angera.
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Ma basta cos: questo  ben altro che storia. Abbiamo messo fuori queste anticaglie, per dar idea dei gettoni di bassa lega che correvano, come oro puro, nella universale povert dei secoli scorsi. Sono queste notizie simili alle maglie di ferro e alle cotte d'armi: arnesi fuor d'uso, che si guardano per, non senza interesse. Ma in mezzo a tante favole, v'ha la sua parte di vero; e questa  l'arte dei vecchi cronisti, d'appoggiare le fila dei loro racconti in regioni ignote, come se ci valesse a meritar fede ai grandi avvenimenti veduti od uditi; se pur non  il men nobile proposito di lisciare i potenti e di rabbonirli coll'adulazione.
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Concludiamo col secentista Torri, che questa volta la dice giusta: prendetevi di questi racconti qual pi vi aggrada, poich discorrendo d'ationi occorse nello spazio di pi di mille anni, la verit afflitta da cos lungo viaggio non pu se non zoppicare, stanca d'essere agitata ora su un foglio ad un modo, ed ora su un libro ad un altro.
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Teniamci ai fatti accertati. Nel 881 Pietro Visconte sottoscrisse i privilegi accordati da Carlo il Crasso alla Basilica Ambrosiana. Nel 1037 Eriprando liber dalle carceri di Piacenza Eriberto arcivescovo di Milano, e sette anni dopo un Riccardo Visconti fu creato dall'imperatore sacri palatii judex.  storico che i privilegi accordati dalla citt di Milano al Monastero di Pontida fossero sottoscritti da Eriprando, e Marco Visconti.
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Nel 1155 Ugo, pur dei Visconti, accorse coi Milanesi in ajuto di Tortona assediata da Federigo I, e mor sotto le mura di quella citt. Nel 1158 Ardengo Visconti, con altri capi della republica milanese, fu fatto prigioniero da quello stesso imperatore nella battaglia di Cassano. Combatt in quell'epoca alla difesa di Milano, e vi per Gherardo Visconte virtute et nobilitate clarus.
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Il primo dei podest di Milano fu un Oberto Visconti; ed un Ottone, console della republica milanese, segn in Lodi, nel 1162, la capitolazione coll'imperatore Federico. Consoli di Milano nel 1173, 1186 e 1194 furono Ruggiero, Marco e Guido Visconti. Pietro firm in Piacenza la pace di Costanza nel 1185. E in un solo anno, cio nel 1190, al dire del Calchi, questa famiglia dava ad Alessandria, a Vercelli ed a Bergamo i podest Guidettino, Uberto e Pietro. Matteo Visconti era vescovo di Bergamo, quando Ottone occupava la sede arcivescovile di Milano.
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I Visconti, gi favorevolmente noti ai milanesi per le cospicue cariche occupate, crebbero nel favore del popolo, quando i Torriani abusarono della vantata loro popolarit. Giovava inoltre ai primi il prestigio di una ricchezza fuor d'uso munifica e generosa. Il popolo impreca contro i ricchi solo quando li trova spietati; ma, se ha pane e lavoro, fa lume coll'esempio ai declamatori, e precede le facili teorie colla pratica di una vita sobria, industriosa e rassegnata: anzi, l'accontentarsi di un pane parco ed affaticato,  ancor poco; non di rado lo vediamo compiacersi dello splendore altrui, come se il fasto di pochi fosse un vanto di tutti. Esso dunque comprende che tra la ricchezza e la miseria la Providenza pose l'equilibrio, distribuendo il cruccio ed il sorriso in altra misura che non  quella del censo.
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I Visconti erano ghibellini; ma a quest'epoca il nome delle due fazioni non aveva pi il significato primitivo. Le famiglie potenti, alle quali i comuni avevano conferito il governo delle citt, erano guelfe o ghibelline, non perch favorissero lo sviluppo della libert nazionale, o difendessero i diritti della corona cesarea; ma si appoggiavano a questa o a quella parte per rassodare la potenza loro ed infeudare nella propria stirpe quell'autorit, che poteva guidarli al trono.  dunque erronea la sentenza di quanti storici asserirono che la parte guelfa fosse la nazionale.
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Nei vesperi siciliani, che furono un fatto di nazione, quant'altro mai, non si fece strage se non di guelfi35. Erano guelfi i Torriani, come lo fu pressoch tutta Italia, quando Carlo d'Angi ebbe sconfitto il re Manfredi e con esso la parte imperiale: ma erano guelfi, perch non potevano pi essere ghibellini. La conseguenza era una sola e la stessa: l'Italia subiva nell'un caso e nell'altro la dipendenza straniera; e, in cambio di servire ai Cesari alemanni, obediva ai re francesi.
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Se i Visconti non fossero stati ghibellini di nascita, dovevano divenir tali come successori dei Torriani, per distruggere la potenza dei rivali, e per volgere a vantaggio della propria famiglia le tendenze monarchiche quali si manifestavano nella languente republica. Assisi sul trono e sicuri, avrebbero cessato di mostrare un inutile studio ad una fazione od all'altra: intenti solo a liberare la patria da ogni influsso straniero, a spese della libert interna, che ormai non sapevasi abbastanza difendere. Venne infatti il d che i Visconti, fidando la propria fortuna alle armi, schiacciarono con mano di ferro ogni fazione; allora si dann perfino a morte chi solo pronunciasse la parola di guelfo o di ghibellino.
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Ma finch essi salivano, avevan bisogno di un appoggio; il ghibellinismo favoriva lo sviluppo del concetto monarchico, ed abituava i tralignati republicani a riverire una dinastia. Del trionfo della parte ghibellina tutti i nobili si erano felicitati; ma immiseriti da un lungo esilio, avevano pigliato un contegno rimesso ed ossequioso; la loro condiscendenza tralign in obedienza, e la republica di Milano, governata dai Visconti, non tard guari a mutarsi in principato36.
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Da qui inanzi, per quasi due secoli, la storia di Milano  strettamente legata a quella dei Visconti, s che l'una nell'altra si confonde. V'ebbe un periodo in cui ricomparve la signoria dei Torriani; ma fu brevissimo: l'intrusa potenza sembr suscitata dal destino a rinfrancare viemeglio la grandezza de' suoi rivali.
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L'arcivescovo Ottone Visconti, settuagenario, trattava armi e cavalli come un giovine capitano; ma, giunto a decrepita vecchiezza, chiuse il suo governo cedendolo al pronipote Matteo, dopo averlo coi supplicii e colle alleanze messo al riparo dalle pretensioni degli emuli. Nell'elezione di un successore violava egli la prima e pi importante legge della costituzione republicana. Grave dovette essere lo scandalo: ma nessuno os opporsi. Il Consiglio fu interrogato, solo perch non v'era dubio che avrebbe ratificata l'usurpazione.
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Ottone passava gli ultimi suoi giorni nell'abbazia di Chiaravalle; e Matteo, col nome di capitano del popolo, continuava in Milano l'opera dello zio. Meno violento e pi scaltrito di lui, chiam a parte de' suoi ambiziosi disegni la stessa rappresentanza del popolo, forzandola a cospirare inconsapevolmente contro la libert della patria. In questo senso soltanto, e come maestro nelle arti degli ambiziosi, non deve negarsi a Matteo il nome di Magno, che la storia gli ha troppo generosamente decretato.
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Per frenare i replicati tentativi dei Torriani egli aveva bisogno d'armi; e gi, l'annuncio di una nuova crociata minacciava di suscitare e rivolgere a lontana impresa l'ardore guerriero de' suoi. Matteo seppe soffocarla. Dall'imperatore Adolfo di Nassau implorava intanto la dignit di vicario imperiale. Ma le pratiche intorno a ci erano condotte con tale mistero, che quando giunse il diploma cesareo, tutta Milano credette dovere esso tornar nuovo e quasi sgradito al suo signore. A convalidare l'inganno, Matteo si finse resto ad accettare la dignit conferitagli; e vi si pieg solo quando il consiglio popolare gli diede quell'assenso, che in niun caso gli avrebbe saputo negare. Ottenne dallo stesso consiglio la facolt di usare contro la fazione torriana di quei mezzi, ch'egli aveva gi apprestato in secreto; e fece nominare capitano il figlio Galeazzo, proponendolo a tale officio con quel piglio dei tiranni, che non ammette discussione.
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Ma l'avveduto principe fu cieco padre: poich le improntitudini di Galeazzo affrettarono il ritorno de' suoi nemici. Guido della Torre costrinse colle armi il Visconti ad abbandonare la signoria, e a cercare nell'esilio l'oblio della sua sventurata ambizione (1302). Matteo sopport la mala fortuna con non comune grandezza. In un piccolo borgo della terra veronese seppe gustare per molti anni la calma della vita privata, aspettando com'ei diceva che i peccati dei Torriani superassero quelli dei Visconti.
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Guido della Torre restaur il governo popolare, e lo mantenne in pieno vigore per cinque anni. Ma, rieletto capitano, cedette alla tentazione di allargare la propria autorit, a spese dei diritti del popolo: facile impresa, da che questo aveva ormai rinunciato alla custodia delle proprie franchigie.
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Fu a quest'epoca che Enrico di Lucemborgo, eletto imperatore, scendeva in Italia per cingervi la doppia corona; rito, per circa un secolo, obliato da' suoi antecessori. Scendeva egli in Piemonte, gi informato di quanto accadeva a Milano da Francesco Garbagnate, accorso ad incontrarlo al di l delle Alpi. Lo zelo di costui rimise i Visconti in grazia dell'imperatore; sicch Matteo, dietro avviso dell'amico, esc dal suo modesto ritiro di Nogarola; e, trovatosi con Enrico nella citt di Asti, entr in domestichezza con lui, e n'ebbe larga promessa di protezione. Infatti, la venuta dell'imperatore in Milano segn la seconda ed irreparabile caduta dei Torriani.
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Guido, sedotto da falsi consigli, troppo fidando nel numero e nell'ardimento de' suoi partigiani, medit un piano di resistenza contro gli imperiali. Se non che, scoperta la trama da quelli stessi, che dovevano prendervi parte, mentre i figli del Visconte (non del tutto innocenti) escivano assolti, Guido, i suoi congiunti e gli amici della sua parte, dopo una rotta decisiva, furono banditi dalla citt, e taglieggiati nella vita e nelle sostanze (1311).
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Lo scaltro Visconti aveva condotto a buon fine la difficile impresa, palliando con arte finissima la sua ambizione. Lo stesso imperatore, tratto in inganno dalle sue disinteressate proteste, gli conferm la dignit di vicario imperiale, estendendola a pi vasta giurisdizione. A Matteo spettava la suprema amministrazione dello stato; a' suoi figli, strenui soldati, la difesa e l'ampliamento di esso. In tre anni, il piccolo stato soggetto ai Visconti, comprendeva undici cospicue citt.
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Il Papa Giovanni 12esimo, ingelosito dai rapidi progressi di questa famiglia, che minacciava di raccogliere sotto il suo scettro le lacerate province italiane, moveva querela contro Matteo per la dignit di vicario imperiale da esso lui accettata a danno della libert italiana, che in quel punto tornava bene il difendere. Matteo eluse le iraconde pretensioni del Papa dimettendo la vanit del titolo; anzi, persuase il proprio figlio Giovanni a spogliarsi del pallio arcivescovile di Milano, perch lo assumesse frate Aicardo Caccia, eletto intempestivamente dal Papa. Dalla condiscendenza di Matteo l'irrequieto pontefice trasse maggiore baldanza ad osteggiarne i diritti. Egli suscit la Francia contro lui; e gi le legioni regie calate dalle alpi minacciavano il Visconti d'una guerra di sterminio.
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Ma il sagace Matteo anche questa volta seppe scongiurare la procella. Con larghe proteste e generosi doni, secretamente spediti al campo francese, disarm gli spiriti guerrieri del capitano nemico; il quale, pago delle spiegazioni ottenute, ricondusse il suo esercito fuori d'Italia senza colpo ferire.
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Ancora pi adirato il Papa brand le armi spirituali, e fulmin la scomunica contro il Visconti (1322). Ma gli anatemi gi troppo abusati non produssero alcun effetto. Volevasi sollevare il popolo contro la signoria, e questo non si scosse. Matteo, invitato solennemente a scolparsi davanti al legato pontificio residente in un borgo presso Alessandria, vi sped in sua vece il proprio figlio Marco alla testa di una poderosa armata, contraponendo minaccia a minaccia. Gli inquisitori non aspettarono il figlio dell'impenitente Visconti. Postisi al sicuro in Valenza, fulminarono contro il signore di Milano una seconda scomunica, condita di cos strane imprecazioni, che il successore Benedetto 12esimo, per decoro della sede pontificia, le dovette ritrattare ed annullare, l'anno 1341.
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Ci sia permesso di ravvicinare e porre in confronto alcune date storiche, onde rimovere il sospetto d'aver scelto ad arte le occasioni di combattere la temporale autorit dei pontefici, d'averla giudicata dagli abusi che la macchiarono, d'aver posto l'eccezione all'altezza della regola.
Prima di Costantino, i pontefici oscuri, umili, poverissimi regnavano sui loro seguaci per la fede ardentissima, e per la carit di cui erano banditori e modelli. Essi facevano causa comune coi nefiti, dividevano con essi nel bujo delle catacombe il pane del povero; fuor di quelle, gli strazii e la gloria del martirio.
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Il figlio di Costanzo Cloro, abbracciando la fede di Cristo (312), pose fine alle persecuzioni. Disfatto Massenzio ed ucciso in battaglia il feroce proconsole Licinio, rassicur alla novella cristianit un'era di pace; ma, traviato da un improvido fanatismo, credette far pi gloriosa la chiesa, arricchendola di quella dote madre di tanti mali, che strapp allo sdegnoso poeta quell'amara invettiva contro i chierci del suo secolo:
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... la vostra avarizia il mondo attrista,
Calcando i buoni e sollevando i pravi.
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Gregorio Magno favor la caduta degli esarchi ed inaugur un'epoca affatto nuova pei pontefici (590). Da quel momento il suo sacro officio varc il tranquillo e modesto esercizio delle virt cristiane. Il mansueto pastore cominci a gustare la vanit mondana; ma scorrendo sul pendo delle ambizioni, non seppe arrestarsi e, molto meno, pot risalire alla purezza della sua originaria istituzione. Caddero gli esarchi, e Roma si prosciolse dall'obedienza verso gli imperatori iconoclasti (726); gran ventura per quel secolo, ma irreparabile calamit pei successivi; perocch d'allora
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... la chiesa di Roma
Per confundere in s duo reggimenti
Cade nel fango e s brutta e la soma.
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Quando Carlo Magno restaur l'impero occidentale (800), i pontefici, chiamati a consacrare l'eletto monarca, raccolsero nelle proprie mani una parte della autorit di lui; imperocch, mentre gli imperatori confermavano o deponevano i papi, questi riconoscevano od esautoravano gl'imperatori. L'accordo dei due poteri riesciva per solito fatale alla libert dei popoli; la discordia partoriva guerre lunghe e fratricide; ma, nell'un caso e nell'altro, il concetto tutto spirituale della cristiana associazione era travolto.
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Troppo  per noi il consultare una storia veramente imparziale; ci basta aprire un volume qualunque, compilato, se vuolsi, nelle cupe cancellerie della curia romana, per proclamare altamente che i primi pontefici furono senza confronto migliori dei successivi prncipi, o vassalli dei prncipi. Dietro ci, oseremo chiamare necessaria alla incolumit della religione di Cristo una mondana potenza, che giov soltanto a rendere meno buoni coloro che se ne adornarono? Vuolsi che la grandezza del principato civile sia mezzo necessario a proteggere l'indipendenza e la inviolabilit della religione.
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Il buon senso e l'alto concetto delle sublimi dottrine insegnate nell'evangelio ci fanno restii a riconoscere una tale necessit. Imperocch non fu mai officio del debole sorreggere il forte; la verit non cerc mai d'essere rischiarata dal fittizio bagliore delle glorie terrene. Al contrario, la storia c'insegna che le meschine alleanze immiseriscono la buona causa. Quella carit che prosper in mezzo al sangue versato da tanti martiri, n ora n mai, dovr reggersi colla spada, o cercare merc ai piedi d'un trono.
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I papi furono uomini e non angeli, disse un rispettabilissimo scrittore, facendo appello all'indulgenza della storia per palliare le gravi esorbitanze dei prncipi della chiesa. Non temano le anime ingenue; non vogliamo togliere la polvere a viete cronache. La storia politica dei papi, quale ci viene proposta dai rigidi censori del progresso intellettuale,  soltanto una serie cronologica di nomi non interrotta da Pietro fino a noi.
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Quanto vi sia di sovrumano in ci non spetta a noi il dimostrarlo: accettiamo intanto il riserbo della storia come uno splendido omaggio alla publica morale, e come riprova di quanto abbiamo asserito. Ci limiteremo ad osservare che nelle dinastie storiche il caso si compiace di avvicendare i buoni ed i tristi; sicch ogni stirpe deplora il suo Tiberio e vanta il suo Tito. I pontefici, per converso, tolti dal seno di una casta, ben di rado portarono al soglio le virt individuali. Per patto d'elezione, e come atomi d'una mole che ha vita propria ed eccentrica, conservarono integri, e tradussero in atto, a totale vantaggio d'una potente oligarcha, quei principj di cui si chiamavano i temporanei custodi.
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Quindi la teocrazia romana, gloriosa della sua immobilit, pose ogni cura ad eternare la mansueta ignoranza. Se la civilt moderna, coll'impeto del suo corso, non l'avesse trascinata dietro di s, Galileo sarebbe ancora per essa un tristo od un demente. Le gloriose scoperte della scienza, le nuove dottrine e perfino le industrie della mano, si dovettero proclamare, diffundere, insegnare lungi da Roma e in onta alle sue minaccie. Per la qualcosa, la citt eterna, un d maestra del mondo, fu nell'evo recente l'ultima sempre a godere i beneficii della civilt, e non li gust se non dopo aver visto i suoi reggitori costretti a riconoscere ci che prima, sprecando l'infallibile parola, avevano combattuto.
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Ben  vero, e non si deve tacerlo, che questa regola sub delle importanti eccezioni. Alessandro Terzo, a cagione di esempio, favor la lega lombarda; Gregorio Settimo tolse agli imperatori il diritto di eleggere il pontefice. Entrambi accarezzavano il disegno di fondare in Italia una republica teocratica svincolata da ogni straniera influenza. Ma i mezzi per giungere alla gloriosa meta non erano acconci. Pi tardi, e in altra mano, quelle stesse armi dovevano tornar buone a spegnere la propugnata libert. Gregorio Settimo, per non dar ragione ai popoli delle sue opere, e per trascinarli seco nell'ardua impresa, impose ad essi la credenza nella sua infallibilit; tolse loro il diritto d'eleggere i pastori: e, qualificandosi rappresentante di Dio, costrinse prncipi ed imperatori a chinarsi nella polvere ed a baciargli il piede. Noi, avvezzi agli atti tracotanti dello straniero, godiamo in vedere coteste fronti coronate farsi umili e riverenti davanti al povero monaco di Soana.
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Ma badisi che, consacrato una volta un principio, bisogner subirne le conseguenze anche quando ne riescono fatali.
Infatti, i papi del secolo 13esimo non poterono compiere le splendide gesta dei loro antecessori. Le armi erano gi logore; il principio ormai vieto divenne il retaggio di una fazione; contro questa surse la fazione rivale. I guelfi favorivano il papa; ma di fronte ad essi surgeva un partito non meno autorevole, e del pari fortunato e potente. Anzi guelfi e ghibellini, a lungo andare, non erano pi i fidi combattenti di rivali autorit, ma partigiani inerti e spesso spergiuri di due bandiere, oggi sventolate con orgoglio, dimani vilipese, a norma dei momentanei interessi.
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E vero altres, che anche a quest'epoca guelfo voleva significare fautore della chiesa; ma la chiesa dei guelfi non era gi l'originaria societ dei buoni nella fede e nella carit insegnate dall'evangelio, s bene una fazione, che aveva censo, feudi, privilegi, armi, passioni come ogni estremo partito. Gelosa della propria potenza, tenace dei proprii diritti, scambiato il mezzo col fine, non si affaticava gi a rendere pi grande e rispettata l'autorit dell'evangelio, ma faceva arma di questo per avvantaggiare ed estendere la sua terrena grandezza. - Cos l'accessorio divenne l'oggetto principale. Per conservare intatto un patrimonio di caduche vanit, si pose il tesoro mondano sotto il manto della religione; si rinchiuse la creta nel sacrario.
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Intanto, mentre gli abusi della corte romana, e i suoi dispotici giudizj turbavano le menti, i ministri di quella religione che insegna a perdonare e ad amare, puntellavano le vacillanti credenze colla spietata parola, e coi supplicj. Fu Innocenzo Terzo (tra i papi non certo il peggiore), che istitu un tribunale per indocilire le menti erranti nelle astruse disquisizioni dogmatiche (1204). Il truce rimedio piacque tanto a' suoi successori, che lo corredarono di squisite carneficine, cui non erano per anco arrivati i sacrificatori di vittime umane. Si era proibito di ardere i cadaveri per non ripetere una costumanza pagana, e si credette di depurare l'aria contaminata dall'eresia, nutrendo i roghi colle carni palpitanti dei vivi. Allora la chiesa parve chiamata a fare crudele vendetta di quelle persecuzioni, che erano state la pi bella gloria de' suoi primi tempi.
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Altri pontefici, e non pochi, abusarono della sacra parola per assordare e conquidere le ignoranti moltitudini, fulminando contro di esse l'anatema di Dio. Per tal modo, il sovrano di Roma, oltre al godere entro i confini del suo Stato di tutti quegli esorbitanti diritti che la ferocia del secolo consentiva ai tiranni, possedeva un potere sovrumano e terribile, che abolita ogni discussione, spuntava le armi della lecita guerra, e penetrava, veleno rapido e sottile, nelle fibre d'ogni lontano consorzio per recarvi la civile dissoluzione. Anatemi, scomuniche, interdetti, dettati dal capriccio o da passioni mondane, in contingenze del tutto politiche, furono arti di guerra, che, prosciogliendo i popoli dai legami civili, ed aizzandoli alla discordia fraterna, fecero versare torrenti di sangue.
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Gli  per tutto ci, che quell'anima sdegnosa dell'Alighieri prefer abbeverarsi del fiele ghibellino, anzich essere patriota coi guelfi.
Per colmo di sventure, venne il d in cui gli stessi pontefici gradirono l'alleanza dei rampolli imperiali; e ci accadde quando i capi delle opposte fazioni s'intesero nell'obbietto di spegnere, a vantaggio reciproco, la libert dei popoli. Allora cessarono o diminuirono nei papi le velleit guerriere. Le armi estere si tolsero l'assunto di arrestare il mondo; e, incoraggite dal cieco orgoglio d'essere sacre alla causa della religione e della legitimit, si scagliarono sui gi oppressi per gravarli di un doppio giogo. Dopo ci, il principe di Roma, che aveva condannato come ribellione la tarda e naturale difesa del debole, chiamava atto meritorio il delitto del prepotente, e lo arricchiva di mille benedizioni.
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Se nel nostro secolo  sparito fin l'ultimo vestigio dell'antico guelfismo, pu negarsi che la parte ghibellina non vanti i suoi pi ardenti seguaci nei principi del Vaticano? Tra i pi caldi zelatori della podest temporale del Papa non si annoverano forse quelle orde oltramontane, in cui stanno raccolte le reliquie dell'antico impero?
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Nei secoli andati, tale politica larvata di piet, ravvolta nel manto della religione, padrona di noi anche al di l della tomba, intimidiva le menti, e fiaccava le deboli volont. Ma se lo spirito umano, soffocato da tanta autorit d'armi e di parole, camminava lentamente, esso, altretanto tenace d'ogni sua conquista, non retrocedette mai. La ragione raccolse in secreto i suoi giudizj, spense a poco a poco il falso entusiasmo che travia la coscienza, e rilevossi dalle vane paure. Davanti ad essa, il bene ed il male, il giusto e l'ingiusto assumono forme vaste e precise, sul cui giudizio riesce impossibile l'ingannarsi.
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Se per ossequio ad un principio, o per rispetto alle consuetudini, o per incertezza dell'avvenire, essa si condann, spontaneamente e per secoli, alla toleranza, non  a dirsi che abbia disconosciuto i principj raccolti e maturati durante il suo paziente silenzio. Se stanca di un'abusata longanimit lev alfine la voce a combattere l'errore dovunque lo scoperse, non deve esser fatta colpa solo ad essa perch nel demolire una falsa autorit si rec una scossa a tutto l'edificio, minacciando ruina anche a ci che pur si vorrebbe conservare intatto. Dicano le storie degli scismi e delle riforme se mal ci apponiamo.
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Lo sdegno del Papa Giovanni 12esimo contro la signoria dei Visconti non si raffredd nemmanco dopo la morte di Matteo, avvenuta l'anno 1322. Avendo il figlio Galeazzo iniziato il suo governo con atti tirannici, il papa tent smovere il popolo milanese dalla sua inerte rassegnazione, e sollevarlo contro il suo principe. Ma poich il popolo rispondeva troppo debolmente a' suoi avvisi, egli colse il destro di togliere Piacenza alla signoria dei Visconti, facendosi vindice di Bianchina Landi, dama di quella citt, oltraggiata nell'onore da Galeazzo. Ordin poscia al clero milanese, che chiudesse i tempj, ed abbandonasse la citt; public infine una bolla, nella quale venivano accordate larghissime indulgenze a quanti italiani o stranieri pigliassero le armi a danno dei Visconti.
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Un esercito numeroso, composto del rifiuto delle orde avventuriere di varie nazioni, mosse contro Milano colla croce in testa; e, strettala d'assedio, per ischerno alle vane difese degli abitanti, fe' correre il pallio sotto le sue mura. Legga il Moriggia ed il Corio chi desidera conoscere per minuto di quali enormit si macchiarono nei sobborghi indifesi codesti paladini della Chiesa.
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Torn buona al Visconti l'amicizia dell'imperatore Lodovico il Bavaro; alla cui detronizzazione mirava l'ambizioso pontefice. Le armi imperiali ruppero il cerchio di ferro, che stringeva le nostre mura. Marco fratello di Galeazzo, con piccolo nerbo di valorosi, sconfisse i papalini al passaggio dell'Adda presso Vaprio (1324). Le reliquie della Crociata rinchiuse in Monza, dopo un blocco di otto mesi, dovettero calare agli accordi, e chiedere merc alla biscia scomunicata.
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A fare le vendette del Papa e a dar credito a' suoi anatemi, contribu in sguito l'incostanza di Lodovico il Bavaro: il quale nella sua seconda calata in Italia pigli in sospetto i Visconti, e li carcer nei famosi forni di Monza, appunto allora compiuti dal crudele Galeazzo. Nella mente dei guelfi parve che il cielo si togliesse il carico di continuare le vendette. La prigionia fu breve; ma non meno breve la vita degli scarcerati. Stefano Visconti mor improvisamente il 1327. Galeazzo suo fratello lo segu nella tomba un anno dopo; e il valoroso Marco, che sognava grandezze ed aveva animo e braccio a conseguirle, fu spento e gittato da un balcone, l'anno 1329.
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Considerando la storia di questo secolo, ardua cosa riesce il dipanare l'intricata matassa degli avvenimenti e il risalire, pel vero corso di essi, fino a riconoscerne l'origine. Erano alquanto sbollite le due grandi rivalit, che partivano l'Italia, ma sotto le ceneri ancor tiepide fervevano altre passioni. Le gare municipali, cresciute e rinfocate dalle novelle dinastie, non avevan tregua. I rapidi avvolgimenti della guerra, rotte le vecchie alleanze, creavano nuove amicizie, mutabili sempre come la fortuna. Le citt marittime divenivano ognid pi gelose del dominio del mare; in queste, e nelle mediterranee, la varia sorte del commercio e delle armi accendeva invidie e livori.
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Il dirsi guelfo ormai pi non bastava a chiarire quale fosse la bandiera inalberata. Un Papa sedeva ad Avignone in Giovanni 22esimo; un altro in Italia ed aveva nome Nicol V. Cos dei Ghibellini. Lodovico il Bavaro fu per gli uni il legittimo imperatore, per gli altri un intruso. E lui cacciato, al sopravenire di Giovanni re di Boemia, quasi tutte le citt d'Italia aprirono le porte al pi splendido fra i principi stranieri; mentre i Fiorentini prima, poscia i signori di Lombardia, levatiglisi contro, lo forzavano a cedere i suoi possedimenti e ad uscire d'Italia. Di qui surse l'alleanza tra Milano e Firenze, prima stretta per la comune difesa dei due Stati, poscia bruscamente rotta da gelosia municipale. Ed a Firenze s'aggiunse poscia Venezia, insospettita dell'alleanza fra i Visconti e gli Scaligeri.
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Ma quanto  difficile tener dietro alle moltiplici vicende, per scoprirne l'origine, altretanto  ovvio il riassumerne le conseguenze. Nella lotta che ferveva da oltre un secolo tra la libert ed il principato, il popolo, per istinto inchinevole alla prima ma ognid pi svigorito, cedeva terreno a palmo a palmo a quelle famiglie, che egli stesso aveva inalzato. E ci senza gravi convulsioni e lentamente, sicch avveniva della cosa publica ci che accade di un tessuto nel quale i fili non sono omogenei e l'uno consuma l'altro, ed  alla sua volta consunto; cos che entrambi si logorano prima del tempo. Questa consunzione di forze s'operava lenta e quasi inavvertita.
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I passi che gli antichi governi popolari facevano verso l'assoluta monarchia erano brevi, ma continui; ogni occasione essendo buona a dare un crollo alla maldifesa libert, ogni piccolo evento propizio per togliere qualcosa a chi non ne ha cura, e per aggiungerlo a chi smaniosamente l'ambisce.
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La signoria di Milano fu conferita ad Azzone figlio di Galeazzo Primo, per decreto del Consiglio generale della citt, pronunciato a voti unanimi il 14 marzo 1330. Ma ci  lecito asserire che quella rappresentanza non fosse libera di scegliere altro individuo, quando pure Azzone non fosse quel buon principe, che giustific coi fatti l'alta stima in cui era tenuto.
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Intanto lo sgoverno dei minori municipj favoriva le ambizioni del Visconte. Brescia, per sfuggire agli Scaligeri, invocava la protezione di Giovanni re di Boemia. Altre citt di Lombardia, e la stessa Milano, dovettero subirla; ma Azzone, per trarne pi largo profitto per se, ottenne dal monarca straniero il titolo di vicario imperiale.
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Per buona sorte, il re di Boemia non tard a far conoscere di qual peso fosse la sua tutela; onde nel 1332 fu tenuto in Castelbaldo di Verona un congresso di prncipi italiani, i quali, posti in oblio gli antichi rancori, si strinsero in lega per fiaccare il comune nemico, e trarre a ruina il pontefice, che seco lui congiurava. Cacciato il re di Boemia (1333) e sbaldanzito il Papa, surse Azzone pi potente e rispettato di prima. Vercelli e Cremona lo eleggono loco signore: Franchino Rusca gli cede la citt di Como: il popolo di Lodi, bandito l'esoso Pietro Tremacoldo, invoca le sue armi. Piacenza s'offre a lui, a patto d'essere liberata dalla tirannide di Francesco Scotto.
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Per tal modo, la successione dei Visconti alla signoria di Milano s'and sempre pi consolidando. E quel che era in Milano, avveniva d'altre citt: a Verona s'insediavano gli Scaligeri, a Padova i Carraresi, a Ferrara ed a Modena i Marchesi d'Este, a Mantova ed a Reggio i Gonzaga, nel Piemonte i marchesi di Monferrato. Presso qualche comune esisteva ancora, il nome di republica, ma la libert republicana era spenta del tutto. Bologna, a cagion d'esempio, sfuggiva al malgoverno del legato Bertrando del Poggetto, dandosi ai Popoli; Perugia e Siena obedivano servilmente a Firenze, schiava alla sua volta di Gualtieri di Brienne, duca di Atene, odiosissimo fra i tiranni. Ogni minore citt, che non fosse serva di un'altra, aveva il suo tiranello.
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Non era dunque pi questione di libert o di servaggio: l'obedire poteva dirsi una necessit. Fortunato il popolo cui fosse dato di piegarsi a men crudo signore. Il mediocre parve buono; il buono ottimo. Invidiavansi i milanesi, e quanti come essi potevano senza adulazione chiamare Azzone il migliore fra i prncipi. E lo era di fatto: perch nelle sventure della sua prima et aveva appreso quanto  uggioso l'imperio non secondato dall'amore dei soggetti. Egli, che aveva languito un anno nei forni di Monza, non ebbe cuore di rinchiudervi il suo pi fiero nemico. E quando l'amore dei popoli gli suscit contro la gelosia dei principi rivali e dovette ricorrere alle armi, seppe usare della vittoria con moderazione.
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Nell'interno poi, onde rendere meno gravi i disagi della guerra, promosse le arti e le industrie, riedific le mura della citt, ne rabbell le case e le strade, e costrusse una reggia s splendida, che dest l'invidia degli stessi imperatori.
L'ambizioso Lodrisio Visconti, cugino di Azzone, mal soffrendo l'umile suo stato, medit di cacciarlo dalla signoria e di collocarsi al suo seggio. Accarezz a quest'uopo la plebe colle promesse, i soldati di ventura colle paghe generose; ed, allestita la famosa compagnia di S. Giorgio, modello di feroce valore, si gitt sulle terre del milanese, e pose le tende sulle rive dell'Olona. Ma Azzone (prova non dubia che egli era amato) non appena dichiar il pericolo, vide tutto il popolo pigliar l'armi in sua difesa, e seguirlo. La vittoria di Parabiago (21 febrajo 1339)  tra le glorie delle armi milanesi.
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Tale fu l'impeto dei soldati e s luminosa la vittoria, che si volle segnalarla come prodigio del cielo. Vive ancora nella memoria dei posteri la tradizione che s. Ambrogio a cavallo, armato di staffile, percotesse le schiere fuggenti di Lodrisio. Lo stesso condottiero nemico cadde in potere dei milanesi. Azzone gli risparmi la vita; pago di sottrarlo alla tentazione di nuove congiure rinchiudendolo nel castello di s. Colombano.
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Sei mesi dopo, Azzone mor (16 agosto 1339); e il lutto del popolo milanese fu profondo e sincero. Convocato il d seguente il Consiglio generale, furono acclamati signori di Milano Luchino e Giovanni zii del defunto. L'elezione, come nei tempi republicani, fu convalidata dall'unanimit dei membri del Consiglio; ma giova ricordarlo, essi non erano i rappresentanti del popolo, s bene creature del principe, perch nominate da lui, o dal podest, che era suo ministro.
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Nella divisione dello Stato, Luchino ben presto raccolse in s la parte d'imperio spettante al fratello. Valoroso nelle armi, sagace nella civile amministrazione, instancabile nel sorvegliare l'operato de' suoi ministri, severo fino alla crudelt, ma giusto perch severo con tutti, egli possedeva i pi sodi requisiti di un principe chiamato a fondare una novella monarchia.
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Le buone leggi emanate da lui sono il suo miglior elogio. Soppresse ogni sdegno di parte. Ghibellino per interesse dinastico, rispett i guelfi, e li eguagli nei favori ai proprii partigiani. Proib che si bruciassero le case dei banditi, detrimento della citt e sfogo spesse volte di passioni private. Viet i duelli, pose freno alle soperchierie dei feudatarj, abol le tasse arbitrarie, compart equamente le imposte, assolse i contadini e gli artigiani dall'obligo della milizia, perch attendessero all'industria e all'agricultura, nutr i poverelli, e seppe preservare Milano dalla pestilenza che desol tutta Italia nell'anno 1348.
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Pari alla sapienza delle leggi era la fermezza di chi doveva sorvegliarne il rispetto. Fe' guerra a oltranza alle masnade che infestavano le campagne, e minacciavano le citt; ma, dopo averle debellate, le riabilit coll'assisa e colla disciplina, di un esercito stanziale. Per esso aggiunse altre sette citt alle dieci, che componevano lo stato ai tempi d'Azzone, e port le armi vittoriose fin sotto le mura di Pisa, da cui riscosse un vistoso tributo. Cre un giudice d'appello per le cause civili, ed, abolite le immunit processuali, pieg all'unica legge ogni ordine di cittadini. Nella politica estera si tenne egualmente lontano da atti di timido ossequio e di ostentata indipendenza. Am vivere in pace coi prncipi stranieri, ma non sollecit mai l'amicizia d'alcun potente con indecorose proteste. Sopratutto adoper rara sagacia a sfuggire ogni occasione di doversi dire vassallo e vicario dell'imperatore.
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Da s accorta amministrazione deriv pronto vantaggio al novello Stato. Le guerre erano state brevi e fortunate. Bench gl'interni dissidj fossero soltanto assopiti, la severit di Luchino e la fermezza del suo governo comandavano quella apparente concordia, che, se non  morale progresso, favorisce pur sempre lo sviluppo della prosperit materiale. Il commercio, l'industria, l'agricultura, durante il suo governo, avevano toccato un alto grado di floridezza.
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Farebbe triste officio lo storico che si provasse a difendere Luchino nel suo procedere contro la famiglia Pusterla. Che il capo di essa Francesco, per viste ambiziose, tendesse le fila di una cospirazione a danno dei Visconti,  cosa fuor di dubio; ma ci non giustifica n le arti con cui si adesc l'esule a ritornare in patria per tradirlo al carnefice, n l'atroce sentenza pronunciata contro la virtuosa sua donna, i figli di lei, ed un gran numero di cittadini, di null'altro colpevoli che d'essere amici dell'ambizioso Pusterla. Ma l'inesorabile Luchino possedeva a perfezione l'arte di governare a dispetto dei partiti e senza l'amore dei sudditi.
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La ragione di Stato era il suo idolo: e questa tetra divinit, che richiede talora sacrificii di sangue, non sapeva in altro modo accordargli la imperturbata sicurezza del suo governo. Per tal modo, egli gi consacrava coll'opera le dottrine pi tardi raccolte da Machiavelli, il quale insegn ai tiranni: che essendo difficile l'essere amato e temuto, meglio  si cerchi d'essere temuto che amato; badando per ad usate cautamente della roba d'altri pi che non del sangue, perch gli uomini sdimenticano prima la morte del padre, che la perdita del patrimonio44. Sentenza umiliante ma vera, che non discolpa i tiranni, ed accusa l'intera umanit.
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Contemporaneamente alla condanna dei Pusterla, Luchino, fatto accorto che i tre suoi nipoti Matteo Galeazzo e Barnab erano impazienti di dividere il pingue suo retaggio, e che a questo fine tenevano pratiche co' suoi sleali amici, s'accontent di bandirli dalla citt e dalle terre del Milanese. Questa volta l'accortezza non lo preserv dalla congiura. Il truce disegno dei nipoti ebbe compimento per opera di Isabella del Fiesco, moglie di lui ed amante dell'esule Galeazzo. La Fiesco, ancora pi famosa per la perversit dell'animo che per la rara bellezza della persona, sospettando che le sue tresche incestuose fossero note al marito, prevenne la collera di lui, e si liber del suo giudice con un veleno (1349).
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Morto Luchino, le redini del governo furono raccolte dall'arcivescovo Giovanni. Sagace quanto il fratello, valendosi d'una amministrazione gi bene avviata, fu e pot essere pi di lui umano e tolerante. Richiam i nipoti dall'esilio; tolse dal carcere Lodrisio; e si mostr disposto a vivere in pace con tutti. Pose la prima delle sue ambizioni nel rendere invidiato il suo governo. E non and guari infatti che Bologna, stanca delle malversazioni di un tirannello, implor d'essere aggregata alla signoria di Milano. Egli gradi l'offerta, e fece pago il principe spodestato con una somma di denaro.
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Il papa Clemente VI, dolente forse d'aver lasciato sfuggire l'occasione di riavere quella citt, non riconobbe tal patto, ed intim al Visconte di scioglierlo e di rimettere entro 40 giorni la citt di Bologna al suo antecedente possessore; sotto pena d'interdetto contro lui e il suo popolo. Giovanni rispose colle parole tante volte ripetute dagli stessi pontefici tenere egli l'evangelio con una mano, coll'altra la spada, e rimand i legati del Papa senz'altro. Chiamato poscia a scolparsi della doppia inobedienza presso la corte d'Avignone, si mostr docile all'invito, e fece correre la voce che stava allestendo 12 mila cavalli e 6 mila fanti per fare onore alla chiamata. Bast la nuova perch l'ira del Papa si calmasse, senza altra ritrattazione. Bologna divenne citt dello Stato di Milano, al solo patto che il Visconti in quella terra s'intitolasse Vicario della Santa Sede.
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In questo mezzo la republica veneta, ingelosita delle prospere sorti di Genova in levante, preparavasi a moderarne l'orgoglio. I pretesti ad una guerra sono l'ultima e la pi facile cosa a trovarsi, quando fervono le gelosie, e le armi son pronte. Non appena scoppiate le ostilit, la vittoria fu pei Veneziani soccorsi dal re Pietro d'Aragona. Genova allora bloccata in mare dalle galere Venete, assediata sulla costa di ponente dalle schiere aragonesi, prov estrema penuria di viveri. L'unica escita dell'affamata citt s'apriva verso le terre d'Alessandria e di Tortona possedute dal Visconti.
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L'arcivescovo Giovanni non si mostr sollecito a soccorrerla, pensando forse che le durezze dell'assedio portate all'estremo sarebbero tornate a suo maggior profitto. N s'ingann: i Genovesi, piuttosto che darsi vinti ai Veneziani od agli Aragonesi, offrirono la signoria della republica al Visconti, che di buon grado l'aggiunse all'altre citt dello stato (1353). In questa occasione, il vessillo dei milanesi sventol la prima volta sul mare. Le navi di Genova, cariche d'armi milanesi, respinsero vittoriosamente le galere veneziane fino sul lido d'Istria; ed ivi, messa a terra una piccola armata, videro andare in fiamme la citt di Parenzo, uno dei porti pi formidabili della costa veneta.
Dopo sei anni di governo, il signore di Milano cess di vivere (1354), e la sua morte fu sinceramente compianta. Chi ricorda con noi, che
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... giunta la spada
Col pastorale, l'un coll'altra insieme
Per viva forza mal convien che vada.
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non incliner per fermo a trovar provida la signoria di Giovanni Visconti, arcivescovo, principe e capitano. E saremmo di tale avviso, se, per onor del vero, non si dovesse confessare, che la condotta di lui non mir a conciliare i due poteri, usandoli o meglio abusandoli ad una volta. Vivo Luchino, fu prelato e non principe; n mai s'immischi nel governo. Dopo la morte del fratello, condotto dalla forza degli avvenimenti al trono, brand la spada e dimise la stola; n mai di questa fe' sostegno a quella: perci, nell'urto dei due poteri, prefer difendere i diritti del principato civile; e, libero da ogni vano ossequio, verso l'ambiziosa corte d'Avignone, raggiunse l'onorevole scopo di far felice il suo popolo.
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Per lui la patria divenne grande, ricca, potente; e se, in mezzo a tanto splendore, egli non fu largo di istituzioni libere,  temerario l'accusarne il maltalento del principe; mentre ci  lecito credere, che il popolo di buon animo s'accomodasse al governo di un sovrano assoluto, quand'ei fosse mite ed illuminato come il Visconti
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97.
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Colla successione al trono dei tre fratelli Matteo, Galeazzo e Barnab, rientriamo nella cerchia dei fatti che abbiamo preso a narrare, e torniamo al nostro umile officio di cronisti. Questo sommario storico ci parve indispensabile a chiarire meglio la condizione dei tempi a cui risale il racconto. Non ci duole d'esserci di soverchio dilungati in questa digressione. La storia  il pi semplice e pi salubre nutrimento dello spirito umano: quand'essa  veritiera (e pu esserla anche in bocca ad umile narratore) non sar mai, a parer nostro, inopportuna e superflua.
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Dei tre fratelli correggenti lo stato di Milano, ci venne dato di far parola separatamente in varie pagine, e torneremo a parlare d'alcuno di loro, se e quando lo sviluppo del racconto il richiegga. Ci sia intanto permesso di chiudere queste notizie con una considerazione.
Il modo, con cui qui si  tracciata la storia dell'origine e dell'incremento della dominazione viscontea, forse ci avr meritato l'accusa di parzialit verso una famiglia, che la maggior parte degli storici chiama tirannica e liberticida; e se ci fosse, si leverebbe contro di noi il vecchio adagio: che una cattiva causa condanna chi la difende.
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Ma  bene dichiarare che non  e non pu essere nostra intenzione di attenuare la colpa di chi degrada la patria, privandola della sua libert; ch in questo caso saremmo rei di una piet stolida ed ingiusta. Ponendo i fatti come base dei nostri giudizj, asseriamo intanto che colla signoria dei Visconti and mano mano scemando la libert nei paesi a loro soggetti. Ma nel cercare la vera cagione di ci, non ci arrestiamo alla sola influenza di questa famiglia, n al volere, per quanto ferreo ed efficace, di pochi uomini. Convien salire per trovarne una pi alta e pi potente.
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Chi fosse chiamato a decidere quale fra le stagioni  la pi bella, quale fra le et dell'uomo la pi robusta, certamente non esiter nella risposta. La primavera  la giovinezza della natura; come la giovinezza  l'aprile della vita umana. Ma questo dono, s prezioso e pi o meno durevole,  sempre caduco. Sulla fede soltanto di queste povere pagine, chi oser porre in dubio che i tempi della lega lombarda rappresentano la giovinezza del nostro popolo, la primavera della nostra vita civile? Chi non preferisce l'austera e selvaggia virt di quel secolo alle balde millanterie dei cavalieri, ai canti evirati dei trovatori? Se quell'epoca  la meno celebrata dagli storici, dicasi che quando  universale la virt, non si fa pompa di virtuosi.
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Ma qui  necessario avvertire che, mentre il reggimento dei comuni dopo le vittorie contro gli Svevi era popolare, il governo, per diritto, non poteva dirsi del tutto libero: imperocch anche nei migliori momenti di quel secolo, quando il patto di Costanza, conquiso a Legnano, fu il palladio delle franchigie italiche, il diritto eminente di sovranit sopra queste terre rimase intatto pressa gli imperatori ed i re alemanni. Se i prncipi lontani e deboli non pesarono sempre con braccio ferreo sopra un paese, che gi vantava armi e leggi proprie, lo spirito della dominazione straniera era tradutto nell'ingordigia dei feudatarj, vera emanazione della nordica prepotenza.
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Eppure, essendo la durevole concordia del popolo nelle condizioni di quel tempo una virt impossibile, queste famiglie, con tutto l'odioso apparato delle loro ribalderie, potevano diventare lo scampo della patria nostra. Codeste stirpi, ora bandite dal popolo pel loro fasto insultante, ora richiamate a vestire gli alti officii di capitani o di podest, avrebbero potuto nel loro interesse compiere quell'emancipazione, che il popolo colle rapide sue vittorie lasciava a mezzo.
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La via doveva essere lunga; i mezzi forse odiosi ed illiberali: ma la meta certa ed onorevole. Mentre le citt erano divise tra loro per vecchie ruggini o per gelosie recenti; mentre diveniva un Marcello, come dice Dante, ogni villan che venisse parteggiando; mentre infine l'Italia, per l'infelice destino di Roma sottratta al patrimonio nazionale, cercava invano il faro a cui rivolgere le prore fluttuanti delle sue cento republiche, nulla di pi opportuno, a coordinare ad una sola meta i moltiplici e discordi tentativi, che l'opera violenta di una mano che raccogliesse gli sparsi brani della nazione, frenando nei popoli la garrulit delle fazioni e, per compenso, togliendo ai prncipi stranieri quella autorit che, anche fiacca e maldifesa, era sempre come una punta di ferro latente nella cicatrice.
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Queste famiglie avevano tutta l'ambizione che basta a rendere possibile l'ardua impresa. La maggior parte di esse vantava sangue italiano; alcune, o franche o longobarde, eransi rese italiane vivendo sotto questo cielo, il pi adatto a naturalizzare le stirpi straniere. Gi in altri paesi, dove le popolazioni barbare ed ignare dei loro diritti erano a discrezione dei tiranni, le nazioni, sparse in un numero indefinito di famiglie, si collegavano, e si rendevano compatte e formidabili. Ivi i progressi nella civilt, dice il Sismondi, s'operavano a rilento; i padroni aumentavano in potenza, non gi per lo dirozzamento dei sudditi, sibbene per la congiunzione di nuovi stati; e una decina di sovrani potenti era sottentrata a un centinaio di sovrani pi deboli.
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A tale rivolgimento non doveva e non poteva rimanere estranea l'Italia. Gi varie famiglie surgevano a far bottino della sovranit sbriciolata nelle secolari contese. I Visconti tra queste non furono certamente secondi ad alcuna. L'ardito concetto rifulse nella vita dei pi fra i signori e duchi di Milano. Si chiamarono ghibellini, pi che non lo fossero: giacch riconobbero il vassallaggio verso l'impero, per consolidarsi con lui e per lui; l'ossequio ben presto cangiarono in alleanza; coi matrimonii mirarono finalmente a trattare gli altri prncipi da eguali. Con tale procedere tentavano di rifare sulle ruine del dominio straniero e delle interne fazioni il nuovo regno italico, ed aspiravano a quella corona, che con perdonabile invidia vedevano posare su fronti non italiane.
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Quando i diritti sovrani sono abusati, nulla di pi provido che il vedere strappar lo scettro dalla mano del tiranno, perch, ripartito equamente sul popolo, sia da lui guardato con quella religiosa osservanza con cui i gentili custodivano gli dei penati; ma quando l'egoismo o l'ambizione operano di modo, che gli uni abbandonano in un'obbrobriosa incuria il sacro deposito, gli altri lo mercanteggiano o lo usurpano,  minor male, ch'esso ricada nella mano di un solo, il quale si faccia garante della sua incolumit al cospetto della nazione.
Gi si  veduto come le signorie d'Ottone, di Matteo I, di Galeazzo I, d'Azzone, di Luchino, e di Giovanni, con pi o meno fortuna, riescissero al nobile intento di temperare le intestine discordie, e di svolgere le forze necessarie a rendere ampio, securo e glorioso il nuovo stato.
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Non si vuol dissimulare, che cotesta naturale espansione fu inceppata dal maltalento dei tre figli di Stefano, ma la vedremo ripigliare vigore poco dopo pel senno e per l'infaticabile operosit del Conte di Virt; il quale, associando alle armi la sagacia politica, chiam a s molti popoli d'Italia, che sonnecchiavano in una maldifesa libert o, in braccio a tiranelli, si contorcevano in inutili rivolte. Per lui, se la fortuna gli fosse stata propizia, avremmo veduto surgere un forte regno, quale da Roma in poi non aveva mai esistito che di nome, e a tutto nostra danno. Per lui l'italica corona, gi da cinque secoli, avrebbe cessato d'essere il trastullo dei prncipi stranieri, per divenire retaggio e gloria della monarchia italiana.
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CAPITOLO DECIMOTERZO.
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98.
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Il palazzo di Barnab Visconti surgeva a sinistra della chiesa di s. Giovanni in Conca, lungo la via che conduce alla Porta Romana e sull'area di tutta l'isola compresa tra quella strada e l'altra diretta alla pusterla del Bottonuto. Chi bramasse conoscere la ragione storica di questi nomi cos strani, consulti il Lattuada ed il Torre, che in fatto di etimologie hanno un coraggio, che a noi manca del tutto.
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Per mezzo di una galleria coperta, esso congiungevasi alla corte dell'Arengo ed alla rocca di Porta Romana: e in vista delle sue mura massicce, della fossa che lo cingeva e della porta munita di ponte e di saracinesca, poteva dirsi un castello. Erano in esso ampii e splendidi appartamenti pei prncipi, belle e commode stanze pei cortigiani, cui si accedeva per diversi cortili. Il pian terreno serviva in parte ai domestici ed al presidio; il resto racchiudeva immense stalle, e quei famosi canili in cui si nutrivano a spese dello Stato migliaja di bracchi e di segugi ed altretanti alani, con una turba di canattieri di proverbiale ferocia.
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Nella parte pi remota ed obliata del palazzo esisteva l'alloggiamento di Medicina. Per arrivarvi era necessario percorrere un riscontro di cortili, salire scale e pianerottoli, girare anditi e ballatoj. Chi avesse osato spingersi fin l, doveva far conto di schiassuolare da un labirinto, per trovare la via del ritorno.
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Medicina, non dissimile da quegli animali, che vivono ed ingrassano nei mondezzaj, si dilettava di abitare una topinaja, la cui sporcizia faceva torcere gli occhi ai curiosi, e ravvolgeva la sua potenza in qualcosa di uggioso e di spaventevole. Avrebbe potuto ottenere una dimora pi commoda: non la chiese e non l'avrebbe accettata, per la stessa ragione che il mendicante non vuol dimettere i cenci, che gli servono di mostra a tenere in credito la professione.
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Abitava egli dunque nella parte pi alta del palazzo, in una cameruccia a tetto, che aveva le anguste proporzioni di un forno. Vi penetrava scarsa la luce da piccole finestre protette da una fitta graticciata tutta polvere e ragnatele. Dalla impalcatura della volta annerita dal fumo pendevano gli scheletri bianchi di un icneumone e d'un cocodrillo. Un immenso avoltojo cogli occhi di vetro, ed una strige colle ali aperte, parevano creature vive impazienti di un varco per escire a volo.
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Sul fondo della parete, di colore arsiccio e bituminoso, tutta fessa e sbullettata, erano schierati a varii piani fiaschi e vaselli differenti di misura e di forma, ampolle ed ampolline di vetro, di terra, di metallo; alcune colorite dal liquido contenuto; altre lucenti di un riflesso argentino o di color cupreo. Di qua storte e lambicchi destinati a stillare acque salutari o velenose; di l fornelli e crogiuoli; e nel mezzo, sopra un cippo di serpentino, una sfera a grandi armille, poi un astrolabio, che al d d'oggi farebbe andare in visibilio un antiquario; e in giro tavole nere, con suvvi disegnate a bianco figure angolose, o curve, o serpeggianti: strana traduzione delle cabale non per altro riverite dal vulgo che pel merito d'essere affatto incomprensibili.
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Poich  necessario tenere di vista quest'uomo, che non  l'ultimo personaggio del racconto, sar bene che visitiamo la sua officina, e che lo cogliamo di sorpresa in uno dei momenti, in cui egli s'abbandona con tutta sicurezza all'esercizio delle sue arti malefiche.
Vestito di una zimarra bruna che traeva al rosso, tutta squarci e rappezzature, coperto il capo d'una beretta a cono simile ad uno spegnitojo, andava egli tramenando la mestola entro un pentolone, dal cui bollore, simile allo scrosciare della pioggia, surgeva un fumo nero e nauseante. Questo lavoro non gli impediva di conversare con un uomo di statura mezzana, d'aspetto ambiguo, e vestito assai poveramente, che gli stava dinanzi coll'aria umile di un accattone.
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Mal vecchio, mal cronico ed incurabile, Seregnino mio: che vuoi che io faccia? diceva il negromante, senza levar lo sguardo dal suo fornello, che gli vibrava sul volto una tinta infocata, opportunissima a chi volesse dipingere il demonio.
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Lo so, messere, lo so: non si viene da voi che per farsi acconciare l'osso del collo. E voi ci riescite, quando vi mettiate all'impresa da quell'uomo che siete. Ajutateci, messere, ajutateci per carit; e non ci troverete ingrati. Una manata d'ambrogini per ognuno dei nostri nemici, che avrete spedito al cassone. Non  un affare spregevole, eh? Ve lo dico e ve lo prometto in nome della comunit.
Figliuol mio, non si crede al santo, finch non ha fatto il miracolo; soggiunse Medicina crollando il capo con aria incredula. Ma pure.... vediamo. Raccontami per ispasso e pi chiaramente qual , e come ti venne dato l'incarico da' tuoi borghigiani. Ma cerca d'essere spiccio, e sopratutto sincero.
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Ecco la storia genuina; prese a dire l'incognito avvicinandosi al ciurmatore, e biasciando le parole per trovare un buon esordio. Ecco qua... Da un pezzo i nostri di Seregno soffrono ogni maniera di villanie per colpa dei vicini di Desio. Una volta costoro vengono a far vendemmia nelle nostre vigne, od a danzare sui seminati; un'altra ci tagliano i cedui, o ci spazzano i pollaj. Sempre poi (perch questo  frutto che matura in ogni stagione) svaligiano i forastieri stilla strada che congiunge i due comuni; e se il mal capitato  uno dei nostri, ce lo rimandano spoglio e con un rifrusto di legnate.
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Non v' piet per donne o bambini; non pi rispetto pei vecchi; inutile pregar Dio e i santi:  un toccarne ad ogni momento, una pioggia d'insulti e di violenze, che gridano vendetta in Cielo. Poco tempo fa ci hanno spedito in borgo il nostro Console, la miglior pasta d'uomo, derubato, pesto, seminudo e colla faccia sfregiata per ischerno da nero fumo, che faceva venire la bruttura ai bimbi. E quando i furfanti hanno un somaro morto o peggio, lo trascinano di notte sulla nostra piazza, e ve lo lasciano con un cartello, che dice: date sepoltura a un fratel vostro. Vi par piccola cosa, cotesta? Di simili baronate avrei da contarne un pien sacco.
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Dicendovi che il vostro male  incurabile, non intendeva parlare dei bocconi amari che dovete inghiottire; non  questo il peggior malanno. - Il cancro l'avete voi altri nel cuore, che vi fa piagnucolare, e non sa trarvi d'impaccio. Sentiamo un po': chi sono e quanti quelli di Desio? Chi e quanti quei di Seregno? Oh per la conca di s. Giovanni!
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Fate anche voi, come fanno essi: pan per focaccia. Pigliate l'armi, correte sul comune del nemico; fatevi render ragione degli insulti; e compensatevi dei danni. Se non bastano le minacce, date la picchierella al primo che vi capita alle mani. E se non basta neppur questo, battete all'orba; mettete a ruba le case dei nemici, appiccate il fuoco ai quattro canti del villaggio... Per Dio! che cuore  il vostro?.
Si  pensato anche a ci... ma...
Il piovano v'insegna, che le busse sofferte per l'amor di Dio, spingono a gran passo sull'erta del paradiso, n' vero?  soggiunse sghignazzando Medicina.
Il piovano ha cura d'accendere ognid una lampada a S. Martino.
E' non gli crocchia il ferro al vostro santo: replic con ghigno ancor pi satanico il ciurmatore. Ebbene volgetevi a lui; ei canger i conigli in leoni.
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Eh via, messere, non andate in collera per ci. Se fui mandato a voi, gli  che si ha confidenza nel vostro ajuto.
Non avete chiesto finora consiglio ad altri?
No, no: ve lo giuro come se fossi in punto di morte riprese il Seregnino, ponendosi il palmo della mano sul petto.
E chi snocciola in caso che io accetti?, soggiunse il ciurmatore sospendendo il suo lavoro, e facendo colla mano l'atto di chi numera delle monete.
Quei del comune.
Il mio secreto in mano al comune ed alla comunit Fossi matto....!
Come volete che si faccia altrimenti?
Bisognava venir qui cogli spiccioli, e pagar anzi tutto.
Rimango io qui in mano vostra, come ostaggio.
Medicina non pot trattenere una goffa risata. Grazie dell'offerta: un poltrone tuo pari da satollare. No, no; vattene con Dio, torna al tuo paese, e d a' tuoi, che chi tosto crede, tardi si pente.
Seregnino rimase come colui, che si sente cascar di mano il pane. Andava mendicando ragioni, e almeno parole, per rabbonire il negromante; e intanto lo guardava con un viso piagnoloso e scontento, come se volesse moverlo a piet.
Che fai qui, baccellone? ripigli Medicina con tuono adirato; t'ho gi detto il pensier mio. Vattene alla malora e d a chi t'invia, che di buone intenzioni  pien l'inferno; e che si rivolgano ad altri, ch io non ho nulla per loro.
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L'inviato del Comune, vedendo che s'addensava sul suo capo un temporale, non volle insistere, ma nel ritirarsi, bel bello, faceva scricchiolare gli scarponi, come se escisse a gran passo; e intanto aveva l'occhio al ciurmatore, sperando ancora d'essere da lui richiamato. N il suo presentimento fall; poich giunto sulla porta vide che Medicina, deposta la mestola, si volgeva a guardarlo, e gli faceva cenno colla mano di tornare indietro.
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Forse fu il liquido fumante della caldaja, che dalle sue bolle infocate spinse un vapore inebriante alla testa di Medicina, e vi risvegli un progetto temerario ed infernale. Pensarlo, studiarne il piano, indovinarne il risultato, fu un punto solo. Per l'esecuzione aveva bisogno di un compagno, o meglio di un complice, e designava il Seregnino a quest'officio.
Il primo ed immediato suo scopo era quello di far del male; ch nel male degli altri egli, pe' suoi malvagi istinti, riponeva ogni suo bene. In via d'appendice poi, per cavar costrutto dalle sue fatiche, aveva ideato di riservare a s la diffusione di un rimedio atto a scemarne gli effetti; e questo rimedio doveva costar salato ai borghigiani. E qui stava la morale del suo disegno. Udiamolo il progetto dalle sue stesse parole.
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Vien qua, mrtore, disse Medicina richiamando l'altro con un tuono di voce alquanto raddolcito. Non si dica mai che io ho cacciato chi implorava il mio soccorso.
Il Seregnino gli si avvicin sollecitamente.
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Senti che cosa m' frullato per la fantasia. Quel che vorrebbero fare i tuoi amici del comune, perch non lo facciam noi, a tutto nostro diletto e profitto, senza dar ragione alle comari del che e del come?..
L'uditore aveva tanto d'occhi, e mostrava la sua crescente meraviglia sbarrando la bocca ad ogni parola.
In questa pentola, ripigliava, v' di che mandar due volte quei di Desio a dar le barbe al sole: basterebbe versare una presa della polvere, che sta sul fondo, in ogni scodella da massaro, poi e fece un gesto, che non  possibile tradurre, tutto il paese sarebbe in preda a una furiosa mora. Non ti spaventare, non mi far gli occhiacci; ascoltami. A noi baster dare a quei gradassi una seria lezione per farli saggi ed amicarli coi vicini. Gitteremo una dose conveniente di questa polvere, nelle fontane... e...
Quale ne sar la conseguenza? chiese il Seregnino sbigottito.
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I terrieri di Desio, m'imagino, ad eccezione del piovano, saranno accostumati a bere acqua e ad attingerla alla fontana. Quei villani che, tornando dai campi trafelati e sitibondi, si chineranno su di essa per succhiarne una buona tirata, di l a poco, clti da un granchio mortale, non avran tempo di chiamare il prete. Ma ci non accadr che a pi robusti e ai meno temperanti. In quanto al grosso della popolazione che la ingoia nei modi ordinarii, dilungata coi cibi e a corpo fresco, non accadr tanto male; o per lo meno il male andr s a rilento da accordar tempo di porvi rimedio, e in ogni caso quello necessario a dimandar perdono dei peccati, e salvar l'anima. Da principio sentiranno arsura allo stomaco, poi abbandono di forze e d'appetito, infine una malavoglia ed un fastidio, che li trarr supini a chieder merc a Dio ed agli uomini.
E poi?...
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99.
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La scelerata vendetta proposta dal ciurmatore non tard ad essere compiuta per mano del suo degno satellite, il Seregnino. Subito dopo l'inquinamento delle fonti, cominciarono a manifestarsi nel villaggio deplorabili casi di decessi e di malattie inqualificabili. Alcuni spiravano come fulminati da una sincope; altri ammalarono, accusando sintomi nuovi e stravaganti, ai quali la dottrina empirica d'allora non sapeva applicar un nome, e meno ancora un rimedio. Il resto della popolazione portava le impronte dello sgomento sul viso allibito, negli occhi invetrati, nell'andar lento e scomposto. Per giustificare i primi casi, si trovarono le solite contorte ragioni. Chi moriva di colpo era un beone, un diluvione, un uomo senza modo e senz'ordine. Ma quando i casi si fecero pi spessi, il chiamarli tutti colpa delle povere vittime era un vezzo crudele, che non bastava neppure a tener tranquilli i superstiti, tocchi essi pure dai sintomi d'una stessa natura. Le menti esaltate dal veleno e dalla paura, pretesero di trovare l'origine dei loro mali in un ordine pi alto di cagioni; la prima e la pi ovvia di esse fu il credere d'essersi meritati un castigo di Dio.
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Quelli che avevano ancora forza per reggersi, accorrevano in chiesa, e si prostravano umili e piangenti, a dimandar perdono dei loro peccati. Fu spedita una eletta d'uomini a Seregno, per confessare i torti dei compagni e chiederne scusa. Il piovano, che in mezzo a tante miserie, per la ragione gi presentita da Medicina, conservava una faccia tonda e rubizza, volendo trar frutto dalla disgrazia, fece tuonare dal pulpito la sua voce, per indurre i peccatori a mutar vita, e a meritarsi il perdono del cielo: mallevando che l'avrebbero ottenuto col riempire il bossolotto delle elemosine.
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Quando Medicina, informato d'ogni andamento, pot chiamarsi sodisfatto del successo ottenuto, pens al resto del suo disegno, dal cui compimento sperava un doppio effetto: quello, cio, di rassodare il proprio credito col restituire la salute ai borghigiani, e quello ancora pi importante di ottenere per s un generoso compenso della sua turpe impresa.
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Aspett che s'entrasse in quaresima, e fece correre la voce pel borgo, che un santo eremita reduce di Palestina, con un carico di reliquie e d'indulgenze, informato della terribile calamit che affliggeva quella terra, sarebbe accorso ad offrire ad essa il tesoro della grazia divina e il conforto della salute del corpo. Con quanta ansiet, con qual fede ei fosse aspettato ed accolto, lo imagini chi pu farsi un'idea della disperata paura di quegli infelici, che gi sognavano il finimondo.
Per eludere ogni sguardo malizioso, Medicina s'orn il mento d'una barba posticcia, la fronte e le guance alter con rughe profonde, si chiuse nel suo mantello, avvolse la testa nel cappuccio, prese il bordone e la sporta, ed entr in borgo col capo chino e curvo nel dorso, come se fosse vecchio d'anni e di penitenze.
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Seregnino, quantunque dopo un mese di soggiorno in Milano avesse spogliata l'aria povera e macilenta della sua condizione, dovette mascherarsi con maggior studio, temendo di essere scoperto. I suoi l'avevano conosciuto magro allampanato; ora, dopo i beati ozj dell'officina, s'era vestito di carne soda e rubiconda. Nondimeno, per ingannare il pi fino sguardo, si fe' radere il capo e le ciglia, e si appiccic una barbetta rossa. Medicina poi, per isviare la curiosit della gente che non avrebbe lasciato di chiedergli se il suo compagno era un santo di egual peso, improvis una ridicola storia sul suo conto: spacciando essere egli un infedele convertito, che dianzi non aveva n legge n fede, e che, tocco dalla grazia divina e dalle sue parole, abbandon una greggia di mogli e di schiavi, rinunci alle ricchezze, ed all'abitudine di mozzare la testa a chiunque non gli andasse a versi, per farsi battezzare nelle acque del Giordano, e divenire il pi mansueto, il pi savio, il pi virtuoso della cristianit. Peccato, per, ch'ei non sapesse spiegarsi che nella lingua del suo paese. Cos Medicina di l'imbeccata al suo allievo; il quale, arrischiando solamente qualche monosillabo tolto a imprestito da una lingua di sua invenzione e pronunciato con una voce fessa e nasale, riesci a farsi credere un miracolo ambulante, una vera pasta di paradiso.
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Medicina, tornato alla vita d'altri tempi, aperse le cellule della sua memoria per trarne, coi ricordi della giovent, gli infallibili secreti di gabbare il mondo. Dall'alto di un palco, costrutto sulla piazza, ed ornato di sacri emblemi, egli dominava la folla collo sguardo e con la parola. Il primo volgeva spesso al cielo in atto di profonda piet; l'altra ora improntava di un'eloquenza maschia, minacciosa, terribile, atta ad estinguere ogni avanzo di ribellione; poi tornava piano, mansueto, affettuoso a segno da svegliare negli ascoltatori un tenerume, che si squagliava in lacrime ed in picchiamenti di petto. Il vulgo gradiva tutto: le parole di chiaro senso, come i bisticci inesplicabili ed arcani; anzi forse pi questi che quelle.
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Certo ormai il ciurmatore d'aver fatto colpo sulla moltitudine, pens di accreditare le parole col dare un pegno luminoso della sua benefica influenza. A quest'uopo, di piena notte, (dopo d'aver consigliato ai terrieri di ritirarsi al cader del sole) si rec alla fontana avvelenata, e v'introdusse un reagente atto a cangiare la sostanza venefica sparsa nell'acqua in un'altra di diversa natura che, precipitata nel fondo, doveva rendersi affatto insolubile, e quindi innocua. Per maggior cautela, il d seguente consigli all'uditorio di correre ad una fontana fuor del paese, che per inspirazione del cielo gli era stata indicata come ricca di miracolose virt. Propose agli infermi che s'inebriassero di quell'acqua salutare; e ne porgessero largamente a coloro, che non potevano trascinarsi alla fonte. Tacciamo delle preci, delle offerte, degli atti di piet, che inculcava ai devoti, onde rendere pi efficace l'uso del farmaco. Fatto , che al terzo giorno cominciarono a manifestarsi, in modo non dubio, i sintomi di un generale miglioramento. Gi i borghigiani, rapiti dall'improvisa ed insperata grazia, gridavano al miracolo: e Medicina, frenando l'incomposta esultanza dei creduli, grid dal pergamo la ragione alta e secreta del grande prodigio.
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Figliuoli miei, disse egli; sapete voi perch da due giorni i vostri dolori sono calmi, perch cominciate a sentire i benefici effetti della salute?... Ve lo dico io Ho fatto per voi il voto di portare in Terra Santa tant'argento che basti ad ornare il santo sepolcro di una lampada che arder sempre in memoria della grazia ottenuta. Il cielo accetta il dono che io fo secondo le vostre intenzioni. Ora tocca a voi a mostrarvene degni. Il bene che ora cominciate a sentire, vi pu essere tolto, se voi mancherete al sacro patto che io ho giurato in vostro nome. Guai figliuoli, guai! Pensateci bene: pensate se, per conservare quell'inutile materia, vi conviene perdere la salute del corpo in un con quella dell'anima.
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Non appena ebbe dette queste parole, vide ammucchiarsi intorno a s tutto quel poco ben di Dio, che i borghigiani avevano in tasca. E questo era un nulla. Tutti correvano alle loro case, e mettevano la mano sui ruspi e sui tesoretti, raggruzzollati a gran fatica o nascosti. Alcuni vi fecero una importante sottrazione; i pi deposero il proprio, tal quale, ai piedi del liberatore. Erano piccoli valori; ma gli offerenti erano molti; la somma fu tale, perci, da vincere l'ingorda aspettazione di Medicina.
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Il d vegnente, caricate su di un somaro (dono esso pure di un povero contadino) l'elemosine raccolte, part col suo compagno alla volta della citt. Egli riportava intatta un'altra dose della polvere micidiale, di che intendeva far uso in caso di renitenza o d'insolvibilit de' suoi protetti. Ma i borghigiani erano stati fin troppo docili; non mancava altro, che il portassero in trionfo fino a Milano; e l'avrebbero fatto, se Medicina non avesse imposto loro di ritornarsene. Obed quella buona gente come alla voce di Dio, e tutti si ritirarono nelle loro case a gonfiarsi d'acqua benedetta, a magnificare il miracolo ottenuto, ed a consolarsi del vuoto della borsa, pensando con nobile orgoglio che il loro nome avrebbe suonato glorioso fino nella terra degli infedeli.
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100.
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Medicina in ogni sua azione soleva proporsi pi di uno scopo. Il primo e il pi palese, come gi si  veduto in tante occasioni, era il guadagno. L'altro o gli altri, collocati, direm quasi, in seconda linea, erano le anella di una catena d'interessi diversi, con mezzi e fini loro proprii, tanto pi cupidamente vagheggiati, quanto erano meno facili a raggiungersi.
Nell'affare di Desio si  veduto com'egli abbia toccato vittoriosamente il primo scopo; diciamo ora qual altro disegno nutrisse, e come volgesse a quello ogni suo procedimento.
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Medicina era stato punto al vivo dal rovescio toccatogli a Campomorto. Non appena ebbe salva la vita, abbandon l'affettata mitezza con cui cercava ricomprarla a prezzo di vilt dai vincitori, per tornar quello di prima, l'uomo della vendetta. Non sapeva dire se pi gli dolesse il perduto bottino o l'onta della sconfitta. La speranza di avere la rivincita dello smacco sofferto, e di vendicarsi di chi o di che ne era stata la cagione, era l'unico refrigerio di quella doppia spina. Ottenuto il primo intento, l'altro non poteva andar fallito.
Ma quando voleva trovare il bandolo della strana avventura, egli era costretto a frugare nel bujo, e vi si smarriva. Allora riassumeva i suoi voti nel progetto di rendere male per male, aggiungendo al novero delle sventure che affliggono l'umanit una sventura di pi, come se questa fosse la restituzione di un valore preso a mutuo, e gli togliesse dalla coscienza il peso d'un debito.
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I suoi primi pensieri di vendetta erano rapidi, febrili, sanguinarii: ma non avevano costrutto. Avrebbe voluto radere al suolo il villaggio; ucciderne gli abitatori, far di tutti e di tutto un orribile scempio; e poi gli pareva che sarebbe stato l'uomo il pi felice della terra. Ma una voce interna, dato gi il primo bollore, applaudendo all'ardita impresa, gliene chiedeva sommessamente i mezzi. Allora la terribile sentenza, sottoposta all'esame della mente esperta al malfare, veniva richiamata entro i limiti di una moderazione tanto pi terribile in quanto che rendeva facile ci che prima era impossibile. In questa nuova fase, Medicina risolvette di trovare una vittima qualunque, che espiasse la colpa dell'ignoto destino. La mente sua non and molto fantasticando nella ricerca: la vittima designata fu Agnese Mantegazza.
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Ci verr chiesto perch scelse Agnese e non altri? perch rivolse le sue ire contro costei, che non gli aveva fatto alcun male, e che appena conosceva di nome?
La passione da cui era mosso Medicina, entrata in un secondo stadio e divenuta pi fredda, non voleva essere cieca. Appunto perch l'ira sua non aveva un punto fisso, egli ne faceva questione di opportunit, libero essendo di sfogarla dove e quando meglio gli conveniva. Per una sorte fatale, Agnese fu la prima vittima che gli si present alla mente, e il vendicarsi su lei, gli parve cosa che gli offriva la maggior probabilit di riescita, e le migliori condizioni. Forse egli pens di colpire nella castellana di Campomorto tutta quanta la popolazione del villaggio; forse la fuga di lei, le sue avventure, l'affetto istesso che ella nutriva pel conte, e la protezione che ne ritraeva, gli risvegliarono nell'animo la scelerata compiacenza di distruggere una nascente fortuna ed un futuro pieno di speranze.
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Che se queste ragioni pajono deboli, non si ha che a studiare la malvagia natura di quell'uomo, per convincersi ch'egli doveva odiare istintivamente Agnesina. Vera incarnazione dello spirito maligno, era e doveva essere implacabile nemico di colei, ch'egli reputava la stessa virt. Risoluto ed estremo nelle sue ire, come sagace e prudente nello scegliere i mezzi a sodisfarle, doveva preferire una guerra d'intrighi, ricca di mezzi, ad ogni slancio subitaneo e pericoloso. Ei si preparava pertanto a tirar botte all'oscuro, certo di ferire altrui, ma pi ancora certo di salvare s stesso.
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Appena ebbe digrossato il suo perfido disegno, trov la necessit d'avere un compagno, che lo ajutasse a metterlo in opera. Lo cerc; o, meglio, il caso glielo offerse in Bergonzio detto il Seregnino, l'uomo fatto per lui. Il suo corto ingegno lo rendeva fedele ed ossequioso; una spensierata temerit, figlia della sua stessa ignoranza, dava a lui l'incrollabile fermezza dello scoglio che sopporta inerte il flagello delle onde. Medicina aveva, per mezzo suo, raddoppiate le forze del suo braccio, ed esteso il raggio della sua malefica influenza, senza ledere l'unit del comando. Il compagno volava dovunque fosse spedito, senza chiederne il perch, senza mai pattuire la mercede avanti il lavoro, o pretendere di indovinare le conseguenze prima dei fatti. L'affare di Desio diede occasione ad entrambi di conoscersi bene; la cieca servit dell'uno divenne, per dir cos, il complemento della versatile e poderosa volont dell'altro. Per tal modo, Medicina aveva scelto il campo della nuova guerra, e stretta la necessaria alleanza per accertarne la vittoria.
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Senz'altro occuparci delle tenebrose macchinazioni di quel ribaldo, senza seguire le oblique tracce percorse da lui e far tesoro dell'arcana scienza degli scelerati, vediamolo alle prove, e giudichiamolo secondo i fatti; condonando a lui quel tanto che rest entro i confini di un male incompiuto.
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Qui si rannoda il filo che abbiamo spezzato per pigliare notizia di una serie di avvenimenti anteriori al racconto, ma che formano parte integrante di esso, perch ne preparano e ne affrettano lo scioglimento. Ricordi il lettore d'aver lasciata Agnese impensierita, mesta, incerta del proprio avvenire, sempre per amante, malgrado il dubio crudele di non essere pi ricambiata di pari amore.
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101.
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In un giorno di maggio dell'anno susseguente ai fatti di Campomorto, Bergonzio da Seregno detto il Seregnino, recava uno scritto da Milano a Pavia, e pi precisamente dalla Rocca di Porta Romana al casolare in cui viveva nascosta la nostra eroina. Quel foglio, chiuso in quarto e suggellato a nero, conteneva delle linee irregolari, sgorbiate, sconnesse, che davano certo indizio della fretta e del pericolo in mezzo al quale erano state tracciate. La firma recava il nome di un prigioniero ascoso in uno scarabocchio misterioso. Solo una persona esperta avrebbe potuto leggervi queste due parole: Ognibene Manfredi. Questo nome, tutto nuovo per noi, era famigliare ad Agnese: era l'unico degli amici della sua casa, che dopo la dolorosa catastrofe le rivolgesse la parola.
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Agnese, che aveva accolta dalla stessa mano di Bergonzio quello scritto con un'aria di stupore, rese a lui un sorriso di compiacenza tosto che ebbe aperto il foglio e riconosciuto il nome di colui che lo inviava.
Ecco il senso di quella lettera: lasciam da parte il testo, perch il suo stile non volga al ridicolo una cosa che ne pare abbastanza seria per s e per le sue conseguenze.
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Madonna! Colui che vi scrive  l'unico amico di vostro padre, che non siasi giovato del suo generoso consiglio per scampare all'ira del tiranno. Egli non vi chiede lode o riconoscenza per ci. Dio fu gi troppo buono con lui se lo destin a rendere un servigio alla figlia di quell'uomo che non pose misura ai sacrificii per essere utile a' suoi concittadini.
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Sono molti mesi, ch'io vivo nel carcere di Barnab Visconti. I miei giudici mi hanno dimenticato: Dio ruppe loro i fili della memoria, ond'io sopravivessi. Sono abbandonato da tutti, fin'anco dall'ira degli uomini. In questo mezzo non vidi creatura viva, fuor quella, che vi recher questo scritto, e l'altra che, a caso o per volere di Dio, me ne forn l'argomento. In questa profonda solitudine i miei pensieri non escirono mai fuori di una via. Non ebbi bisogno di chiudere gli occhi per non vedere i raggi del sole. Qui il giorno e la notte si rassomigliano. Ma in questo eterno languore dei sensi, il mio spirito non si stanc di pensare a voi e di pregare il cielo che prima di morire mi facesse degno di rendervi un po' di quel bene ch'io ricevetti dal vostro genitore.
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Le mie preghiere furono esaudite. Il povero prigioniero, cieco dalla diuturna oscurit, ormai disperato d'escire dal carcere che per la mannaja, vi compiange, o Madonna; s, egli osa compianger voi libera delle vostre azioni, voi ricca di giovent e di bellezza, e consolata nei vostri dolori dalle lusinghe di uno splendido avvenire.
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Un uomo, di cui non so dirvi il nome, ma che vi ama, e che apprezza altamente le vostre rare virt, un uomo esperto del mondo e delle sue ribalderie, arriv a me, per parlarmi di voi ed eccitarmi ad interporre la mia parola, onde siate avvisata del pericolo che vi sovrasta.
Egli sa, che voi vivete in Pavia all'ombra di un gran nome, e che riponeste vita e virt nelle mani di lui, credendo che i suoi giuramenti fossero saldi ed inviolabili come la parola di vostro padre. Povera illusa! Mentre voi sognate un futuro pieno di gioje e di grandezze, qui in Milano, alla corte di Barnab, quell'uomo patteggia un'alleanza, che spezzer tra breve il legame, che a voi lo congiunge.
Se questo legame pu essere ancora dinodato, deh, per l'amore di vostro padre, affrettatevi a svolgerlo, perch l'onor vostro n'esca integro ancora! Se no; Dio punisca il traditore; e voi non aspettate a fuggirlo il d in cui dal balcone del castello di Pavia saranno proclamate le nozze del Conte di Virt con Caterina figlia di Barnab Visconti.
Colui che vi parla per mezzo mio, giura che le pratiche intorno a quest'affare sono avviate da circa un mese, e toccano ormai ad un risultato. Colui che scrive vi scongiura, per quanto vi ha pi sacro, a prestar fede alle sue parole, onde sia salvo l'onore di un nome che suona caro a tutti gli onesti.
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Ognibene Manfredi.
Quanto strazio per la povera Agnese a quella terribile novella! che cuore fu il suo all'impensata rivelazione! Ben  vero, che gi da qualche tempo ella stessa aveva ravvisato nel suo amante qualcosa d'insolito che le cagionava inquietudine. Ma al nascere de' suoi sospetti li aveva cacciati con isdegno, chiamandoli ingiusti ed irragionevoli. Se talora lo vide pensieroso e preoccupato, come chi volge in mente un secreto e teme che altri lo scopra; all'atto di vederlo partire dovette confessar sempre ch'egli era ancora egualmente tenero ed amoroso verso di lei. I dubii surgevano ad ogni occasione che lo vedesse taciturno; ma si dileguavano tosto ch'egli aprisse le labra per dirle una parola sola. Pi di una volta lo aveva supplicato a volerle rivelare la cagione della sua mestizia; e ne lo pregava con quel fare ingenuo, che mentre accenna ad una piet sollecita ed insistente, esclude ogni sospetto di vana curiosit. Qualche volta era giunta a tanto da metterlo sulla via di dichiararle tutto francamente, foss'anche un pensiero oltraggioso alla sua fede. Ella lo aspettava a questo varco, per combatterlo: ma non ottenne nulla, neppure la confessione ch'egli fosse alcuna volta men sereno di quello che era stato in addietro. Agnese desiderava ingannarsi; ma l'ostinata negativa di un fatto evidente non faceva che dar corpo alle ombre, e rassodare i sospetti.
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Il suo cuore, al lontano timore di un disinganno, si era fatto pi sobrio nelle sue manifestazioni. L'occhio, divenuto pi penetrante, osserv spesse volte che l'incontro dei due sguardi suscitava in lui un ritorno alle abituali amorevolezze, quasi fosse un trionfo della volont che gli imponeva di riaccendere la vecchia face, per disperdere la luce sinistra di un sospetto. La lotta durava brevissima, ma non era perci meno grave. La vittoria era sempre per lei; poich, una volta spianata l'unica ruga, che solcava quella fronte malinconica, egli tornava l'amante appassionato dei tempi felici.
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V'ha una mestizia che si accorda colle emozioni delle anime innamorate, ed  per l'amore ci che il ritmo flebile  per l'elegia; ma questa mestizia non  mai accigliata o taciturna. Pronta forse agli sdegni, imaginosa nel creare scene lugubri, nutrita a preferenza di lacrime, essa  elemento di vita; non impietra i cuori, ma li accende. La tristezza che si dipingeva sul volto del conte era d'altra natura. Simigliava alla piccola nube, che incontra momentaneamente i raggi del sole, ma lo attraversa e lo sgombra di colpo. Se l'oscurit ch'essa cagiona  ben lieve sciagura per l'uomo che ama il limpido ed il sereno, la sua densit e il vento che la sospinge sono di tal natura che danno a sospettare pel dimani. Cos pensava Agnese; la quale avrebbe di gran lunga preferito uno sdegno vivo all'invincibile riserbo del suo amante.
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Una sola cosa le tornava a tutto conforto: la certezza, cio, ch'ella non poteva essere cagione di quel mutamento. Perocch ogni volta che si diseppellivano le memorie del passato e le recenti emozioni, l'amante non trovava in esse noja o saziet; anzi, in quei discorsi che pajono inezie a chi ha il cuor vuoto, egli rinverdiva il suo animo, e tornava all'estasi ed alla poesia d'altri momenti.
Oh quante volte i sospetti nati da un amore geloso morivano tra le emozioni di un amor confidente! Come spesso Agnese prometteva a s medesima di combattere le pungenti istigazioni del primo, e di coltivare l'altro, s ricco di conforto e di speranze! Quante altre volte alle pi o meno contorte ragioni, con cui la gelosia creava freddezze e colpe, contraponeva una franca ed illogica negativa, a cui il cuore piegavasi docilmente, come l'atleta infermo al rimedio di una feminetta. Oh no, non mai; ci  impossibile; ella diceva fra s con quella fermezza che non ammette discussione; ci  impossibile. Egli mi ama troppo; offendendo me, egli offenderebbe s medesimo; ne' miei stanno i suoi interessi. Ed accettava queste parole come una verit che non  lecito mettere in dubio, e beveva a larghi sorsi un palliativo che attenuava i suoi dolori, che talvolta sembrava calmarli del tutto. Ma al rinovarsi del parossismo, il cuore si palesava sempre pi sensibile al male, sempre meno obediente al rimedio. Ognuno di quegli accessi era una nuova spina, cui voleva e sapeva strappare dalle sue carni lacerandole; e, pel momento, lo strazio della operazione faceva tacere l'assidua puntura; ma un avanzo del corpo estraneo, rimaso nella ferita, riproduceva tosto il male pi gagliardo e pi profondo di prima.
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Mentre Agnese cercava invano delle ragioni valevoli per combattere i suoi sospetti; il conte non s'accorgeva che la fanciulla fosse, per colpa sua, meno felice. Non a capriccio n per calcolo egli aveva determinato di tener coperta una piaga, di cui forse sentiva del pari il dolore e la vergogna. Tacendo, ei credeva nasconderla; negandola, ei pensava di correggere l'altrui prevenzione; e se alcuna volta gli correva dalla mente al cuore un rimorso, egli sapeva costringerlo al silenzio, confessando a s stesso che l'amor suo per Agnese era ancora quello dei primi giorni, e giurando che non isperava trovar mai in altra donna quel bene, che Agnese gli aveva fatto gustare.
Cos passarono le settimane racchiuse tra la visita del conte, di cui si  fatto parola addietro, e l'arrivo della lettera accennata or ora. - Ma dopo questa, come poteva essere calma e preparata a correre incontro al suo amante?
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Appena ebbe percorso il foglio fatale, pronunciandone mentalmente ad una ad una le parole, lo lasci cadere a terra, e, copertasi il volto colle due mani, rimase alcuni momenti immobile in atto di meditazione. Poscia, scuotendosi, rese grazie con voce commossa a chi le aveva portato la parola di un amico che gi dubitava d'aver perduto. Non volle sembrare sconoscente nemmanco al Manfredi, bench il servizio che le veniva reso da lui fosse tanto doloroso. S'accost quindi allo scrigno, e verg su di un foglio la sua risposta, la quale non fu per certo n la pi pensata, n la meglio corretta cosa che escisse dalla sua penna. La passione per vi era rappresentata fin troppo fedelmente; e non mancavano le parole di cortesia per colui, che le aveva data una funesta ma veritiera prova d'affetto. Trasse infine dalla borsa, che le pendeva alla cintura, alcune monete, le porse a Bergonzio, e lo conged.
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Tanto impero sulla sua volont dur il tempo necessario all'escita di quell'incognito. Rimasta sola, invano avrebbe tentato di prolungare una violenza che le recava strazio insopportabile. Fece alcuni passi barcollando, giunse a stento ad afferrare la spalliera di una sedia, vi si appoggi un istante, poi si lasci cadere di tutto peso sullo scranno. Le sue membra, colpite da languore, non l'avrebbero portata un minuto di pi. Tutta la vita di lei si era raccolta negli occhi, che, guardando al cielo, sembravano implorar grazia; e forse l'ottennero nel dirotto pianto, che le apr la via delle parole.
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O Signore Iddio, che ascolto io mai? sclam ella, con un accento interrotto dai singhiozzi.... Possibile! mi si inganna, e.... perch con me, e per mezzo mio, s'inganna un'innocente?... Quell'amore, che io accettai come un patto sacro e solenne, non sar dunque altra cosa che il laccio teso ad un'incauta?... Il mondo  proprio s tristo.... O poveretta me! O digraziata creatura, che odi tua madre ritrattare le benedizioni, che porse al cielo, quando tu ricevesti il soffio della vita. E questa vita sar dunque per te una condanna prima d'essere un dono? Ma dov' la giustizia? A che servono le promesse e i giuramenti? Perch gli uomini chiamano Dio in testimonio del loro spergiuro?
E piangeva, piangeva l'infelice a calde lacrime. Poi ad un tratto, cacciandosi una mano nei capelli e scomponendoli in modo che si disciolsero in un'onda di trecce; o Signore Iddio, sclam coll'accento della disperazione, se quanto mi vien detto  vero, fatemi morire. La morte  l'unico rimedio a' miei mali. Ma non mi condannate per piet a vedere arrossire l'uomo che io amo; questo strazio vince ogni forza, abbatte ogni ragione. Madre mia, che leggi nel mio cuore, che presenti da questa l'angoscia che mi  serbata, deh, prega Iddio per me.... pregalo per quell'innocente, che io porto nelle viscere, e che  sangue tuo!
E in dire queste parole, giunte le mani in atto di preghiera, rimaneva alcun poco muta ed assorta. Forse credette d'essere esaudita, perch sent destarsele in cuore un dubio confortatore.
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Tutto quanto mi vien detto, soggiunse ella alquanto pi calma,  egli poi certo? Ognibene Manfredi non sa mentire; ma chi  quell'anonimo che lo ha informato?  possibile che i secreti della corte penetrino le pareti d'un carcere? V'ha dell'improbabile in ci. E se mai?... povero Manfredi, in tempi pi felici egli volgeva a me giovinetta l'occhio appassionato. Gli perdoni il cielo, s'ei cedette alle esasperate delusioni del carcere. Forse pens di parlare pe' miei interessi, e senza pur saperlo, non rispose che ai suoi.... Povero Manfredi; quanto sarei lieta di perdonargli un inganno, una menzogna!
Ma queste sue parole errarono a fior di labra, e il conforto che ne provava non dur che il tempo voluto a pronunciarle. Rimaneva quindi l'infelice in quella situazione d'incertezza, in cui la mente, pel troppo rapido lavoro, non afferra alcuna idea netta, e le comprende tutte indistintamente. La scena, che le si svolgeva dinanzi, era cupa; e le speranze cadevano ad una ad una, come le foglie di un fiore percosso dal nembo.
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Entrava Canziana in questo punto, col suo aspetto sorridente, biascicando una frase famigliare com'era solita; ma, poich ebbe veduto la padrona in quello stato, inghiott il sorriso e le parole e, con un espressione indefinibile di sbigottimento, le domand:
Vergine santa che ci  di nuovo?
Agnese, senza risponder parola, accenn la lettera rimasta a terra, e con un gesto della mano che equivaleva ad una preghiera, la invit a leggerla. Canziana raccolse il foglio; lo esamin tutto quanto a corso d'occhio per indovinarne l'autore; e, riconosciutolo alla firma, l'ebbe come segno di buon augurio. Ma quando s'inoltr nel pieno di esso, e comprese dove mirava, inarc le ciglia, corrug la fronte colpita da indicibile dolore; e, masticando la lettura a mezza voce, come sogliono coloro che non hanno famigliarit collo scritto, riempiva le frequenti interruzioni con sospiri ed esclamazioni, con atti di sorpresa e di angoscia.
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Che ne dici? dimand la fanciulla, crollando la testa in segno di completa sfiducia.
Canziana non avrebbe certo risparmiato una buona parola, se questa le si fosse presentata alla mente. Dal canto suo, non tralasciava di metterla alla tortura per trarne un'interpretazione, che non fosse una sentenza. Ma compresa da quella rivelazione che per lei (non messa in guardia come Agnese dallo sveglierino della gelosia) riesciva ancora pi strana, cedeva all'attonitaggine propria di chi  colpito all'impensata da grave sventura, e taceva.
Tu taci mia cara: comprendo... io sono dunque irreparabilmente perduta!.., sclam Agnese piangendo. Tu non hai una parola per consolarmi; a chi dunque io mi rivolger?
Figlia mia, non vi nego che la mi par terribile, cotesta nuova... ed  per ci che vorrei pigliar tempo a crederla....; soggiunse la donna che finalmente aveva trovato il bandolo alla matassa, e ne dipanava quelle parole, che tornano gradite agli afflitti anche quando non significano nulla.
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Parla: dimmi, che non credi a quello scritto; che esso  menzognero; spiegati in nome di Dio.
Ecco qui, ripigliava Canziana, facendo una breve pausa su queste prime parole che sogliono essere l'esordio delle persone imbarazzate. Io vorrei aspettare a disperarmi quando vedessi meglio le cose. A nulla udienza, nulla sentenza. Finch non si ode che una campana,  troppo facile decidere a torto. Non per metter male sul conto di messer Manfredi, che Dio me ne guardi: poveretto, egli  gi troppo infelice; ma cosa pu saper lui, dico io, di quanto passa fra i signori di Milano e di Pavia?  egli naturale che i secreti della signoria vengano rifischiati qui e qua al terzo ed al quarto? Uhm! pi ci penso, e manco ci credo. Povero messer Manfredi, mi fa male il dirlo, egli  sempre stato una testa calda, e di rado ne imbrocca una giusta...
Qui Canziana, vedendo che la padrona cedeva alle sue parole e si era racconsolata un poco, spieg con pi coraggio tutte le vele della sua eloquenza ad un'aura insolita, che le pareva di buon augurio.
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E poi, se anche quello che vi  scritto fosse n pi n meno ci che si  detto in palazzo, e che per ci? Non li abbiam noi, povera gente, sbugiardati le mille volte quei signori del palazzo? Quante, tra guerre e paci, tra nozze ed alleanze, rimasero nel numero delle panzane, di cui oggi si parla per fabricarne un grande avvenimento, e dimani si sparla per riderne di cuore? Anzi, mille volte (vostro padre, che Dio l'abbia con s, lo diceva spesso) fu posta in giro una ciarla a bella posta per far volgere da un lato le viste dei curiosi, e intanto dall'altro lato azzeccare di soppiatto qualcosa di ben diverso... Insomma, quello scritto non  mica una bella cosa, ma non la  nemmanco s brutta da perderne il senno. Quanto a me, (e si mise la mano sul petto in segno d'asseveranza) vi dico schiettamente, vo' farle un bel po' di tara a questa ciancia.
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Agnese, bench alquanto rincorata da queste parole, si mostrava ancora poco proclive ad ammetterle come una verit, e ci per due buone ragioni: prima, perch non aveva dimenticato quei precedenti, di che abbiamo fatto cenno; poi, perch  istinto di chi desidera fortemente una cosa, il combatterne le probabilit, onde provocare in altro una resistenza armata di tutte quante le ragioni che militano in sua difesa. In simil caso, ci  grato l'aver torto, e non ci stanchiam mai di sentircelo ripetere. Allora le ragioni nuove, a cui non avevamo posto mente, ci cagionano quella grata sorpresa, che proveremmo al vederci ajutati da uno sconosciuto; le vecchie, gi ventilate e discusse, crescono pregio alle nostre vedute, aggiungendovi il credito di quello o di quelli, che consentono nella medesima nostra opinione.
Canziana non aveva ancora messo fuori il pi valido de' suoi argomenti; ma lo teneva in serbo per chiudere la perorazione, certa di vincere per esso ogni ritrosa, e di neutralizzare completamente gli effetti del disgraziato scritto.
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In fin dei conti, continuava ella rompendo il silenzio della sua ascoltatrice, m' d'avviso che la prima a saperne qualcosa, (se qualcosa vi fosse) dovreste essere voi, figlia mia; nessun altri che voi. Non mi si venga a dire che il conte tenga il piede in due staffe per farsi gioco di una fanciulla: ohib! Hanno forse bisogno i grandi signori di queste miserie? Sentite cosa mi frulla pel capo; se ci avvenisse, giurerei che il conte si burla del signor di Milano, per quelle vecchie partite che non sono ancora accomodate fra le due signorie. Vicino a voi, non  vero, che ei va lieto di scordare i suoi fastidii? Lo dice a voi, lo ripete a me le cento, le mille volte, che qui dimentica le cure e gli affanni, e ch'ei non farebbe pi ritorno al castello, se non avesse la certezza di esser qui il giorno dopo a rifarsi di tante noje nella tranquilla pace che regna in questa casa. Qual interesse a mentire? Vi pare a voi, che il conte sia uomo da tali vilt?
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Agnese crollava il capo, in atto di chi rimove da s un dubio oltraggioso. Rafforzata da questa adesione, l'altra proseguiva:
Perch gli onesti sono radi, radi pi che i corvi bianchi, non bisogna fare fascio di tutti e di tutto, e credere che non vi sia pi al mondo un galantuomo. Ma vo' supporre che gli sia stata fatta qualche proposta; egli l'avr respinta: e se non l'avesse, gli mancherebbe il coraggio di venir qui, e venendo si darebbe a conoscere. Un raggiro di simil natura non  facile a nascondersi. Voi lo vedreste esser meno calmo, meno espansivo; diventar sospettoso di s medesimo; rispondere con esitanza o con affettazione agli affetti vostri. Voi gli leggereste la bugia negli occhi; poich, a noi altre donne, madre natura ci ha data una speciale penetrazione per scavare i secreti che ci si voglion nascondere; ed  ben pi facile che trascendiamo negli ingiusti sospetti, non che viviamo beate e noncuranti quando si ha ragione di sospettare. Ora, ditemi un po',  questo il caso nostro?...
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Canziana s'aspettava un trionfo, e non s'avvedeva d'aver tocco un tasto dolorosissimo. Ella aveva dichiarato il pensier suo alla buona e schiettamente: ma siccome non era dotata di quella vista penetrante di che faceva merito al suo sesso, metteva per base de' suoi ragionamenti l'esclusione di un fatto, ch'ella credeva impossibile soltanto perch l'ignorava.
Tu dici il vero, ripigli con un accoramento indescrivibile la povera Agnese, ed  appunto perch le tue ragioni sono assennate che esse cagionano in me quell'effetto che tu speravi di rimovere. Sappi adunque, che i miei sospetti non hanno vita dalla lettura di quel foglio d'oggi; sappi che da oltre un mese io ravviso nel conte alcuno di quei sintomi che tu mi hai accennato. E qui, senz'altro riserbo, le dichiar ci che essa pensava di lui, e ci che noi gi conosciamo.
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Invece di arrestarci a pesare ad una ad una le parole d'entrambe, solleviamo il velo misterioso, che copre altri avvenimenti, per riconoscere quale, tra il giudizio di Canziana nutrito di buone ragioni, e quello d'Agnese scortato dalla logica zoppa dei presentimenti, ebbe il merito fatale d'essere indovino. Per far ci, c' d'uopo risalire all'origine dei fatti. Scostandoci da Pavia ed obliando pel momento il carcere d'Ognibene, torniamo al tugurio di Medicina, per vedere come egli stringesse in pugno, ed agitasse a talento, le fila di un tenebroso intrigo.
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102.
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Barnab Visconti, come gi s' detto in pi occasioni, non era uomo da piegarsi a consiglio od a legge; non diede retta una sola volta alle pi sacre ragioni; non cedette mai a preghiere od a lacrime. Ma egli non apparteneva nemmanco a quella schiera di eroi del medio evo, assimilati al ferro da cui erano coperti, che si fecero perdonare una vita tessuta di ribalderie, per qualche lampo di generosit: di che il mondo tien gran conto ai potenti. Assoluto, ma schietto il pi delle volte perch si stimava invincibile, ricorreva alla frode, all'insidia, e alle pratiche superstiziose, appena dubitasse che il dichiarare i suoi voleri non fosse seguito all'istante dalla compiacenza di vederli compiuti. Cos, mentr'era intolerante dell'influenza d'altri, la subiva inconsapevolmente per opera di colui che sapesse, a tempo debito, agitare davanti a' suoi occhi lo zimbello incantatore d'una fatucchieria.
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Il suo secolo, che raccoglieva la trista eredit del medio evo, s'incarn (ci sia lecita la frase) in quest'uomo. All'epoca presente erano meno continue le guerre, meno iraconde e sanguinose le fazioni. Un'arte subdola ed infame aveva insegnato ai prncipi il secreto di far la guerra senza turbare le apparenze della pace, senza cangiare i velluti nelle cotte di ferro, ed interrompere le orgie e le corti bandite. - A che giovava destar l'allarme fra i vicini snudando la spada, ed attendendo che dall'urto degli eserciti risultasse la vittoria o la sconfitta? Era cosa meno arrischiata il combattere d'astuzie e l'impiccolire la guerra, restringendola ad una gara d'insidie individuali. Perci, meglio che ferire in mille parti il paese nemico con un armeggiar lungo ed incerto, era il colpirlo nel suo centro vitale, trascinando il capo di esso nel tranello di uno stiletto, di un veleno o di una perpetua prigionia.
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Or mentre le battaglie, combattute lealmente sul campo, venivano inaugurate coll'invocare il giudizio di Dio: queste tenebrose machinazioni, potenti ausiliarie delle armi, s'inspiravano negli arcani responsi dei negromanti e degli indovini, formati alle publiche scuole, dove l'astrologia naturale o giudiziaria (cio induttiva o chimerica) aveva cattedre e professori: oppure traevano la loro infallibile potenza dalla pretesa associazione dell'uomo collo spirito infernale, stipulata sur un patto che fruttava a quello ogni terrena prosperit, a questo il dominio delle anime e la dannazione de' suoi adepti.
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Ognuno sa od imagina come dovevano vivere coloro, che esercitavano tali maleficii in mezzo a gente, che pigliava sul serio questa tremenda alleanza del mondo coll'inferno. Essi erano maledetti ed esecrati come la cagione suprema dei mali, che affliggono l'umanit. L'inclemenza delle stagioni, le fallite messi, ogni mala fortuna, l'infermit o la morte di un uomo, erano un maleficio. Pareva, che rimossa quell'unica ed arcana influenza, il mondo dovesse tornare ad imparadisarsi. Le leggi civili ed ecclesiastiche non avevano misura nel punire i sacrileghi. Di pieno accordo, decretavano loro i pi strani ed orribili castighi, e, stimando essere la morte pena troppo dolce, la porgevano diluita, direm cos, in una studiata agonia di tormenti, cui poneva termine il pi lungo ed il pi crudele dei supplicii, il rogo. - E chi mai a quei tempi si sarebbe rifiutato di portare il suo fascetto di legna al patibolo di un indemoniato?
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In Lombardia, non meno che nelle altri parti d'Italia regnavano coteste ubbie. Perocch, se dapertutto avevano origine dall'ignoranza e dalla ferocia del secolo, qui prosperavano ancor pi per le superstiti memorie delle credenze religiose disseminate dagli invasori del nord. E infatti, pi d'una superstizione d'origine straniera viveva ancora ai tempi di cui favelliamo. Tale era, per esempio, la celtica usanza di rispettare come cosa sacra certi alberi detti sanctili. Qui vigeva ancora la superstiziosa venerazione delle vipere, credute atte a ridonare la salute al solo mirarle: avanzo di nordica idolatria recato in Italia dai Longobardi. L'interpretazione dei sogni, e la previsione del futuro desunta da quelli, erano officio degli aroli; i tempestarj sapevano scongiurare e sciogliere le procelle; certe vecchie comari apprestavano fantocci di cenci alle femine in doglia di parto, e le rendevano di colpo libere e spregnate; v'erano empirici, che componevano unguenti opportuni ad arrestare il sangue ed a sanare all'istante una ferita, untando non i margini della cicatrice, ma l'arma che l'aveva cagionata.
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Queste e cent'altre folle non esistono pi ai nostri giorni; ma la memoria di alcuna vive ancora in certe consuetudini del vulgo, sopratutto nel contado. Forse la generazione ventura ne perder ogni traccia; giacch la svegliata giovent campagnuola, lasciando le vecchie pratiche alle feminette, comincia a riderne di compassione.
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Intanto la mala razza, sebbene perseguitata, non si andava diradando: perch da una parte gli stessi potenti l'accarezzavano, fin tant'almeno che sentivano lusingata l'ambizione loro da profezie di buon augurio; dall'altra, le leggi, anche in ci pazzamente atroci, mancavano di mezzi ond'essere poste ad effetto. Astrologi e negromanti vivevano dunque inviolati e riveriti alle corti: indovini, chiromanti e maliarde si tenevano abbastanza al sicuro in luoghi remoti, a dispetto d'ogni minaccia. E mentre chi faceva la legge non metteva misura alle pene, quelli che dovevano eseguirla non ardivano spingersi ad una lotta nella quale si vedevano schierata davanti una legione d'angeli ribelli.
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V'ebbero per delle vittime, e non poche. Ma le stolte procedure e i giudici ancor pi stolti, agitati da un invincibile terrore, non giungevano a conoscere tampoco la natura dei fatti su cui si fondava l'accusa. Anzi, dopo quei processi, intralciati di forme e d'interrogatorj stravaganti, e in mezzo ad un labirinto di enigmi, la ragione brancolante ed ubriaca riesciva ad addormentarsi del tutto; e non si scuoteva che ad affare compito, pi cieca e assai pi illusa di prima.
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I miseri inquisiti dunque, posti a tormenti, perdevano la ragione, e fra il delirio e le bestemmie narravano, a modo di confessione, mille stranezze di treggende e di male; avvalorando sempre pi la credulit dei giudici, e ribadendo le anella di una fatale catena di errori.
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103.
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Il carattere cupo e feroce di Barnab si potrebbe paragonare ad una bicocca poggiata sur una rupe, accessibile soltanto agli uccelli di rapina. I passanti guardano con rispetto misto a terrore quel nido insanguinato; e, raccozzando nella mente mille storie raccontate ed udite con ispavento, trapassano le falde scoscese, senza tentarne la salita, senza nemmanco riconoscere la via che serpeggia per l'erta. Ma il terribile asilo dalle mura di bronzo ha il suo lato vulnerabile; ed il solitario esploratore tentando col favore della notte, a pi riprese e affatto inerme, i tramiti circostanti, si spinge tant'alto da sorpassare inosservato le fosse e i rivellini, fino a scoprirvi un ingresso mal difeso. Entrato per quello, egli si confonde col minuto satellizio, e vi tiene umile posto, bastandogli di scoprir tutto e di non essere scoperto.
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Medicina aveva appunto operato cos. Conosciuto il lato debole del suo padrone, vi si era introdutto a poco a poco silenziosamente; e, confondendo con somma arte i proprj pregiudizj con quelli della mente di lui, lo trascinava qualche volta a pensare ed a volere ci ch'egli voleva e pensava. Nel percuotere con mano implacabile i deboli, nel sospettare di tutti e di tutto, nel tentare insidie all'innocenza, erano sempre d'accordo; il ciurmatore non ebbe mai bisogno di stancare la sua imaginazione per condurre il principe a' suoi intendimenti. Ma quando si tratt di avere i mezzi per abbattere i suoi nemici, e fu d'uopo ricorrere agli spedienti sicuri e secreti, Medicina chiam a parte de' suoi interessi una donna, salita in gran fama per la prontezza e la veridicit de' suoi oracoli; affinch lo sue idee, tradutte nel linguaggio augurale, acquistassero l'autorit di un consiglio sovrumano.
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Costei, conosciuta sotto il nome generico di maga, individuata con quello di Canidia, era un'amica di Medicina. Non rileviamo dall'oblo la storia del suo passato e de' suoi turpi intrighi col ciurmatore. Medicina, dopo aver riconosciuto in Bergonzio un fido sgherro, cercava in costei un'alleata; e, con un arte tutta sua, mostrando da lungi al principe l'amo inescato, era giunto a destare in lui il desiderio di consultarla, e a promovere un espresso suo comando di procurargli un incontro coll'avventuriera. Barnab non sapeva dire a s stesso che cosa le avrebbe richiesto: gli bastava di poter, merc sua, gettare uno sguardo alla sfuggita nel gran libro del futuro, e di leggervi una parola che lo confortasse ad intraprendere le pratiche necessarie per dominare l'inerte e timida volont di suo nipote. Egli vagheggiava da un pezzo la signoria del Conte di Virt; era questione di ottenerla a miglior prezzo.
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Ma come mai Canidia aveva potuto procurarsi la fama d'indovinare il futuro? Le interrogazioni di chi accorreva a consultarla, nella maggior parte dei casi, le offrivano un bivio a due escite. Gittandosi a sorte per una di quelle strade, un certo numero di predizioni, in tutte quelle eventualit che dipendono dal capriccio della fortuna, doveva avverarsi. Il colpir giusto le riesciva meno difficile, perch le sue predizioni erano espresse di solito negativamente, e si limitavano ad escludere l'avveramento di un tale o tal altro fatto, senza definire in modo positivo ci che in realt doveva accadere. Dotata di uno spirito penetrante, scorgeva di leggieri che un equilibrio assoluto di probabilit non esiste presso che mai. Tenendo quindi calcolo dei fatti e delle circostanze che sapeva raccogliere dalla bocca di chi la consultava, e sopratutto attraversando con una intuizione sua propria le passioni e gli interessi di lui, giungeva a scoprire da qual lato la sorte facesse pendere la bilancia. Nel dubio, inseparabile da ogni sua predizione, inclinava sempre a dare risposte incoraggianti e favorevoli; perch, oltre al guadagnarsi le simpatie de' suoi clienti, ne usufruttava in certo modo il proposito e le forze, e li spronava a far di tutto per renderla veritiera. Quando nessuna di queste ragioni spandeva un debole raggio di luce sull'avvenire, la risposta era interamente fortuita. Allora Canidia giocava ad occhi bendati: e la cieca dea, che accarezza assai spesso il meno degno fra i giocatori, soleva esserle propizia.
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Anche le cose pi facili a prevedersi non erano mai annunciate con parole s chiare, che non offrissero qualche ambiguit nello svolgerne il senso; ma, al pari degli oracoli antichi; sapeva riferirle con parole artificiose, elastiche, a doppio senso; le quali, se da principio erano interpretate a seconda delle speranze, lasciavano luogo pi tardi (ove i fatti smentissero le parole) a riconoscere che la profezia era fallita per colpa di chi la frantese; non mai per errore di chi la pronunci. Infine; il pi delle volte, per viste proprie, o guidata dai consigli altrui, sapeva porsi alla testa delle passioni di chi la consultava, e scuotendole o guidandole ad un dato scopo, indovinava il futuro colla franchezza di chi annuncia il tuono dopo aver veduto il baleno.
In quel giorno, che Barnab aveva fissato pel suo convegno colla fattucchiera, il tugurio di Medicina eletto a luogo di ritrovo, era stato abbellito di tutte quelle fantastiche ciurmerie, che abbagliano gli occhi e l'imaginazione di un credente. Canidia che non fondava la sua potenza sull'esosa deformit delle streghe, quale ne piace di solito imaginarle, aveva studiato di mettere in rilievo le attrattive della sua giovent, circondando di abiti e veli bruni carni floride e bianchissime, e sciogliendo all'aria un tesoro di capelli copiosissimi e lucenti. Essa era alta, maestosa e bella nel volto: ma la sua avvenenza, prodotta da una bizzarra armonia di tratti provocanti, non arrivava pi in l che allo sguardo.
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All'avvicinarsi dell'ora designata, sedette sul trono de' suoi oracoli, compose le ricche pieghe del suo abito, ed atteggi la prima ruga della sua fronte alla maestosa severit di una sibilla. E quando Medicina le annunci che il signor di Milano s'accostava alla sua porta, di mano ad un liuto, ed accompagn coi pi armoniosi arpeggi la seguente canzone, svolta in note soavi da una voce fresca ed argentina:
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Forosetta, saper vuoi
Se fian lieti i giorni tuoi?
Su, coraggio: t'avvicina,
La man cedi all'indovina.
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Tremi in porgermi la mano?
Chiudi l'occhio al fato arcano!
Sarai forse men tapina
Perch tace l'indovina?
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Ami e temi?... ebben, donzella,
Bando a' dubii.... tu sei bella,
Tu sarai dei cor regina:
Credi, credi all'indovina.
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Queste parole non avevano alcun valore sull'animo di chi le stava ascoltando, avviato, come ognuno sa, su ben diverso cammino. Ma il canto era soave; e l'ascoltatore, bench non fosse poeta, si compiaceva d'imaginare che quella voce appartenesse ad una fata colle labra di corallo, le chiome d'oro, e le pupille color d'aria.
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Un momento dopo, la stessa voce con tempra pi robusta ricantava quest'altre strofe:
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Saper brami se la sorte
Ti prepara allori, o morte?
Pro' guerriero, t'avvicina,
La man cedi all'indovina.
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Cor tu vanti a pugne esperto:
Vinci,  ver; ma sul tuo serto
Una macchia porporina
Ahi! gi scopre l'indovina.
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Lascia il brando e l'asta e il campo;
Arma  l'r: dell'oro al lampo
Tutto il mondo umil s'inchina:
Credi, credi all'indovina.
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CAPITOLO DECIMOQUARTO.
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104.
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Canidia e Medicina recitavano d'accordo una comedia a beneficio comune. Avevano perci con grande arte, cercato e raccolto i mezzi per dar colore alla scena; sapendo d'aver a fare con un cervello bizzarro, che aveva, per intoleranza d'ogni rispetto se non per dirittura di mente, il malvezzo di non creder nulla. Questa volta Barnab, solito a non riconoscere al mondo altra legge fuor quella ch'egli imponeva a' suoi soggetti, cascava nel laccio tesogli da un intrigante, e si disponeva ad obedire al pi vile de' suoi servi.
All'apparire di lui, la fattucchiera, che sapeva tutto, ma finse non accorgersi di chi s'avvicinava, ammutol; e, deposto il liuto, si lev dal suo seggio per movere incontro al principe, e dirgli con un tuono cortese: salute.
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Era notte: nel castello regnava la pi profonda tranquillit. Dal beccuccio ardente di una lanterna artificiosamente costrutta si effundeva per la camera una luce tremula, vaporosa, di color turchino, che imprimeva agli oggetti circostanti una luce falsa, ed abbagliava la vista coll'intermittenza de' suoi lampi. L'aria era satura di un profumo soave che, solleticando gradevolmente l'odorato, recava al cervello le esalazioni di una sostanza narcotica, donde era cagionata, a chi non fosse avvezzo, un'incompleta vertigine, che dominava le forze, ed offuscava lievemente l'intelletto. Salute, o principe replic Canidia; e, dopo avergli offerto a sedere, avvicinatasi ad una credenza su cui erano schierate coppe di terso cristallo, ne tolse due per mescervi un liquido color d'oro da una boccia vestita di paglia. Bevete, o signore, continu ella con un accento, che lasciava dubio se fosse un invito, o l'esordio delle sue rituali cerimonie. Il liquore, che io v'offro, still da tralci allevati in una terra, dove ogni pietra racchiude un secreto, ogni erba possiede una virt, ogni soffio d'aria rivela un mistero. Bevete meco alla salute del signor di Milano.
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Barnab, proclive per natura ai sospetti e reso ancor pi diffidente dalla coscienza di essere un tiranno, non soleva mai accostare alle labra un bicchiere, in cui altri avesse versato. Questa volta di di piglio alla coppa senza esitanza; e, levatala quant'era necessario perch un raggio attraversasse un nettare trasparente come l'ombra, se l'avvicin alla bocca, per tracannare in un sorso il contenuto. Ma Canidia ne lo arrest, dicendo: Alla vostra mano splende una gemma di rara purezza. Barnab infatti portava in dito un'amatista, su cui era effigiato in rilievo un serpente contorto: cammeo prezioso, solidamente incastonato in un anello di squisito lavoro. Ogni gemma immersa nel vino, prosegu Canidia, apre l'intelletto di chi beve a contemplare cose meravigliose e lontane: l'amatista poi garantisce dall'ubriachezza. Suvvia, riponete quell'anello nel bicchiere, e fate meco un brindisi alla vostra futura sorte. Non temete:  ottimo zagarello49 vino di dieci anni, generoso al pari di voi, ardente come una fanciulla di Capri, fido sempre come un amico vecchio.
A tali parole, la gemma cadde nel fondo della coppa, e le due destre, rialzando ed urtando fra loro gli orli dei vetri in atto di augurio, portarono alle labra la misteriosa bevanda.
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Evviva il signor di Milano! sclam l'indovina al momento di bevere.
Evviva ripet il principe dopo aver vuotato il bicchiere. Quella bevanda, non del tutto sincera, oper ben tosto i suoi effetti. Il principe sent raddoppiarsi le forze, e il sangue corrergli nelle vene pi libero e pi ardente di prima. Ci gli fece coraggio ad una seconda libazione. Riprese il bicchiere, lo porse a Canidia e, appena ricolmo, lo vuot di bel nuovo. La fattucchiera, che conosceva quanto era potente quel liquore e come scarsa la virt dell'antidoto contro l'ebriet, non gli avrebbe versato una terza volta; paga di rinvigorire e di accendere la sua fantasia quanto bastasse a renderla atta ad arrestare le fuggevoli visioni, che gli si affacciavano alla mente, e a rannodarle in un tutto di lieto auspicio.
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Il lettore ci sapr grado se qui omettiamo di riferire gli scongiuri, le evocazioni e quante formole stravaganti accompagnavano la pratica di quelle indegne cerimonie. Lo scopo di esse erasi gi ottenuto mediante quella doppia libazione.
Tu, cos prese a dire l'indovina, a cui il carattere profetico dava il diritto di trattare in confidenza i suoi adepti, tu non temi dunque di vederti davanti quel dimani, che  provida cosa, dicono i saggi, celare agli occhi dei mortali?
Non vi fu mai cieco, riprese Barnab, che non gradisse il dono della vista, dovesse pure aprir gli occhi la prima volta per vedere l'inferno.
Sia come tu brami. Credi tu che io possa veramente conoscere il futuro?
S; io lo credo.
Piegherai tu la fronte docilmente a quanto sono per dirti?
S sciam fermamente Barnab, in virt forse del zagarello, che aveva ingolato.
Ancorch fossi costretta ad annunciarti sventure?
S, s, s replic l'altro con tuono d'impazienza.
Ebbene: porgimi la tua mano, ed io legger su di essa come su di un libro.
Barnab stese il braccio sinistro, aperse la mano, e mostr il palmo. L'indovina, ritrattasi alquanto in disparte affinch la lampada portasse luce sovr'esso, stette tra momento in silenzio, chinata ad esaminar per minuto il codice della sua scienza.
Non si fa colpa alla quercia, prese indi a dire Canidia, se essa fu un d una vil ghianda gittata a caso nella terra: ma  merito di quel povero seme, se in pochi anni divent la pi nobile delle piante.
Barnab diede segno manifesto di non aver compreso.
Non negarmi, prosegu l'indovina, che tu imprecasti al tuo nascere, perch il destino non ti fece il primogenito de' tuoi fratelli. Dimmi, (e sii sincero; ogni menzogna sarebbe vana in faccia a chi ti legge nel cuore) non  egli vero, che il tuo pi bel sogno fu quello di divenirlo?...
Il principe, chinando leggermente il capo, faceva un segno affermativo.
Ad ogni costo; non  vero? a costo anche di propinare un veleno a colui, che ti precedeva, e che occhieggiava con sospetto la tua ambizione?
Barnab si scosse a queste parole, che gli rammentavano la morte violenta di Matteo suo fratello.
Invano tu mi fai viso torvo. Un fratello fu spento per tua mano; l'altro fugg, e la morte lo ha colpito da lontano. Ma l'ombra di quest'ultimo siede ancora sul trono di Pavia nelle sembianze di suo figlio. Fu strappato l'albero, e nella sua fossa germoglia il rampollo. - Eppure le tue speranze non sono morte. La meta  ancora quella stessa. Sbarrata la via dritta, ora ti convien battere le viuzze inosservate.
 questo appunto che io ti chiedo... e vo' conoscerle da te queste vie..., soggiunse il principe con impazienza.
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Canidia, invece di rispondere, sorrise maliziosamente. Allora Barnab batt col piede la terra, e si morse le labra, esclamando con accento furibondo: Vorreste ricantarmi la vecchia canzone dei vigliacchi o dei bacchettoni che pongono il pi nobile dei trionfi nel chinare la testa avviluppata in un cappuccio, mentre un istinto ne chiama a sollevarla cinta di una corona? Guai a te: guai a chi osasse darmi di tali consigli!
Potenza degli astri! interruppe Canidia spaventata, tu guasti l'opera tua. Mentre il buon genio ti consiglia di battere i sentieri nascosti, tu segui da forsennato la tua cieca passione. Infelice! qual demone o qual angelo potr impedire che l'arma ti uccida, se tu stesso la vibri nel tuo cuore?
Tali parole, dette con accento autorevole, imbonirono il principe, il quale incrociando le braccia sul petto, e con voce pi sommessa, pronunci un dunque lasciando per sottinteso il resto della frase sbrigatevi che ne  tempo.
Canidia, pigliando la mano a Barnab, ed avviandosi con passo risoluto verso una parete entro cui s'aperse un balcone, trasse il suo adepto sulla soglia di un terrazzo, da cui si godeva una magnifica veduta del cielo. Notisi per incidente che era quella notte e quell'ora, in cui il Conte di Virt traeva dall'eguale spettacolo una s dolce lezione di saggi proponimenti. La fattucchiera guard attentamente da ogni lato; percorse pi volte e in tutti i sensi le regioni del cielo, cercando fra una miriade di punti scintillanti di rintracciare un astro: quell'astro che presiedeva ai destini del suo iniziato.
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Ecco, ecco la tua stella, proruppe ad un tratto, stendendo la mano verso un lato del cielo, ed additandone una di maggiore grandezza, non la scorgi tu? Te fortunato, essa splende nella casa di Giove, anzi  presso a congiungersi al pi potente dominatore dei cieli. Teco  la forza, teco la virt efficiente e creatrice. Tu nascesti per essere grande e potente; l'augurio  ben lieto.
Barnab subiva l'impero di quelle parole; ma ignaro, com'egli era nella scienza degli astrologi, non giungeva a comprenderne l'importanza, e se in quel punto si mostrava riverente, gli  che aveva interesse a prestar fede a chi largheggiava proferte.
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Quella stella riflette i colori dell'iride, continu Canidia; la tua vita dovrebbe essere del tutto serena. Il fiammeggiare insistente di un rosso, simile a quello di un carbonchio, avviserebbe a qualche traccia di sangue. Ma il verde che annunzia pace, il bianco che addita potenza, il ranciato che emula il brillar dell'oro, il roseo infine che  il color dell'amore, prevalgono al primo. Suvvia dunque:.... nell'ora, in cui tu nascesti, la tua stella regnava nella decima casa del cielo, che  la pi potente. Giove splendeva nella regione meridiana, e dominava tutto il firmamento: presagio di impero a chi respira le prime aure della vita sotto le volte di una reggia.
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La luna, splendida sebbene falcata, aggiungeva al tuo felice oroscopo il suo raggio vigile e mite: annunzio di una vita infaticabile e nemica del sonno, cui l'operare  riposo. Marte sanguigno ti occhieggi da ponente un sol tratto, poi tramont: non sei nato alla guerra. Venere brill sul mattino; ma la sua luce vivace fu tosto vinta dal surgere del sole: i tuoi piaceri dovranno essere subitanei e soavi ma passaggieri, poich l'amore della gloria li signoreggia. Il pallido Saturno, l'esoso pianeta nuncio di malanni e di inferma vecchiezza, non fu visibile. T'allieta dunque o mortale, non vi  uomo che raccolga in s tanti felici pronostici.
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Fin qui Canidia non aveva messo fuori che una cabala di parole, accozzate a libito, che potevano servire di preambolo a predizioni di opposta natura. Eppure, come lo zagarello ebbe la virt di scuotere i sensi morti dell'iniziato, quelle frasi, pel merito forse di chi le pronunciava, per la solennit della notte, e per i lieti successi che promettevano, aggiunsero fuoco alla sua fantasia, e fecero battere un cuore, per solito inerte. La fattucchiera s'era avveduta di ci, e ne andava superba; poich da una prima vittoria traeva la certezza di riportarne un'altra assai pi vantaggiosa.
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Dimmi ora, come abbatter io quell'emulo, che signoreggia vicino a me, e confonde la sua miseria colla mia potenza? chiese Barnab col tuono riverente di chi aspetta un consiglio.
Non colle armi, o principe: rispose nettamente Canidia.
Con qual mezzo, dunque?
Se il tuo rivale fosse povero, ti direi, fllo ricco: egli  debole; ed io ti dico, fa di lui un uomo potente.
Il tenore di questo responso s'accostava all'assurdo, e l'assurdo ha le sue attrattive. Una verit ovvia non avrebbe produtto il magico effetto di questo paradosso.
Dar mezzi a colui per soverchiarmi?... chiese Barnab sorpreso, ma non scandolezzato, da simile proposta.
 scritto cos. L'umana saggezza fonda i suoi consigli sui precetti dettati dall'esperienza; ma la grande maestra che insegna le regole della vita, non tien conto delle eccezioni. Il perch, anche i saggi s'ingannano a partito. Non chiedere alla fortuna, perch ella sia talvolta prodiga, tal altra avara; essa  l'aggregato di oscure virt, le quali non hanno nome. Se le sue leggi fossero moderate da quella sapienza che regola il mondo, ella non sarebbe n cieca, n dea. Chi spinge la nave in un mare ignoto, studia forse e indaga la ragione del vento propizio che io incalza, o dell'avverso che lo rattiene? Bisogna spiare la fortuna e sorprenderla, non mai interrogarla, e peggio tentare di costringerla.
Canidia, dopo queste parole, rimase muta e pensierosa, colla testa alta e l'occhio rivolto alle stelle, quasi aspettasse di l l'inspirazione profetica. Barnab invece, come uomo smarrito in un mondo sconosciuto, attendeva in silenzio il momento d'esserne cavato; e, pigliando un'aria mansueta, sembrava dimandar piet a chi lo aveva abbandonato in quelle angustie. Ad arte la fattucchiera non lo distolse per qualche tempo a' suoi pensieri; l'imbarazzo accendeva la fede nell'animo dell'iniziato, e lo preparava ad ascoltare ed a gradire i patti ch'ella stava per imporgli.
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Fu ella ancora che ruppe il silenzio. Dopo aver messo alcuni profondi sospiri, che davano alle sue arcane invocazioni un non so che di faticoso e di solenne, prese a dire:
Tutta la scienza dei futuro sta nei numeri. Essi costituiscono l'alfabeto di un linguaggio, ignoto ai molti, e di divina origine. I pi trovano in essi null'altro che la progressione delle quantit, e non vanno pi oltre. Costoro maneggiano gli utensili di una arte sovrumana, e non giungono a scoprire la cagione formale delle cose e degli eventi, insite in quelle cifre. Consultai i cieli e le traccie della tua mano, non per averne una pronta rivelazione, ma per riconoscere quel numeri, che hanno la virt meravigliosa ed efficace d'additarmi la pagina del gran libro, e di tradurne i segni mistici. Ed ecco ci, che mi viene rivelato. Di trentadue armi, che intorno ti fanno corona, una tu volgerai al tuo rivale, porgendogliela, come fa un amico, per l'elsa. Ti parr forse d'aver perduto cedendo ad altri ci che  tuo. Il seme germoglia e cresce a beneficio di colui che lo nascose nella terra. Diverr tuo quel suolo, in cui avrai sparso la semente de' tuoi beneficii. Cos con pi chiare parole  spiegato l'arcano. Cresce nella tua reggia un'avventurosa famiglia composta di trentatre figli. Uno tra quelli sia l'arma nascosta, che spegne la gi inferma potenza di un nipote ribelle. A lui, che trema di te, presenta la mano di una fanciulla; egli stender la sua e la stringer, come il naufrago stringe lo sterpo. Abbilo teco allora quell'infingardo, e lo signoreggia coll'imperio della tua volont. Ma bada che il giorno del patto non senta governo di Marte o di Saturno: torci l'occhio a questi forieri di sinistri avvenimenti. Guardati dal Cancro e dallo Scorpione, sopratutto se ascendenti. Ti saranno favorevoli invece gli altri segni, e pi ancora Vergine e Libra. E se hai a far scelta fra le ore del giorno, scegli le maschie, le dispari, cio, del d o della notte, contando dall'alba o dal tramonto del sole...
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Il campo, cui ci siamo avvicinati, si estende all'infinito, e per poco che uno vi metta il piede, non trover n via ad uscirne, n modo d'arrestarsi. Lasci ognuno svagar sbrigliata la fantasia, e non creda d'aver foga che basti a toccare i confini di questa anarchia d'assurdi. Il delirio ivi  vasto e profondo come l'oceano; nelle viscere de' suoi abissi ci  lecito sognare foreste di coralli, alluvioni di perle, e mostri portentosi, che non sursero mai a fior d'acqua. Chi si compiace di questi sogni, consulti la famosa libreria di Don Ferrante; noi tronchiamo senz'altro le stolide digressioni dell'indovina per affrettarci a dirne le conseguenze.
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Se un personaggio rivestito di grande autorit, o mosso da amicizia o da devozione, avesse osato proporre a Barnab la pi semplice, la pi sicura intrapresa, egli sarebbe caduto in sospetto; poich nulla era pi ingrato a quel principe che lo zelo de' suoi cortigiani. Fosse pure la proposta saggia e certa di un buon successo, pel solo fatto d'essere escita dal cervello di un altro, sarebbe stata accolta come un'impertinenza, e fors'anche punita come un oltraggio. Ma Medicina che sapeva ci per pratica, non rinunciava alla speranza di accomunare il proprio col volere di Barnab. Aveva appreso dalle dottrine empiriche che un rimedio  bene o mal tolerato dal paziente secondo la formola con cui viene amministrato; e perci ricorreva allo spediente di mettere nel suo filtro un po' di magia per raddolcire la mistione, facendo scendere dalle stelle ci che si era maturato nelle cellule del suo cerebro. Vi riesc: e il merito del successo fu in parte suo, in parte di Canidia, che seppe maneggiare con sapiente parsimonia la meravigliosit dell'iniziato.
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Barnab usc da quel paretajo senza aver fiutata l'insidia. Non ancora convinto della saggezza ed opportunit di quanto aveva ascoltato, s'avviava, merc le arti di Canidia, a convincersene da per s. Il responso ravvolto in mistiche parole, serviva, in modo indiretto ma efficace, al trionfo della bugiarda scienza; svegliando nell'adepto l'imperiosa necessit di tradurre il falso oracolo in una pi falsa sentenza. Sciolto il convegno, egli corse difilato a rinchiudersi nelle sue stanze. Non ebbe bisogno di raccogliere la mente, e di chiamarla a dare un giudizio; le parole udite gli brulicavano nel cervello come le note confuse di una gradevole armonia. Torn su di esse coll'animo commosso. Surgevano difficolt; ei si gloriava d'abbatterle: ripullavano i dubj, ed egli pretendeva rischiararli colla face sinistra della sua mezza ebriet. Tardo ed irrequieto scese finalmente il sonno a ristorare le sue forze ornai esauste; ma, fosse puro accidente od effetto della misteriosa bevanda, sogn le parole di Canidia e le chiose, ch'egli vi aveva apposte. Per tal modo, all'indimani il progetto altrui era divenuto cosa sua; ed egli deliberava di metterlo ad esecuzione con animo risoluto, come soleva fare in ogni cosa che nascesse di primo getto dalla sua indomabile volont.
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Quanto al modo di effettuarlo, avrebbe dovuto anzitutto consultare interessi ed affezioni. Barnab ebbe trentatr figli, alcuni nati dalle due mogli, Regina della Scala, e Donnina de' Porri; altri da concubine50. Amava singolarmente Rodolfo non perch figlio della potente Scaligera, o ricco di belle doti, ma perch, qual primogenito, avendo il privilegio dei favori paterni, doveva raccogliere in s le speranze della futura grandezza dei Visconti. Perci giovinetto lo invest dei feudi di Parma e di Bergamo, lasciandolo padrone di reggerli a suo capriccio, come gi ne fosse assoluto signore; e per tal modo ebbe presto la trista consolazione di vedere un degno emulo della sua tirannide, e di saperlo s esoso e malvoluto quanto suo padre. Amava Carlo perch strenuo soldato e potente per la parentela cogli Angioini, da lui stretta sposando Beatrice d'Armagnac. Per la stessa ragione predilegeva Verde maritata ad un principe degli Absborgo. Ma fra la turba dei rimanenti non faceva distinzione; o se ve n'era alcuna, consisteva essa in un men rigido governo a favore dei bastardi, perch gli ricordavano le illecebre di Beltramola de' Grassi, di Montanina de' Lazzari o di Muzia Figina, o pi probabilmente perch privi d'ogni diritto di successione, tenevano l'occhio basso dinanzi al padre, come chi sconta una pena; accettando per carit un modesto appannaggio, che non intaccava la pingue successione del primogenito.
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Non deve far meraviglia se ad un'epoca come questa, in cui i genitori padroneggiavano i destini della prole non ancor nata, un uomo come il Visconti facesse assegnamento sul docile sacrificio di una delle sue figlie, senza nemmanco mettere in questione l'opportunit d'interrogarla. La scelta fu fatta prima che egli vedesse ad una ad una le povere sue vittime, di cui per anco non conosceva bene il nome, e meno le inclinazioni. Ma cos aveva egli proveduto altra volta, decretando le nozze di Donnina coll'avventuriero Hawkwood, e di Angleria col Burgravio di Norimberga. Non dissimilmente aveva riempito il seggio vacante della badessa di S. Margherita, ponendovi Margherita sua figliuola, e si sbarazz di Visina e di Soprana, altre delle sue figlie naturali, costringendole a pigliare il velo. In quella notte adunque, durante la lunga insonnia, penetr colla fantasia nel gineceo, dov'era raccolta una plejade di belt pi o meno attraenti, ma tutte infelici, per cercarvi chi fosse pi degna della sua scelta.
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In un appartato quartiere del castello vivevano, come in un chiostro, le figliuole di Barnab, circondate da una regale superfluit di vesti, d'ornamenti e di servi, ma prive di ci che  il primo e pi caro alimento della vita, l'aria libera ed il libero pensiero. Crescevano le poverette come fiori trapiantati in un tepidario: belle, precoci, convenientemente istrutte nell'ago, e sui libri; ma pallide, delicate e straniere alle vivaci mariuolerie della fanciullezza. Sorvegliate da vecchie governanti, che avevano in sospetto la giovent, perch perduta da un pezzo, le infelici riscuotevano un vano tributo di frasi e di ossequj, senza giunger mai a deviare i guardi severi, che agghiacciavano ogni moto inconsueto di ilarit; senza mai poter rompere i fili dello spionaggio, che mettevano capo all'inesorabile genitore, e traducevano dinanzi a lui ogni meno calma parola, ogni sospiro mal represso.
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Il Visconti, nel prendere una deliberazione e far scelta, avrebbe dunque consultato inutilmente le sue viscere paterne. Fra Damigella o Ginevra, fra Taddea o Beroarda, ancora donzelle, non era vi predilezione: lo snaturato padre avrebbe steso la destra a designare fra esse la vittima, colla indifferenza del pollajuolo (ci si perdoni il confronto) che mette mano alla sta, e ghermisce il pulcino, che pi si dibatte. In tanta incertezza, egli pervenne allo scopo per mezzo delle esclusioni. L'una trov troppo mansueta, l'altra poco avveduta, questa immatura, quella trasandata; infine eccettu tutte le nate da illegittimo amore, che portavano per toleranza il nome del padre.
Ed ecco come e perch la sorte cadde sulla giovinetta Caterina; bench prima destinata a reggere un monastero. Le badesse erano a quei tempi tenute in grande onore, per la dignit loro e pi per l'impero assoluto che esercitavano nell'interno del chiostro sopra una numerosa famiglia di prigioniere, ciascuna delle quali reggeva in modo pi o meno efficace altre famiglie ed aderenze. Perocch i genitori di allora, e di molti secoli dopo, usando ogni maniera di torture per strappare l'assenso dalle labra tremanti delle novizie, solevano poi, ad ogni dubio o difficolt, correre alla grata del chiostro, a dimandar consigli e protezione; credendo con tali ipocrisie, di sanar la piaga della violenza operata, e di propiziare il cielo, onorando le vittime immolate al suo culto.
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Caterina non vantava quella perfezione e quel rilievo di forme, che colpiscono a prima giunta, e riscuotono una pronta ammirazione. Era una di quelle creature gracili e scolorate, che portano impresse sul viso un animo freddo ed una rassegnazione scevra di sacrificio. Dopo averla veduta pi volte per, bisognava accordarle il merito di una non mediocre bellezza. Aveva occhi grandi, ben disegnati, di un purissimo color turchino, per abitudine e per vezzo leggermente socchiusi. Aveva capelli di un biondo pallido, viso di un ovale alquanto risentito, e carni bianche e trasparenti come il marmo pario.
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Quando le fu partecipato il disegno del padre, (e fu l'ultima a conoscerlo) chin la fronte in atto di obedienza, e si prepar ad amare lo sconosciuto cugino, come un mese addietro si era rassegnata al velo ed alla clausura. In questo caso, per, riesc facile alle garrule governanti l'onestare la mutabilit dei comandi paterni. Il confronto tra un chiostro ed una corte riesc a tutto vantaggio di quest'ultima; l'invidiuzza delle sorelle scosse alquanto il cuore gelido di Caterina, e fece correre sulle sue labra un sorriso d'aggradimento affatto nuovo.
Ma questa partecipazione e questo assenso erano preceduti da secrete pratiche, che non dobbiamo omettere.
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Abbozzato in nube il progetto, Barnab sentiva il bisogno di avere persona accorta e fedele, che lo ajutasse ad avviarlo.
Egli non pretese di trovare degli amici; poich avrebbe consumata inutilmente tutta la vita a cercarne uno. Ei non volle aprirsi con alcuno di quei cortigiani, che facevano folla intorno a lui; poich li aveva in grande disprezzo, come codardi, pronti a strisciare nel fango per tornare graditi al padrone, ma inetti a destreggiare qualunque bisogna escisse dalle formole delle frasi d'anticamera.
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Anche questa volta, a furia d'escludere gli insufficienti e i malfidati, si trov di fronte un unico individuo; e costui era Medicina. Il decidersi a far conto di lui non voleva ancora significare che Barnab riponesse tutta la fede in quell'uomo. Fu a ci indutto dal pensiero, che Medicina doveva avere maggiore interesse che ogni altro a tenere in credito la veridicit dell'indovina: pens inoltre che, avendo egli assistito alla conferenza, non richiedeva d'essere istrutto sul passato, a lui gi ben conosciuto.
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Dopo quella notte feconda di vaghi progetti e di gravi risoluzioni, Medicina fu chiamato a comparire dinanzi al principe. Costui gli espose essere suo pensiero di seguire esattamente i consigli dell'indovina; occorrergli per all'uopo una persona fida ed accorta, che s'unisse a lui per condurre l'impresa a buon fine. E lo scaltro sgherrano, che prima di creare l'imbarazzo aveva preparato il modo di escirne, inchinandosi dinanzi al principe con un atto di ipocrita servit, dichiar di voler mettere a sua disposizione vita ed ingegno: chiedendo solo che gli fosse accordato il tempo necessario a studiare e maturare un progetto degno della fiducia in lui riposta.
Il giorno dopo, torn Medicina al cospetto del principe con un stare in sul grande che accennava il trionfo, e che riesci bene accetto allo stesso Barnab, solito a vedersi davanti visi abbacchiati ed occhi a terra. Il ciurmatore, senza dichiarare pel minuto il piano concepito, entr a dimandarne formalmente i mezzi, ed a stabilirne le condizioni.
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Permetta Vostra Grazia, prese egli a dire, che io abbia a mia disposizione ci che  necessario ad avviare la cosa. Bramate voi, che quanto sta nei vostri progetti vi sia richiesto come un favore, onde non abbiate a fare altro che ad aggiungervi il vostro consentimento?... Ebbene, se cos vi aggrada, rivestitemi per alcun tempo dell'autorit di vostro ministro. La mia testa vi sia caparra che non abuser della fiducia riposta nel pi devoto dei vostri servi. E s'inchin, attendendo una risposta del principe.
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Questa non si fece aspettare, e fu quale era desiderata. Allora Medicina trasse di sotto al giustacuore l'anello, che aveva servito agli incantesimi di Canidia, e mostrandolo al principe continu:
Ho bisogno che, come vostro favorito, io possegga un ordine sovrano, che m'apra le porte della corte e della rocchetta. Quest'anello, in cui sta effigiato il formidabile biscione, sar il mio talismano. Vostra Grazia mi conceda l'onore di tenerlo meco fino ad affar compiuto.
Barnab fe' cenno affermativo col capo.
A noi ora, riprese il ciurmatore, battendosi il petto con un tuono di piena sicurezza; fra tre giorni un primo cenno, fra un mese un'umile dimanda del graziosissimo nipote vostro; fra due al pi tardi le nozze. Non chiedete di pi, o signore; io volo a servirvi.
Ed infatti esc subito dagli appartamenti del principe, e corse difilato alla rocchetta di Porta Romana, dove, mostrando al castellano il suggello della signoria, venne fatto abile di visitare ogni angolo del fortilizio. Ei se ne prevalse per chiedere conto di Ognibene Manfredi, e per scendere tosto nel suo carcere ed abboccarsi con lui.
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Il silenzio e la discretezza erano il primo patto della grazia di Barnab; e Medicina sembrava non farne gran conto, rinvesciando, in sul bel principio dell'impresa, il sugo del secreto ad un nemico del principe, che languiva in un carcere, ma che forse non aveva ancora rinunciato alla speranza di una vendetta. Ma Medicina, che aveva bisogno di persona degna della fede di Agnese, onde avere dalla sua mano uno scritto che la ponesse in sospetto dell'amore del conte, non guard pel minuto alla strada, quando per essa riescisse ad ottenere ci che gli era necessario. Non appena ebbe persuaso il Manfredi a scrivere quella lettera, di cui ci  noto il tenore, sped latore di essa il Seregnino; mentre egli per altra via, e con altri propositi, s'avviava al castello del Conte di Virt.
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Medicina soleva dire: che il primo prossimo  s stesso; e fin qui tutto il male sta nello scandalo della parola; perch al mondo non v'era, non v', e, pur troppo, non vi sar penuria di chi pensa cos, e di chi opera su questo metro. Per amar molto gli altri, continuava egli, bisogna cominciar dall'amar moltissimo s e gli interessi proprii. E in questo gioco di parole egli non solo trovava il coraggio e l'acume necessario alle sue ribalderie, ma acquietava la coscienza quelle poche volte che essa os porre, fra lui e le sue mire, l'ostacolo momentaneo di qualche brusca puntura. Ma, l'abbiam detto e speriamo che il lettore l'avr appreso dai fatti fin qui esposti, egli non era l'uomo da preferir sempre il certo e scarso guadagno d'oggi al pingue, ancorch incerto, dell'indimani. Il rischio, ch'ei poneva nelle sue imprese, valeva a persuaderlo che, gittandosi in braccio alla fortuna, spettasse a lei sola la responsabilit dei fatti che ne derivavano; e, con questa arte finissima, giungeva ad addormentare ogni sinderesi, riputandosi lo stromento del destino, e chiamando fortuito quanto egli aveva temerariamente operato. Seduto ad una mensa sontuosa, su cui la fortuna imbandiva i suoi tesori, egli non soleva trinciar gi alla buona, e pigliarsi sulle prime il meglio che gli stuzzicasse l'appetito. Il suo egoismo era salito al grado di scienza, ed assumeva perfino il colore di virt, facendolo schiavo di una artificiosa sobriet. Quindi egli si fingeva talvolta sollecito del bene degli altri, tal'altra curvava il groppone ai capricci di un tiranno, o sapeva rinchiudersi in un mansueto silenzio aspettando migliori momenti; ma tutto ci pel fine di salvare, a migliore occasione ed a pi certo scopo, mente, labro e braccio, rinvigoriti dalla sua studiata astinenza.
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Con ci noi abbiamo reso completo il ritratto di questa mostruosa individualit. I nostri lettori sanno che egli obediva alla volubile sorte press'a poco come i ministri d'Iside si piegavano alle infami rivelazioni degli oracoli, che essi stessi avevano dettato. Vogliamo ora smascherarla del tutto; poich non vi  perversit pi profonda ed esiziale di quella che adopera ad empio fine mezzi leciti e di onesta apparenza, facendo del bene strumento al male.
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La lettera del Manfredi, vergata da una mano convulsa, concepita da una mente credula, febrile, traviata da false rivelazioni, era l'ingenua e santa parola di un amico, che dal fondo della sua miseria si rileva un istante, ed approfitta di un lampo fuggevole di vita per dare un avviso salutare alla figlia del suo benefattore. Tale era dessa, almeno nell'intenzione di chi la scriveva. Ma nelle mani di Medicina diveniva lo strumento di un supplicio lungo ed atroce: era la face agitata sur un acervo di materie incendevoli, o la pietruzza mossa dal vertice del monte che stacca la valanga. Gi, prima di ricevere quello scritto, varii sospetti travagliavano l'anima d'Agnese, e la rendevano incredula della propria felicit, perch essa era soverchia. A poco a poco la gelosia del bene posseduto s'andava mescolando coi presagi di un male ancor lontano ed indeterminato. La stessa ragione sembrava piegarsi pi di buon grado a confermare che non a dissipare i vani timori. Ma il pi strano si  che il suo interno rodimento era, per una parte non piccola, il riflesso di quella mestizia, che ella medesima portava sul viso; poich il conte, scorgendo la languidezza, il pallore e la taciturnit d'Agnese, se ne accorava, e non tanto in secreto che non lo facesse conoscere all'amante.
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Oltre a queste larve prive di forma, aveva Agnese un'altra ragione positiva ed urgente che la rendeva mesta. Gi da qualche tempo la sua salute era meno florida, le sue forze diventavano ognid pi languide e sbattute; e quelle sofferenze, che in diversa circostanza l'avrebbero fatta lieta ed altera, in questa le porgevano il continuo ricordo di un sospetto, al quale l'animo vinto dall'abitudine finiva per accomodarsi come a cosa vera.
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Dopo quella lettera, ogni dubio s'era dileguato, ed alla scarsa speranza, che prima le era lecito nutrire, subentr in lei una certezza ardita e sicura di s, che decise la questione, come la sentenza tronca il giudizio. Ma quanto era grande il coraggio di Agnese nel sopportare di nascosto le sue torture, altretanto ella era timida nel pigliare una risoluzione: quella fin anco d'aprire il suo cuore all'amante, e di provocare da lui una conferma od una discolpa.
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Intanto Medicina faceva un fatto e due servizii. Gi fin da tempo addietro, conduttosi inanzi al Conte di Virt come soleva fare di sovente, dopo avergli narrate le cento cose pi o meno significanti raccolte al castello di Barnab, con quella studiata indifferenza, con cui il maledico lancia il primo dardo della calunnia, parl d'Ognibene Manfredi, qualificandolo un avanzo della congiura di Maffiolo Mantegazza, a caso, o per oblio de' giudici, scampato al patibolo. Tale novella ridest la curiosit illanguidita dell'ascoltatore, il quale non fu sazio di volgere dimande sul conto di costui, sulle circostanze, che lo avevano condotto alla Rocchetta, e sul privilegio, che lo aveva scampato al supplicio. Medicina rispose a questa furia di inchieste come il reo interrogato dal giudice. Non mostrava d'aver fretta a narrare: porgeva ad una ad una le sue rivelazioni, quasi fossero le pi innocenti e le pi frivole cose del mondo; non palesava circostanza, che non gli fosse prima dimandata; ma poneva studio a tener viva la curiosit di chi l'ascoltava, ed a provocare colle altre interrogazioni la necessit d'altre risposte. In questo cambio di parole impazienti e maliziose, non fu mai nominata Agnese; ma, assai peggio che il nome, ne fu indirettamente profanata la virt. Imperocch Medicina, quando venne il buon momento, seppe indurre il conte a sospettare che tra il Manfredi ed Agnese, vivente ancora il padre, esistesse un legame d'affetto.
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Le prove... sclam con calore il conte, dimenticando a quella ingiuriosa asserzione la sua consueta prudenza.
Medicina fu, o finse d'essere, sbigottito. Non per una vana circospezione o per diletto di propinare a stille il veleno, aveva cincischiato sull'esordio del suo racconto. Lod, a cielo fra s la propria pensata, e rinov il proposito di trarne partito. Vedendo che il conte aveva il cuor dolce, conchiuse non esservi cosa pi opportuna a stuzzicare la sua curiosit, che il fingere di voler disdire o menomare l'asserito. L'artificio riesc. Non appena il conte vide che il ribaldo, tutto mogio e rappreso si faceva piccino, e biasciava monosillabi vuoti di senso, per farne una scusa, si f buono e, con voce pacata, torn ad interrogarlo.
Suvvia, parla. Possibile che io sia giunto a farti paura? Dimmi quanto sai; t'avr grado per la tua schiettezza; se fosti ingannato, pi tardi mi rallegrer d'esserlo stato ancor io..
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Medicina pigli tempo a rispondere, asserendo che quanto aveva narrato si doveva considerare come una diceria. Chiese quindi licenza per allora; e giur che sarebbe tornato con delle prove, appena gli fosse dato raccoglierne. Cos, in questa come in ogni circostanza, ei ricorreva all'arte di mettere in dubio quello appunto, che bramava far credere agli altri: e vi riesciva.
In una seconda conferenza, contemporanea alla spedizione di Bergonzio, mostr Medicina d'aver raccolto quanto era necessario alla chiara spiegazione del mistero. Allora torn l'uomo d'altra volta; bandita la scaltra timidezza, si fece a narrare minutamente quanto aveva saputo od imaginato intorno al Manfredi, componendone una storia che inevitabilmente riesciva a danno d'Agnese. La verit gli prest alcuni fatti principali, ma egli seppe ricucirli di maniera che acquistassero pi o meno rilievo a seconda dell'importanza e del nesso che avevano colle sue mire. Non lanci a chiare parole una calunnia; ma ne pose il seme e lo coltiv, perch portasse in poco tempo molto frutto. Finse di voler palliare con ogni studio una colpa; e per tal modo confermava l'accusa. Tal fiata, arrest la parola, sfuggendo all'aperta dichiarazione di una circostanza, che traspariva poi pi certa dalla sua stessa reticenza; tal altra, dineg timidamente ci, che egli aveva gi sotto il velo d'altre frasi dichiarato nelle sue premesse. Il colpo di grazia era riserbato all'ultima e pi positiva asserzione: quella, cio, di una lettera escita di soppiatto dal carcere del Manfredi, e consegnata in tutta secretezza nelle mani d'Agnese.
Questa rivelazione ridest l'ira del conte a tale che parve vicina a prorumpere. Medicina allora si sarebbe volontieri dato una fregatina di mano in segno di esultanza; ma la rimise a miglior momento, pensando che aveva ancor molto a fare, e che la trama, bench concepita a meraviglia, era ancora troppo leggermente avviata.
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Del contenuto in quella lettera non volle dir verbo; asserendo e giurando, nel modo il pi solenne, di non esserne al fatto; e per quanto il conte colle promesse e colle minacce lo invitasse ad essere schietto, perdur nel silenzio, promettendo che avrebbe messo in opera tutti i suoi mezzi per saperne qualcosa; e poi riferirlo. Questa fu l'opera del secondo convegno; gli rimanevano ancora due giorni, prima di render conto a Barnab del suo procedere; in questi due giorni egli sperava di potere raccogliere pel suo padrone pi assai di quel che aveva promesso, e prometteva a s di trarre pi pronta e pi lucrosa vendetta di quel che aveva osato sperare.
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Il conte, dopo la fatale scoperta, fu in procinto di correre alla casa di Agnese, per chiederle uno schiarimento; ma volle e seppe frenare l'impeto della passione, forse temendo di s, forse sperando di giungere del pari, e meglio, allo scioglimento del terribile enigma col silenzio e colle investigazioni. Intanto, per opera del perfido Medicina, surgeva fra il conte ed Agnese un fantasma ad arrestare d'improviso il placido corso degli affetti ed a rallentare in entrambi ogni confidenza. La posizione dei due amanti diveniva quanto strana altretanto crudele. Ciascuno pensava essere il giudice; ed appariva invece il colpevole; questi cercava sul viso di quella la cagione di un turbamento, che egli senza saperlo tradiva sullo stesso suo volto. Come era stato eguale in entrambi l'affetto e la felicit, cos doveva essere pari il male, ed identico il successo di una calunnia, destramente sceneggiata a danno d'ambedue.
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In quel d, al nuovo incontro, l'uno si mostr forse pi contegnoso del consueto: l'altra, cercando d'imporre al suo viso ed alle sue parole la consueta ilarit e quell'aria di confidenza che le era propria negli ordinarii convegni, apparve affettata, e quindi fu male intesa. Appena i due amanti furono separati, ciascuno riesc a quest'unica conclusione: lodavasi d'aver saputo resistere alla tentazione di rompere in querele; ma deplorava la presenza dei sintomi che accertavano la sciagura. Quel silenzio, che ognuno si era imposto come atto di prudenza, diveniva il titolo dell'accusa, la prova ineluttabile della colpa.
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Ma finita quella scena, i due attori, rientrando nell'esser loro, assumevano un aspetto assai differente. Intensissimo il dolore d'amendue: quello di Agnese era uno schianto indescrivibile, una desolazione che vince ogni forza umana.
Non appena ella rivide Canziana, le si butt al collo, e di sfogo alla piena del suo dolore col pi eloquente linguaggio della passione, il pianto. In quell'abbandono s spontaneo e completo, riassumeva la poveretta la sua storia: un passato pieno di felicit, un avvenire tutto tenebre e sgomenti. Scorreva Agnese col pensiero le mutue promesse, i giuramenti prestati ed accolti con tanta e s cara superfluit di parole; e di l scendeva ai raffronti; tentava di penetrare il mistero dell'improviso mutamento, e di scoprirne la cagione. Avida di dolorose sensazioni, spingevasi poi nel futuro, e, schierate le probabili sue sorti, le discuteva ad una ad una, numerando tutte le possibili torture, che l'aspettavano: la casa deserta, l'abbandono di tutti e.... quella gioja, la pi sublime tra le gioje di una donna, amareggiata dal rimorso e costretta a racchiudersi nel mistero. Lo spirito travagliato non aveva posa; varcava anni e lustri; cercava la calma dell'et matura; invadeva la tarda stagione delle rimembranze; ma il lontano avvenire nelle sue molteplici vie non le offriva uno scampo. Tutto le annunciava che ella avrebbe un giorno arrossito davanti a suo figlio; poveretta!
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Eppure, spendendo fin l'ultimo anelito di vita in quel doloroso pellegrinaggio non pronunci una parola di disperazione, non pens di eludere la crudelt del destino con mezzi violenti, non ravviv la mente smarrita cogli acri stimoli della vendetta; ma, voltasi a Dio con voto fervido e rassegnato lo supplic, che adeguasse al male la virt espiatrice.
Fate, o Signore, diceva ella dal fondo del cuore, che io viva tanto da poter narrare a mio figlio la storia de' miei dolori; egli mi perdoner, ed io gli insegner a non maledire a chi gli diede la vita.
La muta preghiera non aveva altro segno esteriore, che il pianto; nessun altro interprete fuorch la buona compagna. Canziana, gi conscia di tutto, non osava profanare quella scena con vane frasi. Avrebbe chiesto volontieri al suo cuore una frase acconcia, una parola di conforto; ma il cuore era esausto di tutto, fuorch di palpiti dolorosi. Piangente anch'essa, accompagnava col pensiero l'agona mentale della sua diletta. Le tronche parole, che a quando a quando le uscivano dal labro, erano le parti sconnesse di una fervidissima preghiera, con cui implorava l'ajuto di Dio per l'infelicissima donna.
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Medicina ben sapeva che il tormentare una creatura, quando questa fosse la mansueta Agnese, era la pi facile parte del suo disegno. Pi arduo doveva essere lo smovere la volont del conte, il cangiare l'amore in odio, la stima in diffidenza, il far di lui il giudice e peggio il carnefice della sua amante. Che la denuncia da lui lanciata provocasse in chi la raccoglieva un moto di sdegno, era cosa troppo naturale, n per ci solo poteva darsi vanto di un trionfo. Sbollito il primo ardore, restava l'accusa nella deforme nudit di una ingiuria gratuita; bisognava quindi darne sbito le prove, e prove certe e complete, sotto pena di veder rovesciato l'ingegnoso edificio, e di sopportare il danno e la vergogna del calunniatore.
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C'era di che mettere i brividi nelle ossa al pi audace. E per dir vero, anche Medicina, versatissimo mestatore d'iniquit, provava un'inquietudine tutta nuova. Egli aveva inteso e architettato ogni cosa prima di mettersi all'opera; ma, per quanto il suo piano fosse semplice e chiaro, una parte di esso sfuggiva ad ogni previdenza, e lo metteva in bala del caso.
Medicina e Bergonzio s'erano data la posta nella notte seguente, ad ora fissa, in una localit determinata. Zelantissimo e materiale esecutore degli ordini ricevuti, il Seregnino, mezz'ora prima del convenuto, passeggiava in su e in gi per un ronco, in capo al quale era un'osteriaccia di sinistro aspetto. Arriv a tempo debito il ciurmatore, e riconosciuto il compagno, e presolo a braccio con una famigliarit insolita, lo condusse nella lurida tana, dove, con una lauta imbandigione, fu chiuso lo scelerato lavoro di quella giornata.
 inutile riferire i discorsi dei due compagni: l'uno ascoltava o rispondeva a monosillabi; l'altro, per fare onore al padrone, lodava a cielo ogni cosa che gli era posta davanti, traendone pretesto di squisite adulazioni pel gi fatto e di splendidi augurj pel da farsi. Al togliere le mense, il Seregnino ripose nelle mani del padrone il rtolo, entro cui era la risposta d'Agnese diretta a Manfredi. Medicina lo svolse senza guastarne il suggello, percorse lo scritto avidamente una volta, poi s'arrest a studiarne una ad una le parole, quasi durasse fatica a rilevarne il significato; intanto che il compagno, straniero per necessit a tutto ci che sapeva d'inchiostro, sfiorava un sonnellino impostogli dalla digestione laboriosa. Lieto il ciurmatore di non aver testimonii, tolse di sotto le vesti un vasellino d'inchiostro, una penna, una lama; e, con un'arte di cui era maestro, raschi alcune parole dello scritto, e qualch'altra v'aggiunse, senza guastare l'apparente autenticit dei caratteri. Chiuso poscia e suggellato di nuovo il foglio, scosse il compagno e gli consegn il messaggio. Parr a taluno troppo arrischiato e quindi improbabile un tale artificio; e lo sarebbe difatti ai giorni nostri. Ma ricordisi che quella lettera era vergata su pergamena, e che su di essa era facile, anche a chi non possedesse le arti di Medicina, l'alterare o il togliere lo scritto, sopratutto quando era recente. Tal genere di frode era d'altronde assai comune a quei tempi; tanto comune, che Giangaleazzo, pochi anni dopo, dovette porvi freno condannando alla morte i falsificatori degli scritti.
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Il Seregnino aveva certi occhi appannati e semichiusi che accusavano l'intemperanza, ed imploravano riposo. Alle parole di Medicina si scosse, e cerc di raccogliere a capitolo occhio ed orecchio; e intanto lasciava errare sulle labra uno sbadiglio lungo e sguajato, come se per la bocca dovesse scendergli al cuore la voce del suo padrone. Ma gli ordini di costui erano troppo chiari e concisi perch non giungessero alla mente trasognata dell'ascoltatore, a dispetto delle nebbie che l'ingombravano.
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Intasca questo cencio, disse Medicina, e bada a custodirlo ben bene, che deve essere la tua e la mia fortuna. A quest'ultima parola lo sgherro chiuse un po' la bocca, aperse alquanto gli occhi, e tese l'orecchio. Domattina all'alba partirai per Milano di tutte gambe. Giunto in citt, andrai difilato alla rocchetta di Porta Romana, e prima del tocco avrai consegnato nelle mani del Manfredi questo scritto che vale un tesoro. Quanto al modo di penetrare col, e di parlare al prigioniero, non hai che a ripetere le solite pratiche. Sii lesto ed accorto. Eccoti un pugno di terzuolini per immollarti il becco durante il viaggio. Giudizio per: non far posa ad ogni rosta, che ti accenni la mezzetta pronta. Avrai agio di rifarti con quegli altri, che tengo in serbo se riesci a bene. Hai dunque inteso? Ah!... riprese poco dopo, mutando tuono di voce e stringendo il braccio al suo ascoltatore fino a trarne un lagno, guai a te, se osi fiatare con anima viva!...
Il Seregnino, a tali parole e alla brusca scossa ricevuta, pigliava un'aria compunta, e raggrinzava le labra spenzolate, mordendole in aria di stizza; d'una stizza per che voleva significare essere ingiuria il mettere in questione il suo ossequio, la sua fedelt.
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Ti viene la muffa al naso, poveraccio, aggiunse Medicina, che forse sentiva un po' di compassione pensando al brutto tiro che gli preparava; non hai torto; a un par tuo certi avvisi sono un di pi; e dilu la parola in un risolino pieno di fiducia e d'indulgenza.
Dopo ci, i due amici si levarono dal desco. Medicina pag lo scotto; e Bergonzio, guidato da un guattero, prese alloggio nella stalla, dove, gittatosi sur una bica di paglia muffa, fece proponimento di voler dormir sbito e sodo, per essere in piedi dimani prima dell'alba; e dorm infatti meglio che in un letto sprimacciato. L'altro, che non aveva tempo e voglia di riposo, nel separarsi dal socio lo sogguard con un fare fra il pietoso e il beffardo, dicendo tra s: mi duol per te: ma!... hai posto il muso nella mia scodella, bisogna che tu ne assaggi un poco anche il brusco. Manco male, il vino si fa pigiando, e nei travagli si fa l'uomo.
Un momento dopo, e appena fuori dalla taverna, aveva obliato l'inutile tenerume, e correva, o meglio volava verso il castello per arrivare in tempo ad ottenere udienza dal principe.
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110.
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La notte toccava al suo mezzo; le porte del castello erano chiuse, le saracinesche calate, doppie le sentinelle sugli spalti, ai ponti, alle vedette. Medicina, grazie alla sua fronte incallita e al suo parlar franco, pot essere ammesso nel recinto del fortilizio, e far pervenire un'imbasciata pressante al principe. Il quale, per quella spina che ognun conosce, era ancora in piedi, e misurava a gran passi la diagonale della sua camera da letto.
Bench certo di dovere udire da colui una conferma dolorosa de' suoi dubj, egli non esit ad accordargli udienza; ma appena lo vide entrare, gli piant in volto due occhi poco indulgenti, e con voce alquanto aspra gli disse:
A quest'ora!...
Quando si tratta di prestar servit a Vostra Grazia, io scordo l'ora e forse le convenienze. Mi si perdoni.
Che hai dunque? spicciati....
Quella prova di cui vi ho parlato stamane....
Ebbene, quella prova dov'?
Fra un ora al pi tardi essa briller dinanzi ai vostri sguardi, se voi porrete a' miei ordini un pugno de' vostri.
Nuove condizioni! invero comincio a dubitare che tu non sii quell'uomo che ti dai a credere colle tue millanterie. Pensa, che il gioco ti potrebbe costar caro...
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Io sono nelle vostre mani, o signore; fatemi custodire dai vostri soldati, finch non torni colui, che giustificher la mia condotta.
Mentre il conte taceva impensierito, Medicina ripigli la parola per dichiarare che uno scritto d'Agnese diretto al Manfredi era nelle mani di un tal Bergonzio da Seregno, alloggiato alla tale osteria, posta nella tal strada. Chiese quindi che venissero spediti alcuni sgherri ad impadronirsi del foglio e del suo portatore; e ci con tutta sollecitudine, affinch la preda non sfuggisse alle ricerche.
La dichiarazione era esplicita; ma il conte, che in quel momento sentiva tutto il peso di uno zelo che distruggeva le sue pi care illusioni, cercava pretesti ad oscurarne il merito.
Perch mai, soggiunse egli, non sapesti impadronirtene tu stesso? Forse ti senti gi troppo alto per certi officii?...
Sorrise maliziosamente il ciurmatore, e ripigli: Voleva evitarvi la noja delle mie parole, ma vedo essere necessaria una spiegazione. Quel Bergonzio, di cui si tratta, non mi  del tutto sconosciuto; come per ebbi buone ragioni per non sollecitare una stretta amicizia con lui, cos ne ho delle pi forti per non provocare i suoi sdegni. Per ora, un'apparente neutralit mi fa sicuro d'averlo a suo tempo buono a qualcosa di maggior rilievo. Egli potr essere per me, ci che io sono per voi; cos siamo due a servir Vostra Grazia.
Al conte veniva in uggia quell'aria di servit, stipendiata a suo danno. Tronc pertanto le ciarle, permettendo che una mano di soldati si ponesse agli ordini di Medicina.
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Mezz'ora dopo, Bergonzio, scosso da tre paja di braccia nerborute, apriva gli occhi e la mente alla dolorosa sorpresa di una visita di gente sconosciuta, che gli mandava a male il pi lieto tra' suoi sogni, per ingiungergli di recarsi sbito al castello. La spranghetta cagionata dalle generose libazioni gli toglieva la voglia di resistere all'invito; onde, levatosi di tutta fretta, esc coi compagni.
L'aria viva e la paura lo fecero tornar in senno; ma pot raccapezzare il filo delle idee, solo quando arrivato al castello e tradutto dinanzi ad un curiale, si sent investire da una salva d'interrogazioni, che non gli davano tempo a rispondere: egli intanto pigliava tempo a riflettere. Infatti quando cominci a venir in chiaro della cosa, il sonnacchioso curiale fin d'accorgersi di esserne perfettamente al bujo; e, per poco che l'accusato facesse ancora il sornione, il giudice avrebbe dovuto lavarsene le mani come Pilato, e rimandarlo assolto.
Se non che, in sul pi buono, un incognito vestito di una zimarra nera, e coperto nel viso da un cappuccio foracchiato attraverso al quale si vedevano brillare due occhi da basilisco, entr nella camera e, curvandosi sulle spalle del curiale, gli bisbigli all'orecchio alquante parole.
A quest'avviso, il volto di costui mand un lampo di sorpresa, che dissip gli sbadigli ed il sonno; poich, se il trattare con un mascalzone innocente gli faceva rimpiangere le coltri deserte, il diletto di scoprire e di torturare un colpevole, chiunque egli fosse, lo compensava ad usura delle perdute dolcezze.
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Il curiale fece quindi eseguire una visita minuta sui panni dell'accusato. La mano esperta di un manigoldo, dopo avere palpeggiato diligentemente ogni tasca, ogni piega, ogni costura, arriv finalmente allo sciagurato foglio; e, ghermitolo, lo sottopose all'esame del giudice; il quale, dopo averlo guardato per ogni verso, lo lesse e lo rilesse per cavarvi il bandolo di un'accusa. Intanto soffiava, e si stringeva nelle spalle come se cominciasse a pigliar gusto in quella facenda.
Bergonzio, posto alle strette da una furia di dimande, asser sul principio di non saper come e per mano di chi gli fosse capitato quel foglio: aggiunse di pi (e questa era pura verit), ch'egli non sapeva riconoscere l'importanza, e nemmanco il senso, di quelle parole. Ma al vedere che non gli venivano menate buone queste scuse, e udendo scricchiolare la puleggia del cavalletto, cred opportuno di chinar la cresta e di dimandare perdono; ch, se le nebbie del vino gli avevano offuscata la memoria, ora poteva finalmente ricordare che quella carta gli veniva affidata da un compare da Pavia coll'incarico di portarla ad un compare di Milano.
Invitato a dire il nome d'entrambi, balbett di nuovo e si confuse; ma il curiale, che aveva interesse di non lasciar raffreddare le sue morbide piume, fatti amministrare due tratti di corda allo sciagurato, ebbe la gloria di vedere messa a nudo in un attimo tutta quanta la verit, co' suoi incidenti: i nomi, cio, di Agnese e del Manfredi, l'origine e la destinazione dello scritto, e perfino il nome e le intenzioni di Medicina.
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Ma guardate delirio dello spirito umano: quella rada volta, in cui uno stolido e scelerato mezzo di prova metteva in chiaro tutto il vero, e niente pi che il vero, il giudice nel valersene sentiva per essa una sfiducia nuova e sapiente. La colpa di Bergonzio, secondo lui, era pi che constatata; valevano per essa tutti gli amminiscoli di prova; ma la complicit di Medicina, attestata dalle medesime circostanze, era assurda; le dichiarazioni del torturato erano un sogno, un delirio, un vaniloquio.
Lo scritto d'Agnese fu tosto consegnato al conte; Medicina si valse della buona riescita del suo intrigo per trattare la causa di Bergonzio; il quale fu nella giornata seguente messo in libert, un po' malconcio ma colle tasche piene di quei terzuoli, che Medicina gli aveva promesso.
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111.
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Un pittore, che voglia rappresentare una giovine donna sfolgorante di bellezza e d'ornamenti, chiede invano alla tavolozza gli schietti colori, che emulano il brillar caldo e sanguigno delle carnagioni, gli screzii delle stoffe, e lo smagliar delle gemme. Ma l'arte gli insegna che una tinta fosca, ed opportunamente valida, sparsa intorno a quegli splendori, ravviver la sua languida creazione; giacch l'occhio dell'osservatore, dopo aver riposato sur un fondo opaco, si rende pi sensibile alla subitanea vivezza delle tinte artefatte, e, pel felice gioco dei contraposti, trova brio e vita, dove poco prima era nebbia e languore.
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Il precetto dell'artista che imita la natura fisica si attaglia perfettamente a chi studia di ritrarre il mondo morale. Volendo dipingere l'anima di Agnese, mal riescirebbe nell'intento chi si contentasse di stare dentro il circuito delle sue azioni, enumerando ad uno ad uno i pregi di che era ornata, ed arrestandosi all'esatto computo de' suoi dolori e delle sue virt. La storia tracciata a questo modo, pel merito d'essere troppo veritiera, non raggiungerebbe lo scopo di lasciare nell'animo di chi ascolta una esatta e durevole impressione. I foschi intrighi e le passioni scelerate degli avversarii, che la circondano, spettano alla sua vita, precisamente come il fondo della tela appartiene al suo protagonista. Con questo contrasto sobriamente maneggiato acquister rilievo e forma il ritratto della nostra eroina; e ci che veduto da vicino sembrer superfluo o forzato, contribuir da lungi alla fedele riproduzione della sua imagine.
Tutto ci sia detto per guidare il lettore a concludere che l'analisi della vita di un ribaldo, qual' Medicina, non fu tanto una speculazione consigliata dal triste diletto di accozzare tinte vigorose ed ardite, quanto una necessit imposta dallo scrupolo di cronisti veritieri.
 riprovevole il gusto di coloro che pensano ricreare ed istruire chi ode o legge colle pi tetre pitture del genere umano; quasich, scorrendo un museo patologico, alla nauseante rivista di tante diformit, si potesse acquistare un'idea precisa della vita, come ella  secondo i voti della natura. Ma non  meno strano ed ingannevole il proposito d'altri, che, per pochi fiori raccolti a stento in un vasto campo, vogliono far credere al paradiso del consorzio umano. Queste sdilinquite dolcezze hanno perduto ogni prestigio; le arcadie sono il limbo degli spiriti morti senza il battesimo dell'esperienza. La storia suol essere varia come la natura; n tutta fiori, n rovi soltanto. Valgano a provar ci le parole con cui apre i suoi insegnamenti un dotto scrittore: la vera importanza della storia sta negli esempj di morale, che ella pu porgere; non si vogliono in essa cercare scene di sangue, sibbene ammaestramenti...; la conoscenza delle vicende dei tempi andati allora solo  proficua quando ci apprende a cansare gli errori, ad imitare le virt, a vantaggiarsi della sperienza.
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Dei tre giorni di lontananza, che Medicina aveva chiesti a Barnab come prima condizione all'avviamento de' suoi progetti, i primi due erano trascorsi. Con qual risultato, il lettore lo sa. Prima di gettare i semi di un nuovo arbusto, conviene sbarbicare dal suolo ogni resto del vecchio, perch le radici che rigurgitano di umori non abbiano a soffocare il tenero rampollo. Cos pensava Medicina, e perci aveva posto grande studio a spegnere col veleno della calunnia quel sentimento che nell'animo del conte poteva resuscitare l'affetto suo per Agnese.
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Dacch il sinistro consigliero gli aveva fitto nel cuore la spina della gelosia, anche i pi lievi sintomi divenivano argomento d'accusa. Il contegno d'Agnese, il suo pallore, l'apparire mal dissimulato di una lacrima, tutte cose che potevano essere ed erano difatto naturale conseguenza del suo amore offeso, venivano accolti come sintomi di male opposto: il silenzio era imbarazzo, la pallidezza rimorso, il piangere dispettosa confessione.
Ogni uomo ha una fisonomia morale sua propria. Non vi sono due anime identiche, come non si riscontrano due volti, due piante, due rupi perfettamente eguali. Il pi umile degli uomini  perci un libro nuovo, fecondo sempre di qualche utile insegnamento. Ma il pi strano si  che sovente l'istesso uomo, nelle varie fasi della sua vita, disconosce e combatte quelle doti speciali che costituiscono la sua individualit. Vi ponno essere in una sola esistenza prove di valore e di codardia, atti di ferocia e di piet, l'estremo della virt e del vizio. E non  tutto ancora; sovente nella stessa vicenda, e sotto il dominio di una sola passione, l'uomo edifica e distrugge, vuole e rifiuta, ama ed odia. Tale era appunto la situazione del conte. Tormentato dal sospetto e dal dolore, ora sentiva di aver forza a subire la sua sorte, ora s'inchinava davanti ad essa come il vinto che scende a patti. Alcuna volta egli attribuiva alla dolorosa realt del momento l'apparenza di un sogno, e riposava nella certezza di vederlo svanire; poco dopo, chiamava sogno la felicit dei tempi andati, e scuoteva l'inerte ragione per dissipare gli avanzi di quel vaneggiamento. Allora armeggiava di risoluzioni e propositi, che in breve, al ritorno di una dolorosa stretta di cuore, si dileguavano in vani sospiri. Le tempeste erano subitanee, ma terribili. Quando il dolore vinceva la ragione, ogni affetto languiva, la memoria era muta; in quel momento avrebbe ceduto tutti i beni della terra, e perfino la gloria, per rimovere il coltello, che gli squarciava l'anima. Ma quando la ragione tornava padrona del suo animo, deplorava la vanit delle querimonie, e si rialzava a condannare severamente la propria debolezza. Per qualche istante giunse perfino a dubitare dei fatti; e nella ripetuta asserzione che il tradimento d'Agnese poteva non essere vero, trovava le ragioni per crederlo impossibile. Il suo scetticismo colpiva i fatti recenti per lasciar sopravivere le vecchie convinzioni, che gl'infundevano nell'anima una fiducia senza limiti. Sotto l'impero di tali idee, il cuore gli batteva pi largo, la mente si rischiarava; egli era sul punto di correre da Agnese, per confessare la colpa d'aver dubitato di lei, per chiederle perdono.
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Ma d'improviso una mano agghiacciata gli premeva di nuovo il cuore, e ne arrestava i movimenti. Bast a tanto uno sguardo sul foglio che Medicina gli aveva consegnato: la memoria troppo fedele gli ripeteva ad una ad una quelle fatali parole. Poche sillabe abilmente aggiunte, una parola destramente soppressa, cangiavano la pi ingenua risposta in un documento d'infamia. Guai a Medicina se il conte, ponendo sotto gli occhi d'Agnese il foglio incriminato, avesse scoperto chi era il vero colpevole!
Ma Medicina vegliava: Medicina attendeva il momento di sottrarre agli occhi del conte la prova del suo delitto; ed impediva qualunque ravvicinamento tra il giudice e l'accusato. Se non che, il protrarre all'infinito questa sorveglianza, oltr'essere cosa assai difficile, lasciava l'impresa a mezzo; ed egli non aveva tempo da perdere. L'ultimo giorno della sua dimora in Pavia, doveva essere consacrato alla seconda e pi difficile parte del suo incarico. Tolto il pericolo di un abboccamento tra Agnese e il conte, egli si proponeva di rispondere alla fiducia di Barnab, e di rendere veritiera la fatidica Canidia. Solo dopo ci, ei poteva chiamarsi completamente vittorioso.
Bisogna dire che lo scelerato avesse una profonda conoscenza del cuore umano, se si lanciava con tanta temerit nell'impresa di sostituire un legame di pura convenienza ad una profonda affezione. Qui non si trattava di gittare polvere negli occhi di un ignorante; l'uomo, col quale aveva a fare, era avveduto al par di lui. Eppure da un lungo studio delle passioni, e dall'esperienza fatta nel rimestarle, aveva appreso, che una delazione finch non  riconosciuta calunniosa,  un atto di servit codarda, che tutti disprezzano, e che ben pochi hanno il coraggio di respingere. Egli prevedeva che le sue parole avrebbero cagionato ribrezzo nell'animo del conte, e che sarebbero, nondimeno, accolte come una verit. Previde che la lotta sarebbe gravissima pel conte; tanto pi che il mistero che aveva presieduto a' suoi amori, lo costringeva ad inghiottire in silenzio la storia della tragica fine di essi. Isolato e diffidente delle proprie forze, egli dunque non sarebbe restio ad accogliere anche una meschina alleanza. L'infermo disperato non dispregia i consigli della feminetta; il nuotatore pericolante s'aggrappa ad ogni sterpo.
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Confidava Medicina nell'arte tutta sua d'impadronirsi dell'altrui volont, quand'essa  oscillante. Egli sapeva far gradire le sue parole appunto perch fingeva di gittarle senza pro; sostituiva all'altrui il proprio avviso, lasciando a chi lo seguiva il merito d'averlo trovato. Non di rado propose come un mal consiglio ci che desiderava pi vivamente, e che voleva veder compiuto. Lo spirito di contradizione era il suo formidabile ausiliare; egli sapeva farne gran gioco a suo profitto. Malgrado ci, sentiva la gravezza dell'assunto, e non si illudeva sulle difficolt e sui pericoli che avrebbe incontrato. Tutto era buono ad abbattere; ma per collocare solidamente la base del nuovo edificio, si richiedeva senno, prudenza e, pi che altro, fortuna.
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CAPITOLO DECIMOQUINTO.
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113.
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La mattina del terzo giorno il ciurmatore, accennando al bisogno di recarsi precipitosamente a Milano, si present al conte per ricevere i suoi comandi e pigliar congedo. Vedendolo pi cupo del solito, volle sembrare compunto, ed affett tale imbarazzo da confondersi colla timidezza. Premesse le consuete strisciate Se Vostra Grazia non ha altro bisogno di me, disse egli, io con sua licenza ritorno al mio posto.
Il conte non rispose motto.
Medicina os fare un lieve gesto d'impazienza, che non sapremmo copiare, ma che si voleva tradurre come un segno di scontento verso s stesso - Egli lo spieg meglio con queste parole:
Vorrei un'ora sola mutar panni con qualcuno....
Il conte si scosse, ed, ammiccando il ciurmatore con un fare non troppo incoraggiante, ripet e poi...? pronunciando le due sillabe con un tono interrogativo quasi imperioso.
E poi.... Se io fossi il Conte di Virt imiterei il signor Barnab, suo glorioso zio, che d'ogni cosa disgraziata sa trar profitto.
Lascia da parte Barnab, soggiunse il conte pi rabbonito, e dimmi che farebbe un tuo pari al mio posto?
Noi povera gente....  un altro affare. Quando ci capita di tali rovesci, sappiamo vendicarci del tradimento, col mostrar di accettarlo come un ben di Dio. Niente di pi sciagurato che il belare e mettere sospiri appi di una donna. Ohib! sarebbe un dar la spezia in bocca al giumento, con vostra licenza Manca femine al mondo?
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Il tuono plebeo di queste parole doveva fare stomaco ad uomo come il conte. Ma il sugo di esse aveva la sua parte di saggezza, e il conte non sacrificava l'opportunit dell'avviso alla vile forma di esso; anzi lo gradiva appunto perch non aveva l'aria magistrale di un consiglio.
Intanto poich egli taceva, Medicina tir avanti sull'istesso tenore.
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Noi poveretti abbiamo a pensare a ben altre cose; la fame, o provata o temuta, ci fa essere filosofi. Voi (poich mi permettete di parlare) voi potete trarre il miglior diletto del mondo da queste avventure Vi mancano forse i mezzi di vendicarvi?
Si rannuvol il conte alla parola di vendetta.
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Vendicarvi, che dico io? riprese Medicina; non  precisamente la parola che si fa al caso nostro. Se l'uno ci abbandona non pu dirsi vendetta il cercare altri E quanto a ci, Vostra Grazia non avrebbe che l'imbarazzo della scelta.
Il conte, seduto di faccia al ciurmatore, teneva il gomito destro sull'appoggiatojo dello scranno, e nascondeva la fronte nel cavo della mano. Ma Medicina s'accorse d'essere compreso, e forse gi previde che le sue parole toccavano dritto al cuore di chi fingeva di non ascoltarlo.
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C' dell'amaro per me in tutto questo, o mio signore. Se voi foste in guerra, io potrei seguirvi, e cogliere il destro di mettermi di mezzo tra le aste dei nemici e il vostro petto. Ora, in simili negozii, la mia fedelt non giova a nulla. Posso bene liberarvi di chi vi reca fastidio; ma non sono in istato di rendervi chi vi consoli; e molto meno di farvi gradire le idee dell'illustrissimo signor Barnab Eppure vostro zio vi porgerebbe i mezzi d'escire da quest'imbroglio.... S, per certo; ve lo giuro... E tra s aggiunse: Il dado  gettato.
Il conte alz il capo con aria di stupore.
Mio zio?... e che sai tu....?
Come io sia addentro in ogni cosa che riguarda la corte di Milano, voi lo sapete da un pezzo. Vivendo nell'anticamera, io fo il gonzo per frodare la gabella. Il sornione fiuta, fiuta, ma tacendo raccoglie.  vero che non tutto  di buona lega; pure v'ha sempre il tornaconto a non gettar nulla nelle spazzature Udite questa, che appunto ha il suo piccolo merito. Il signor di Milano, tempo addietro, fece l'occhio amorevole al nobilissimo suo nipote....
A me?
A voi, messer s
E com'egli si  degnato di ci?
Quante volte gli uomini scoprono la fortuna levando l'occhio in alto! Le stelle, a cui il nobilissimo vostro zio non professa molto rispetto, gli hanno un bel d raccontato, ch'ei n'avrebbe gloria e fortuna a stringer meglio la parentela con voi, accordandovi una delle sue figlie in isposa.
Perch non mi parlasti prima di ci?
Perch?... pensai che avreste male accolto le mie parole. Il cognato del re di Francia poteva aspirare a nozze pi fortunate. Non per dir male del nobilissimo sangue dei Visconti, me ne guardi il cielo, ma.... messer Barnab.... ha messo s poco zelo a conservarlo puro.... D'altronde, il Manfredi.... a quei d taceva.... Insomma tacqui anch'io, perch non mi pareva cosa che vi potesse riescire caro od utile il sapere. Mutate le circostanze, forse ci diviene meno inopportuno. Ma dico a me, se un tale affare avesse la consistenza di un progetto ragionevole, si farebbe strada da per s, senza l'ajuto del pover'uomo che son io.
Il conte in questo momento se ne stava silenzioso, quasi ponesse grande attenzione alle parole altrui; in realt era assorto, e non ascoltava. Il parlatore, che se n'era avveduto, vagava intorno a lui, accarezzando per cos dire la sua meditazione colla quieta armonia di un borbottare sommesso; press'a poco come fa la nutrice che continua a cantar la nanna a un bimbo addormentato, affinch non si desti. Medicina non avrebbe scambiato quel silenzio colle pi amorevoli parole e con una grossa mancia.
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Senza divagare pi oltre in questo dialogo, che non ha altro interesse fuor quello di convalidare la gi troppo vantata accortezza di Medicina, eccone brevemente i risultati. Il conte di Virt accolse il progetto, o meglio vi si abbandon ciecamente, sperando di trovare in un ordine tutto nuovo d'avvenimenti quella pace che invano chiedeva alla sua ragione. Colle parole di Medicina e coi progetti di Barnab forse si riaccese in lui pi viva quell'ambizione, che non lo faceva pago di una porzione del retaggio avito, e gli prediceva future grandezze. Seppe che la fanciulla chiamata a divenire la contessa di Virt era la bella e timida Caterina. Non le di merito per la bellezza, ma fece grande assegnamento sulla sua docilit; poich le sue nozze non gli avrebbero richiesto alcun affetto: egli voleva sempre esserle cugino e non sposo. Ma non lo si accusi di un pensiero di vendetta: impalmando altra donna, egli legitimava l'antica passione di Agnese, e le accordava piena libert di farla rivivere, condonandole il sospettato spergiuro.
Eppure, mentre da un lato la gelosia, sotto apparenza di giustizia calma e dignitosa, lo consigliava a troncare di colpo ogni rapporto con Agnese onde evitare inutili rampogne o atti di codarda indulgenza, dall'altro, la stessa passione pi libera e spigliata lo trascinava contro la sua volont a disconoscere i fatti proponimenti. Poche ore dopo il dialogo riferito sopra, mentre la ragione aveva in modo inappellabile sentenziato una rottura, egli, lo stesso giudice, quasi inconscio di s, si trovava in quella casa e presso quella donna, che aveva risoluto di non vedere mai pi.
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Il fatto non verr giudicato da tutti s strano come esso pare a prima giunta. Pensiero ed affetto, mente e cuore non sono sempre fidi alleati fra loro nelle guerre della vita, e se non agiscono d'accordo, la passione pur troppo sar sempre, o pi spesso, la vincitrice.
Quell'incontro per (ne duole il dirlo) che doveva rischiarare il fatale mistero e ricondurre i due amanti alla conoscenza di uno scambievole inganno, non fece che spargere nuove tenebre, ed aggiunger credito all'errore. Quando i due amanti si videro, ognuno volle essere il primo a scoprire nello sguardo dell'altro il suo giudizio, la sua sentenza; ma ognuno venne meno all'uopo; e, ritraendosi dal campo, lasci nell'altro la certezza della propria sconfitta. Fu come una sfida, nella quale entrambi i campioni cadono feriti sul terreno. Ciascuno crede d'essere il vincitore perch vede il sangue del suo antagonista; e di fatto ciascuno  vinto.
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Meglio  che il lettore non conosca come, e con quali parole, s'arrivasse a s funesta conclusione. Il dialogo fu breve, ma solenne; la passione non ebbe tempo di erumpere sulle labra, e perci riboll pi terribile nel cuore, ov'era contenuta di forza. Quando il conte, pi d'Agnese impaziente, parl della lettera del Manfredi come di una scoperta casuale, che gli dava diritto di sospettare e di giudicare; Agnese pi dolorosamente straziata dal tuono dell'inchiesta, che non dalle parole, si rialz con atto severo, e rispose al suo accusatore tacendo, e volgendo le spalle a chi l'aveva gi condannata coll'insulto di un sospetto tanto indecoroso. Il conte, posseduto dalla pi irragionevole delle passioni, scambi lo sdegno col rossore; confuse l'orgoglio colla vergogna. Convinto di non aver bisogno d'altre prove, si allontan o meglio fugg da quella casa e da quella donna, colla presunzione d'essere interamente guarito dal suo disgraziato amore. Egli dunque si propose di scordare un triste sogno; e ripigli il filo della sua vita a quel punto in cui la passione per Agnese l'aveva interrotta.
Tutti gli storici s'accordano nel confermare che Giangaleazzo Visconti, come erede del primogenito fra tre fratelli succeduti a Luchino e Giovanni, vantasse il diritto alla intera signoria di Milano. Ora egli cerc appunto in queste dimenticate pretensioni il rimedio della secreta sua piaga. Far valere i suoi diritti colle parole, sarebbe stata cosa vana: colle armi, impresa perigliosa. Prima dei fatti che lo legarono ad Agnese, era suo intendimento di aspettare il giorno propizio per rivendicare ci che gli era dovuto. Fino ad un certo punto riesci ad addormentare la sospettosa vigilanza dello zio. Ma il suo amore, qualificato da taluno come una tacita alleanza coi cospiratori di Milano e di Reggio, aveva acceso dei sospetti, e scemato il frutto di sua lunga dissimulazione. Ecco ora il nuovo suo cmpito; ripigliare il perduto con un atto d'ossequio inaspettato e completo. Tale era appunto per Giangaleazzo la dimanda in isposa di una figlia del suo rivale. Barnab di buon grado avrebbe sacrificato i suoi affetti alle illusioni di questa vittoria domestica.
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Medicina, vedendo che il conte era tornato a' suoi vecchi disegni, sperava d'esserne fatto l'interprete presso lo zio. E quanto a ci, ei si credeva in grado di promettere una mediazione efficace. Gi gli sorrideva il pensiero di provedere con questo mezzo alla propria sicurezza; poich l'aria di Pavia cominciava a sembrargli greve. Ma il conte non grad l'offerta. Senza porre tempo di mezzo, e senza dar campo a nuove investigazioni, per non aver agio di pentirsi, invi uno de' suoi cortigiani, il pi esperto a destreggiare un incarico dilicato, alla corte di Milano, perch chiedesse in tutta forma alla Grazia del signor Barnab la mano di sposa della giovine principessa pel nobilissimo Conte di Virt, signore di Pavia.
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E Medicina intanto dovette rimanere al castello, perch la sua testa fosse caparra della sincerit de' suoi detti. Nell'ozio penoso dei tre giorni che passarono tra la partenza dell'inviato e il suo ritorno, pens seriamente ai casi suoi, alla probabile incostanza di Barnab, al pericolo di una smentita. Sapeva il furfante che il signor di Milano, in pi di un incontro, aveva fatto della volubilit il pi valido argomento di sua potenza; se in questa occasione egli non si fosse degnato di confermare le proprie parole, il ribaldo Medicina era castigato da un pi ribaldo di lui. Da tutto ci il prigioniero traeva queste due conseguenze: che il suo mestiere non era s liscio e s prospero, come taluni credevano, e che in vita sua egli ebbe pi spesso a temere di quanto disse colla scorta del vero, come in questo caso, che non di ci che aveva inventato di pianta, per servire a' suoi fini. Tristissima conclusione, che lo faceva dubitare di non essere ancora compiutamente scelerato, e lo rinfrancava nel progetto di volerlo divenire alla prima occasione.
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114.
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Il ritorno del legato spedito a Milano rimise la quiete nell'animo di Medicina, e costrinse la volont del conte in un nodo indissolubile.
Durante la sospensione d'animo naturale a chi aspetta, Medicina aveva temuto per la sua vita, Giangaleazzo per la propria costanza. La notizia che Barnab aveva accolta la proposta del conte nel modo il pi benevolo assicur il trionfo del ciurmatore, e tagli corto ogni perplessit del conte.
L'alleanza fra i due prncipi prima dubia, guardinga, gelosa, sembr farsi aperta e sincera. Tali erano le parole, se non le intenzioni dei due contraenti: l'uno e l'altro aspettavano da questo fatto il vicino compimento dei loro voti; ciascuno godeva della pieghevolezza dell'altro, come di una grande vittoria riportata a ben tenue prezzo.
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Una differenza assai notevole per correva tra i due. Il conte poneva l'essenziale della sua condotta nell'affettare un ossequio, che disarmava la vigilanza dello zio; volontieri quindi si sarebbe arrestato alla solennit di questo primo atto, senza sobbarcarsi alle noje di un legame positivo ed indissolubile. Barnab invece, aspettando il buon effetto della nuova alleanza dalla piena esecuzione dei patti che gli erano proposti, affrettava con impaziente desiderio il momento di abbracciare suo nipote col nome di figlio.
In questa secreta discrepanza di vedute e d'azione, vinse, com' naturale, l'imperiosa volont di Barnab; per la qual cosa, dopo pochi giorni, la novella del matrimonio del conte di Virt colla principessa Caterina, corse, colla rapidit consentita dalle stentate comunicazioni d'allora, per tutte le citt del doppio Stato, e fu ripetuta e commentata su tutte le labra dei cittadini.
Come era noto a tutti il rancore che regnava tra i due prncipi, cos apparve strana ed inopinata la riconciliazione. Tra il popolo minuto, alcuni se ne rallegravano come di cosa utile al ben publico; ch quello star sempre coll'arma al braccio era tutt'altro che vivere in pace. Quei pochissimi che, come Medicina, avevano il tornaconto a favorire l'antica ruggine, applaudivano anch'essi; perocch, a sentirli, l'accordo era apparente, e il nuovo patto doveva essere l'inizio d'altra e pi fiera rottura. Ma i pi, non occupandosi di queste discussioni, o non giungendo a comprenderne l'importanza, si rallegravano, non fosse altro, per le vicine feste. Il popolo minuto sognava corti bandite e tornei, piogge di terzuoli e fontane di vino; pi in su, s'occhieggiavano posti d'onore presso la leggiadra principessa, e si facevano miracoli di cortigianeria per meritarne il favore. Intanto nei due castelli era un continuo formicolare di gente che accorreva a presentare ai padroni le felicitazioni d'uso, o a chieder grazie, o a sollecitare impieghi.
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Non  prezzo dell'opera il registrare le strisciate, gli inchini, i sorrisi, le graziette artificiose di quei cortigiani. Nel mercato sociale questi pleonasmi conservano anche oggid pi valore che non meritano. Privilegio del secolo era invece il convenire dei menestrelli e dei trovatori, che all'annunzio delle splendide nozze accorrevano dalle vicine corti, e, ripulita la bisunta ribeca, provavano sulla triplice corda armonie nuove, versi da paradiso. Le imagini le pi ardite erano ipotecate a celebrare il grande avvenimento. La sposa era una stella, un giglio, una colomba; lo sposo un leone, un'aquila, una quercia. Smancerie poetiche che allora avevano almanco il pregio d'essere originali.
Oracolo della publica opinione era la bocca dei pochi schiamazzatori, non quella dei molti che tacevano. Il lagno sommesso e la reticenza hanno un'eco postuma, alla quale la sola storia non  sorda. Checch si dica della liberalit di Barnab e dell'esultanza del suo popolo, devesi credere, che la novella inaspettata non generasse altro che indifferenza presso quei molti che (fossero, o non fossero amici tra loro i prncipi di Milano e di Pavia) rimanevano invariabilmente i poverelli e gli sventurati di prima. V'era poi un bel numero di patrioti, memori delle libert antiche, che vedevano in questo fatto un ribadimento di catene, un'altra speranza perduta. V'era infine un'anima, per la quale tutto ci riesciva pi terribile che una sentenza di morte. Vogliamo parlare d'Agnese, che lasciammo nel dubio di una sventura, e che ora ritroviamo nella inesprimibile desolazione di un male certo, e senza rimedio.
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Infelicissima Agnese! Al diffundersi della terribile notizia, portata da cento voci nel modo il pi autorevole, vedeva crollare il fantastico edificio delle congetture, con cui, poco prima, ella cercava di puntellare le sue speranze. Nell'incertezza, aveva pi volte invocato l'inappellabile giudizio dei fatti; ora, resa certa dalla testimonianza dei fatti, invidiava gli ingegnosi cavilli della perduta credulit. In faccia a tanto dolore, avrebbe benedetto come un dono di Dio la dimenticanza del passato; ma la memoria ed il cuore ponevano uno studio crudele a ravvivarlo dei pi ridenti colori; anzi, nell'alterna vicenda del bene e del male, pareva che brillassero le gioje del passato, appunto per fare pi tetre le angosce presenti.
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L'infelice, che non vuol soccumbere sotto il peso delle sventure, arma la ragione contro la propria sensibilit; cerca, e non di rado trova, chi  infelice quanto o pi di lui. Quella piet, che egli giunge a consacrare al male degli altri, sar gran sollievo a' suoi proprii. Ma la povera Agnese, scorrendo il lungo novero delle disgrazie terrene, ritornava in s colla desolante certezza di non aver trovato al mondo una sventura maggiore della sua. Le parve che l'infermo nel letto de' suoi dolori abbia almeno il conforto delle raddoppiate sollecitudini de' suoi cari. Il prigioniero ravveduto si consola, pensando che la solitudine e i dolori gli guadagnano il perdono di Dio e degli uomini; grave il prezzo, ma a mille doppii pi prezioso il tesoro, che egli si acquista. Colui che  condannato nel capo inorridisce al pensiero della tragica scena, di cui  il protagonista. Ma il martirio di quelle ore, che la precedono,  misurato; ogni minuto abbrevia d'un passo l'erta del suo calvario; ai piedi di esso trover l'uomo compassionevole che lo ajuta a portare la croce; lungo la via incontrer le anime pietose che piangeranno e pregheranno per lui.
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Agnese, non d'altro colpevole che d'aver troppo amato, non era vicina a morte; ma incominciava allora un'esistenza nuova, e moveva il primo passo col preludio dell'abbandono, col sospetto di essere creduta colpevole. Agnese trovava la vergogna, dove  il nobile orgoglio di una donna. Quello che per altre era la buona novella, per lei era e doveva essere una colpa, un mistero. Il suo supplicio non aveva misura di tempo: doveva durare quanto la vita, fosse pur protratta a tarda decrepitezza. Che pi? perdurava al di l della vita, in quella del figlio suo. Oh questo era il pi terribile de' suoi tormenti! L'affetto materno  geloso e diffidente, mentre ogni cosa arride; ma quando sulla culla del suo bambino s'agita un dubio, o nelle viscere ov'egli aspetta di risvegliarsi alla vita, scende un rimorso, oh allora quel dubio e quel rimorso non si calmano per certo al raggio di una speranza indeterminata! La sventura sospettata divien certa; certa almeno quanto agli strazii che essa cagiona.
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Quante volte Agnese pass in rassegna la parte pi bella della sua vita, per cercarvi la cagione dell'attuale mutamento. L'avrebbe voluto scoprire anche a costo di accusare s stessa. Ma in ogni sua parola, in ogni atto, nei tanti e tanti nonnulla, che riempiono l'esistenza di un cuore innamorato, non trov che l'invariabile ripetizione delle medesime proteste, le stesse prove d'amore; forse sempre crescenti a grado, forse soverchie!
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Ramment poscia le velate e mal comprese parole con che Canziana, in altri tempi, soleva dipingere a lei giovinetta il mondo, la societ, gli uomini. Aveva sentito pi volte parlare di creature ingannate, d'altre spergiure. Aveva veduto pi d'una donzella vestire a lutto, senza che ci le fosse imposto dalla morte di un parente; altre, spiccarsi dal mondo, di cui erano la delizia, e correre giovani e bellissime, a seppellirsi in un chiostro; altre ancora, a cui una ruga prematura aveva scritto sulla fronte un mistero che la parte pi generosa degli uomini sembrava compassionare, ma non discutere. Allora Agnese ingegnavasi di convincere s stessa, che la sua era la storia di cento, di mille altre donne al par di lei derelitte; che la sua virt, come quella di tutte le sue pari, era stata gioco di una passione quanto violenta altretanto passaggiera. Pens alla giovent sgovernata, che si fa bella di cos turpi conquiste. Pens che, mentre ella sentivasi lacerare l'anima, forse il suo amante era calmo; forse pregustava nella sua mente nuove avventure, nuovi trionfi.
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Questo non era trovar rimedio a' suoi mali, ma inacerbirli: perocch il nome di tradita ch'ella attribuiva a s stessa, supponeva un tradimento, e un traditore. Per la qual cosa, con una carit fin troppo ingegnosa, sforzavasi di rialzare s stessa, affinch la sua vergogna non fosse la condanna di un altro. In questo lavoro la ragione diveniva sottile e ferma, come non era mai stata. Non voleva scolparsi, anzi si rimproverava di aver tentato di farlo; accusavasi di inconsideratezza, di inesperienza; e chiamava solo suo complice il destino, cagione unica ed inevitabile di tanto male.
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Ma infine il cuore voleva la sua ragione. Scoprire la causa della sventura non era rimoverla od attenuarla. Nulla valeva a restituirle la pace dell'anima; impossibile, il far rivivere la felicit dei giorni passati, s cari nella tranquilla inconsapevolezza del male, belli e forse pi ancora invidiabili negli stessi brevi turbamenti, che accompagnano un amore appassionato. Dietro ci, l'unico rimedio, il solo conforto era il piangere; e piangeva la tapina lunghe ore, le intere notti, talvolta sola, pi spesso assecondata dalla pietosissima compagna. La quale non aveva parole per confortarla; ma, levando gli occhi al cielo e stendendo ad esso le mani in atto supplichevole, insegnava all'infelice, che non vi  anima derelitta che da esso si diparta inconsolata. Agnese, che non aveva fin qui osato implorare il soccorso di Dio credendosene indegna, rivolse ogni suo affetto a lui; e, come sbito, al primo slancio, sent rinascere in se stessa una fiducia nuova e consolatrice, in lui ripose ogni sua speranza, a lui affid gli interessi del suo cuore, il suo avvenire, quello di suo figlio.
Le inspirazioni, che le scendevano all'anima da questo aprirsi col vero consolatore degli afflitti, erano tenere, soavi, confortevoli: ma largheggiavano di promesse a patto di abnegazione e di sacrificio. Le lacrime da quel punto sgorgarono pi libere e meno aduste; la voce che le parlava al cuore pareva quella de' suoi genitori. Era una voce autorevole ma affettuosa; erano parole non scevre da rimprovero, ma promettitrici di perdono. Ella le ascoltava colle mani giunte, ginocchioni, col viso inondato di lacrime, e l'occhio rivolto al cielo. Il pallore, che gi da tempo le sfiorava le gote, si ravviv di un incarnato pieno di brio e di giovent. L'occhio, prima incerto e sbattuto, si rilev franco e sicuro a contemplare il cielo. Sembrava che ella cercasse lo sguardo del suo giudice, certa di vedere a fianco di lui due anime benedette che peroravano la sua causa, e le promettevano il divino perdono.
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Miei diletti diceva Agnese orando mentalmente se io non fossi rimasa orfana, ora non contristerei la vostra beatitudine colle mie querele. O madre mia, te vicina, io non sarei scesa s improvidamente nelle battaglie del mondo, o se la sorte mi vi avesse trascinata, vicina a te avrei saputo combattere e vincere. Non voglio nascondere la mia colpa; essa  grave, s lo comprendo; ma io era sola, inerme, inconsapevole.... Perdona non a me, ma a quell'innocente che  sangue tuo.... Tu sai quanto dolore costi ad una madre l'abbandonare il proprio figlio? il mio angelo nascerebbe orfano, se sua madre fosse maledetta! Deh, per piet, per l'amor tuo, per le tue viscere, mi affretta il perdono di Dio, ond'io sia degna di baciare in fronte quella creatura, che porter il tuo nome!
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In questo tacito colloquio trov Agnese quel conforto, che invano aveva cercato ai cavilli dell'umana ragione.  naturale quindi che ella vi si abbandonasse con passione, quante volte sentiva venirle meno il coraggio. Ma dalla rinata fiducia, ella non traeva argomento a credersi degna dell'impunit; per essa preparavasi con animo sereno ad una austera espiazione; e l'accoglieva e l'invocava come arra di pace.
Altra volta volgeva la parola a suo padre; e le sembrava che la fronte severa del buon vecchio si spianasse alla pietosa sua invocazione.
Tu, padre mio, diceva ella, tu m'insegnasti ad onorare colui; io frantesi le tue parole, io varcai i limiti, de'tuoi comandi; sconsigliata! Tua figlia per non si chiama indegna del tuo nome, giacch, coll'ajuto di Dio e con un'intera vita di sacrificj, sapr cancellare questo passo indecoroso della sua giovinezza  inutile, che io ti sveli come vi fui travolta; non v'hanno misteri per le anime beate. Dir solo che ebbi un complice, non un seduttore. Io ti prego anche per lui, padre mio; come mai potrei sperare d'essere perdonata, quando non mi sentissi pronta a perdonare? Se egli fu ingannato, deve soffrire al par di me: se ingann, a suo tempo soffrir a mille doppii pi di me Deve essere pur doloroso il ricordo di uno spergiuro! Ch'egli non lo provi mai!
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Le tue parole, proseguiva Agnese dopo una pausa, io le ho nella mente e nel cuore; le ho imparate, e le far mie. Non chiedere vendetta, tu mi scrivesti in sull'ultima ora della tua vita, ma persevera nella via della carit e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla medesima meta. Questi detti sono sacri come il momento in cui furono scritti. Giuro per l'amor tuo che far ogni cosa possibile, perch essi non sieno smentiti giammai. All'annuncio della mia sventura, chiesi al Signore la grazia di morirne; ora io rinovo pi saggia preghiera, chiedo di vivere per mio figlio. L'allever, come tu mi hai insegnato, nel timor di Dio, e nell'amor della patria; e se egli mi chieder un giorno la storia di suo padre, io gli narrer la tua, o dilettissimo genitore. Oh quanto egli sar superbo d'esserti figlio! In questo santo proposito che mi rialza dalla polvere, sento tutta la dolcezza del tuo perdono. Umana sapienza non porge tanto conforto.  il cielo, che mi vuol salva; vostra merc, Dio ebbe piet de' miei dolori Grazie, o angeli miei tutelari; compite l'opera della mia salute; non m'abbandonate, non m'abbandonate.
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115.
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Non  a dire che, dietro tali pensieri, fosse sbito bandito e per sempre ogni dubio, ogni angoscia. Agnese prov spesso il ritorno de' suoi dolori; ebbe pi e pi volte ancora il cuore turbato dalla memoria della perduta felicit; sent di nuovo e pi forte il rossore della sua posizione; prov non la convenienza ma l'onta del mistero, in cui ella doveva vivere sepolta. Ma non era per intoleranza o per stanchezza che ella volgeva le sue preghiere al cielo. Quanto erano pi gravi i suoi dolori, altretanto pi certa e pi vicina attendeva la riabilitazione. Dimandava a Dio la forza di sopportarli, non di rimoverli; d'essere rassegnata, non assolta.
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Di ci diede prova quando surse questione sull'opportunit di abbandonare la sua casetta. Nessuna esitanza attravers tale risoluzione; non la discusse, l'adott come una necessit, come un dovere. Prima che venisse il momento di spiccarsi dal suo soggiorno, il solo pensiero di dover rinunciare a quell'asilo, che era stato testimonio di tanta felicit, le cagionava una stretta s forte, che credette non avere animo a sopportarla. Ma quando Canziana le annunci d'essere riescita a procurarle un nuovo ritiro, ella grad il troppo sollecito servigio, e seppe troncare il filo di tante soavissime rimembranze senza pure un sospiro.
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La scelta della nuova dimora era stata affidata a Canziana. Pens la buona donna che era bene far presto; ma nello stesso tempo la prudenza la tratteneva, ponendole dinanzi non pochi ostacoli. Si arrest qualche tempo a considerare se fosse pi conveniente il ridursi a Milano, o a Campomorto. Sottili ma abbastanza valide ragioni la persuasero a non far cadere la scelta sui due luoghi. In questo mezzo, il caso le fece trovare, presso persona di sua antica conoscenza, una romita casipola al di l del Ticino, dove Agnese sarebbe al riparo d'ogni sguardo indiscreto e d'ogni scortese dicera.
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Al momento di abbandonare la citt, Agnese trasport seco tre cose soltanto: la lettera di suo padre, quella di Ognibene, e lo scritto del conte da lui dimenticato a Campomorto. Erano i documenti pi preziosi della sua storia. Al resto provide Canziana.
Quando Agnese si dolse pensando che lo staccarsi dalla dimora di Pavia avrebbe affievolito le sue care memorie, si ingann. Nel suo deserto romitaggio, coll'ajuto del cuore, ella visitava ogni d la casa abbandonata, e ne richiamava gli oggetti con tanta vivacit di colori, con s squisita precisione di forme, come se li avesse presenti. Nei primi d ella era pi taciturna del solito: ma a poco a poco la nuova solitudine le riesc gradita; e se pensando al passato ella aveva gravissime ragioni di piangere; nel presente, e ancor pi nell'avvenire, trovava qualche motivo d'essere consolata.
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A fare meno triste la sua condizione presente, giov l'esercizio della pi saggia carit: ella soleva trovare presso di s molto superfluo per farne parte ai poverelli. Ad abbellire il futuro, le valse il pensare alle prossime gioje della maternit: gioje s vive e sublimi, che non potevano essere turbate da nessuna memoria per quanto amara. Ripigli ella i lavori dell'ago, non per trapuntar ciarpe ed inezie, come in addietro; ma per allestire il corredo dell'aspettato suo consolatore. Nell'assiduo travaglio, e nello scopo di esso, temper le acerbe ricordanze, senza abbatterne quella parte che le faceva sperare nuovi e pi dolci compensi. Cos mentre la mano, con alacrit straordinaria, attendeva all'opera pietosa, la mente si occupava di quello cui essa era destinata. La diletta creatura, che le aveva fatto riamare l'esistenza, gi viveva con lei e per lei; le appariva dinanzi ad ogni momento vispo, amorevole, bello quanto un angelo. Ed ella lo vedeva e lo ascoltava, pregustando tutte le delizie dell'esser madre. N si arrestava ai primi passi della sua vita; ma lo vedeva crescere garzoncello avido di affetti e di cognizioni; farsi giovine generoso ed intrepido; maturare saggio e benvoluto cittadino. La stima che egli si sarebbe procacciata, era tutto suo merito; di nulla egli era debitore al casuale retaggio di un nome illustre. Anche la riabilitazione dell'infelice sua madre diverrebbe sua gloria. Quando quel frutto della colpa fosse diventato un valent'uomo, chi mai avrebbe ardito gettare la pietra contro la cagione de'suoi giorni? Abbandonatasi a tali pensieri, correva Agnese sur un pendo pieno di dolcezze, fino a sognare una felicit completa e durevole. Quel figlio che le era costato tante lacrime le prometteva, gi prima di nascere, altretante gioje. Le nostre leggitrici perdoneranno alla sventurata donna questo delirio pel merito dei soavissimi affetti che lo inspirano.
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Dopo alcuni mesi di un rigoroso ritiro, durante i quali la tranquilla serenit di quell'anima non fu turbata che da un'ansia amorevole, precorritrice degli eventi, venne il d benaugurato, in cui lo sguardo della madre pot finalmente fissarsi nelle sembianze della sua creatura. Oh il primo bacio che ella stamp sulle gote rosee del suo bel bambino! Quanta felicit, quale esultanza! Allora la natura, trionfando di tutti i riguardi umani, infundeva ad Agnese tale sicurezza di s, ch'ella non avrebbe esitato a dichiarare al mondo intero che quella creatura era sua.
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Ma l'orgoglio muliebre cedette sbito e sempre a pi imperioso sentimento. Agnese dimentic il mondo ed ogni cosa esteriore per non occuparsi che di s; e in s stessa comprendeva appunto il suo caro, il suo vezzoso bambino. Dopo avergli prodigato le pi tenere carezze, lo sogguardava con occhio innamorato, lo componeva nella culla; poi di l a poco, stanca di non vederlo, di non toccarlo, ne lo sollevava di nuovo per palleggiarlo e stringerlo al seno; e lo chiamava sue viscere, sua delizia; lo copriva di baci e di lacrime. Agli avvisi di Canziana, che la vegliava con materna sollecitudine, e non aveva fine di raccomandarle un po' di quiete per il ben suo e della creatura, non si mostr arrendevole, che quando la stanchezza vinse gli affetti, e il consiglio divenne necessit. Allora Agnese giacque tranquilla; ma, posata la testa sul capezzale, volgeva gli sguardi al suo diletto che le dormiva allato. E l'occhio materno (che non  il miglior giudice delle sembianze dei figli) aveva gi riscontrato nel tondo e roseo visetto del bambino i tratti vigorosi e severi del padre. A quella scoperta, una lacrima di ben altra natura le spunt sul ciglio. Pianse la poveretta pensando che a tanta festa non pigliava parte chi vi aveva il pi sacro diritto. Dolevasi che lo sguardo di lui non scendesse un momento su quella cuna; perch ivi avrebbe dovuto farsi pi mite e pi giusto.... In tale pensiero chiuse gli occhi affaticati, e sogn cose liete.
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Ma quando, poco dopo, una esile vocina la scosse dalla fantastica visione e la condusse di colpo alla realt del momento, oh come le brill caro e dolce alla mente il ricordo del novello acquisto! Pur quella voce era flebile; il poverino piagnucolava: Che hai ben mio? prorompeva la madre, perch piangi? ed accorsa alla cuna, ne sollevava il tapinello colla maestra che le donne non apprendono, e lo stringeva a s, cullandolo dolcemente E quando vide che il bambino appoggiato al suo seno cessava dal piangere, quando s'accorse, che ella compiva l'altro pietoso officio della maternit, nutrendolo della sua vita, nuovo giubilo, nuova ebrezza!
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Troppo arduo sarebbe l'enumerare e il dipingere convenientemente tutte le fasi per cui trascorse l'amore sviscerato d'Agnese in quei primi giorni. Quella vicenda di sollecitudini, di gioje, di trepidazioni, quella litania di dolci ed iperbolici appellativi, con cui una madre vezzeggia il suo bambino, sembreranno a taluni frivole minuzie, pallide imagini di quanto si vede ognid e dovunque. Ma lo scandagliare per quel mezzo il cuore d'Agnese, e il comprendere tutta la potenza de' suoi affetti, non sar dato che a voi, sensibili donne. Voi, dalle placide ed incolpevoli gioje provate o presentite, saprete misurare quelle pi tempestose, ma non meno sacre, della nostra eroina; e se la vista di un bel putto che dorme in grembo alla madre vi fa tenerezza, a maggior ragione dovrete essere impietosite nell'imaginarvi Agnese, il cui affetto era ravvivato ancor pi da un altro sentimento, maggiormente degno di piet perch tanto infelice.
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Anzi, (dovr io apprendervelo come fosse una scoperta?) quello stesso mistero che s'aggrava su lei la far ai vostri occhi pi cara e pi degna di compassione. La legge, che disconosce e condanna i fortuiti legami della passione, pu avere da voi il culto della coscienza e dell'esempio, senza perci provocare dal vostro labro un troppo rigido giudizio contro le infelici, che in un consorzio d'affetti offrirono virt ed innocenza, e ritrassero colpa e vergogna. Costrette a sentenziare Agnese, la vostra ragione non v'impedir, condannando i fatti, d'amare un po' la colpevole. Non vorremmo che, con danno delle leggi sociali, voi l'assolveste troppo leggermente: non imploriam ci per Agnese. Imploriamo il vostro perdono; e non vi pu essere perdono dove non siavi stata colpa.
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Mentre nella romita dimora tutto era calma e silenzio, il castello di Pavia e la corte di Milano brulicavano in modo insolito di gente intesa ad affrettare gli apparecchi per le prossime nozze fra il conte di Virt e sua cugina. Il conte, nelle sue frequenti corse a Milano, aveva cercato di rendersi bene accetto a Barnab, e vi era, almanco in apparenza, riescito: quanto alla timida Caterina non davasi gran pensiero. La giovine principessa, pi schiava che l'ultima donzella del popolo, non avrebbe potuto dire una parola, n tampoco alzare uno sguardo, che non fosse profondamente ossequioso all'indeclinabile cenno del genitore. Buon per lei, che un cuor tiepido ed una volont inerte la piegavano al suo destino senza farla accorta del grave sacrificio. Ella per nella sua pochezza aveva fatto un'osservazione non del tutto frivola: quel principe, or trovato degno di stringere nuovi legami colla sua casa, era quel desso, che, poco prima, facevasi bersaglio dello sprezzo di suo padre e del sarcasmo dei cortigiani. In ci v'era una contradizione manifesta: ma la mente della fanciulla sapeva conciliarla a tutto suo vantaggio, pensando che il pi veritiero dei giudizj sul conto del suo sposo doveva essere l'ultimo.
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Non con pari freddezza vi si apparecchi Giangaleazzo: giacch se la ragione gli aveva consigliato questo legame come un rimedio, il cuore si disponeva a subirlo suo malgrado, e con penoso disgusto. Parevagli talvolta d'operare con precipitazione, e di fidar troppo nelle sue forze; e concludeva che la dimenticanza, questo farmaco sovrano delle passioni infelici, pu bene essere consigliata e voluta; ma che il volerla e l'apprezzarla  ancor poco; perocch i mezzi impiegati a spegnere violentemente un affetto, conducono a spontanei raffronti; e in essi, a dispetto d'ogni proposito, il passato si veste di seducenti colori; i quali ad altro non giovano che a far pi bella ogni cosa perduta. La grandiosa reggia di Barnab gli richiamava alla memoria l'invidiata semplicit del casolare di Agnese. Quella turba di cortigiani gli faceva desiderare il piacevole isolamento di Pavia: al bieco sguardo di Barnab, opponeva la rimpianta serenit di Maffiolo, il freddo contegno di Caterina era il pi eloquente contrapposto all'appassionata parola d'Agnese.
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Eppure, bench sentisse essere il suo rimedio inefficace non solo, ma quasi peggiore del male, gli bisognava inghiottirlo; ch, date anche plausibili ragioni a rompere un tale negozio, sarebbe stato cosa strana, e temeraria il tentarlo. Laonde, come tutti coloro che non potendo fuggire un male gli vanno incontro di buon passo, studi d'appianare ogni difficolt, e pose tutto il suo buon volere perch almeno a una sventura inevitabile non si aggiungesse la pena di una inutile lotta.
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Era uso dei tempi il presentare gli sposi di donativi sontuosissimi. Tale costumanza, in origine consigliata da una giusta compiacenza, era in sguito divenuta l'oggetto di gare esorbitanti fra le famiglie. Si profondeva un tesoro per accasare una fanciulla, o condurre sposa una nuora; a tal segno che gli Statuti di Milano dovettero porre un limite alla prodigalit dei doni nuziali con apposita legge suntuaria.
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Scarse all'incontro erano le doti delle fanciulle. Il Musso, cronista piacentino che illustr quest'epoca, e da cui ci accadr altre volte di raccogliere notizie, ne accenna come splendida la dote di seicento zecchini d'oro. Mentre lo sposo, all'istante della promessa, doveva, come caparra del patto, deporre nelle mani del futuro suocero una somma detta meta; poi preparare il dono morganatico pel mattino susseguente al matrimonio, e sborsare una terza pecunia, chiamata mundio, per far suo il diritto paterno di tutelare la fidanzata.
Tutte queste pratiche si dovevano compiere su di una scala pi vasta e pi complicata, trattandosi di matrimonio fra prncipi. Ci esigeva tempo, trattative, consulte: onde, in mancanza di ragioni valide per rompere un patto sconsigliato, s'aveva un pretesto a ritardarlo e ad incagliarlo.
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Ma il Conte di Virt, bench nel fondo dell'animo scontento d'aver ceduto ad ambiziose lusinghe, respinse ogni intrigo, e prefer di abbandonarsi al corso degli avvenimenti; anzi volle affrettarli, annuendo a quante proposte gli venivano fatte. Grad la dote, stipulata in una somma di fiorini d'oro; eguale a quella attribuita alle altre figlie del signor di Milano. Soscrisse all'obligo dei donativi e delle tasse nella misura prescrittagli dallo zio. Sollecit presso Urbano Sesto, il Papa di Roma, (ad Avignone sedeva Clemente Settimo) le dispense per le nozze fra cugini. Accord finalmente l'onore di recitare l'inevitabile epitalamio nel d degli sponsali al primo che gliene chiese l'onore. Intanto venivano allestiti con grande sfarzo e colla maggior prestezza possibile nuovi appartamenti nel suo castello. Fece acquisto di ricche suppellettili, d'arredi, di vasellami d'oro e d'argento; e comand, che ogni gran sala fosse ornata di cammino e di focolare, lusso rarissimo a quei tempi.
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Il 15 Novembre era il giorno stabilito per la celebrazione degli sponsali. Giangaleazzo che, come compadrone di Milano, dimorava da pi giorni nel castello di porta Giovia, esc sul mattino, accompagnato da un ricchissimo corteggio di cavalieri e di militi sfolgoranti d'oro e di gemme, con grande apparato d'armi, e con quella pompa di vesti e d'ornamenti, che spinse il contemporaneo Galvano Fiamma a deplorare le perdute costumanze dei padri, e le vane scimiotterie straniere.
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I damerini d'oggi, ( il cronista che parla, e quell'oggi era appunto l'epoca in discorso) indossano vesti strette ed azzimate a modo degli Spagnuoli; si tondono il capo come i Francesi; coltivano la barba alla foggia dei nordici; portano strane calzature a guisa dei Tedeschi; ed imitano i Tartari nel parlar molte lingue. Le donne poi s'incoronano la fronte di crini increspati, il che le fa simili alle dementi; e s'ornano il seno con cinture d'oro, che pajono amazzoni...56 Con tali parole lo scrittore morde i suoi tempi, e ce ne d una idea. La semplicit delle costumanze republicane era infatti sparita; e gi nelle alte sfere sociali s'andavano istituendo quella gara di novit e quella smania di delicature, che annunciavano pei secoli successivi la tiranna delle mode straniere.
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Il cielo era splendido, l'aria mitissima, bench la stagione fosse gi molto avanzata. Il corteggio esc dal castello di buon mattino. Cavalcavano inanzi ad esso gli araldi delle citt soggette al conte, tutti uniformemente divisati, e coll'arma del comune, inquartata nello stemma visconteo, sul petto. Portavano berretti di velluto, a piume leggiere e variopinte; impugnavano trombe d'argento con pendagli e nappe d'oro; ed alternavano il metro di un lieve galoppo con armonie militari. Poi difilavano in doppio rango soldati a cavallo, in armatura uniforme di ferro, coperti sulla corazza da una tunica attilata di mezzalana a doppio colore. Gli elmetti lucidi, che sembravano d'argento, non avevano celata; una biscia aurea tre volte ricurva ne componeva il cimiero. Tenevano la spada sfoderata; ed ora stringendo ai fianchi, ora comprimendo col freno i focosi destrieri, procedevano corvettando senza guastare l'ordine della cavalcata. Seguivan dietro loro pi cospicui cavalieri: i nobili, cio gli officiali, i gentiluomini della corte; vestiti in fogge diverse secondo l'et, il grado o il gusto dell'individuo. Alcuni, tutti in armi, sfoggiavano le pi preziose manifatture escite dalle officine di Milano: schinieri, corsaletti, bracciali, gorgiere, corazze, intarsiate a rabeschi od a niello di squisito lavoro; oppure disegnate a fiori, a liste, con rilievi di argento, rattenute da fibie dorate e da tratti di minutissima maglia.
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Erano armi vergini alle battaglie, consacrate alle leggiadre finzioni delle gualdane. Altri, invece, coperti di velluto o di seta, sfoggiavano quegli abitini succinti, su cui era impossibile scoprire una piega: attillature nuove e strane, che il gi citato cronista piacentino chiam disoneste. I giovani portavano mantelli corti, a cui facevano bizzarro contrasto lunghi e stretti cappucci, che scendevano fin dietro il ginocchio; avevano brache di sciamito con palme d'oro o d'argento; oppure maglie strette e listate. Calzavano stivaletti con zanche di velluto; o scarpe rostrate la cui punta, abborracciata di pelo di bue, si spiccava ben pi di un palmo, oltre l'estremit anteriore del piede.
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Il collo e il petto erano ornati da catenelle d'oro e medaglie: ciarpe ricamate o catene sostenevano la spada; ma, bench portassero armi, e ponessero grande studio a mettere in onore i primi peli del viso, al contegno ed all'abito avevano aria di feminette. Mischiati con loro, cavalcavano uomini di toga, i quali, per non far torto alla gravit degli anni e degli officii, o per non scomporre le pieghe dell'ampio guarnellone di grana e le ciocche della zazzera, non concedevano alle cavalcature di levar l'ambio, e ne affidavano il governo a paggi e staffieri. Su quei volti brillavano la prospera maturit dell'uomo agiato e fannullone, o la gioviale spensieratezza dei cavaliere del bel mondo, o la rubiconda petulanza dell'epulone. Non mancava qualche viso serio, qualche fronte rugosa, qualche labro pieno di gravit; e costoro pigliavano importanza dalla canizie, o dalle insegne onorifiche che loro balloccavano sul petto.
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Dietro a costoro, montato sopra un magnifico palafreno bigio, colla coda e i crini lucidi come fili d'argento, seguiva il Conte di Virt. Vestiva egli una tunica di tela d'oro, entro la quale erano tessuti in seta gli stemmi della famiglia; e sovr'essa indossava la mastruca, specie di zamarra soppannata ed orlata di armellino. Aveva calze di seta bianca; scarpe leggermente rostrate di velluto rosso; berretto d'egual stoffa, rialzato davanti da un magnifico fibiaglio, tutto oro e gemme. Folte ciocche di capelli castani gli scendevano fin sotto l'orecchio, e scorrevano dietro la nuca con un taglio netto, parallelo al candido collare di lino. Dietro lui, altre cavalcate di militi e gruppi di scudieri conducenti alla dritta i cavalli di scorta dei loro padroni, detti perci dextrarii o destrieri; poich l'apparire a tali solennit con una sola cavalcatura sarebbe stata grettezza vergognosa. Finalmente, in coda a tutti sfilavano compagnie di fanti, varie d'armi e d'assisa: balestrieri, labardieri, pavesarj, guastatori, tutti distinti della insegna della contea di Virt sposata a
La vipera che i Milanesi accampa
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Chi vuol vedere, attraverso la nebbia dei secoli, la nostra Milano, e indovinare come sar stata ai tempi, o prima dei tempi di cui  parola, vada ritenuto colle cronache, e non si beva in pace le meraviglie che i nostri vecchi, colla miglior fede del mondo, ne vanno spacciando.
Anche nel discorrere dell'origine di una citt, come di quella di un casato, eglino si sono creduti autorizzati di mescere le favole al vero; parendo bello che le prime fila di un racconto si attaccassero sempre al di sopra delle cose vulgari. Non  dunque a farsi stupore se qualche storico trov il modo di connettere l'origine di Milano alla guerra di Troja, fingendo che da quel semenzajo d'eroi partisse il suo fondatore.
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Il Torre, dopo aver discusse ad una ad una le strampalate ipotesi intorno al suo nome, s'arresta con molta compiacenza all'etimologia tratta da Plutarco nella vita di Marcello; dove Milano o Mirano vuolsi far credere nientemeno che sincope di res miranda.
Prima di tutti, Ausonio, Claudiano, Sidonio Apollinare, che hanno autorit di storici, la celebrano con frasi che farebbero sdilinquire i pi pretti ambrosiani se non fossero scritte in latino, e dimenticate nei polverosi in folio delle biblioteche. Fu chiamata l'emula di Roma per lo splendore degli edificj, la nuova Tebe nell'arte della guerra, la seconda Atene per la sapienza civile.
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Taluno os perfino affermare che, volendosi rifare l'Italia, non s'aveva che a distruggere Milano, tante erano le meraviglie ed i tesori che in essa si contenevano. Donato Bosso ne dice che le sue mura erano alte sessanta piedi, larghe ventiquattro, ed ornate di trecento sessantacinque torri; e Galvano Flamma racconta che nel ricinto di esse vi erano orti e parchi amenissimi, con serragli di belve e delizie artificiali.
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Ma fossero anche veritiere queste pitture, esse ci rappresentano Milano nella sua prima et, quando era la capitale d'una delle pi vaste provincie dell'impero romano, e residenza di parecchi dei Cesari. Fra quell'epoca e la moderna stanno i secoli di Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa, che in settecento anni la devastarono tre volte: per la qual cosa, ad eccezione di qualche scarsa reliquia, che surge ancora ad attestare la nostra antica civilt, pel resto Milano non conserva che l'area ed il nome dell'insigne metropoli della Gallia Cisalpina.
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Uno sguardo alla sua pianta, quale essa  oggigiorno, ne guida, meglio che le ampollose note dei cronisti, a scoprire le traccie del suo antico perimetro, ed a riconoscerne l'importanza ed il rinovato risurgimento. La triplice sua distruzione  attestata da quell'ordine di strade semicircolari e concentriche, che furono dapprima i valli dell'antica citt. Le sue vie meno centrali, che conservano l'appellativo di borgo, o certi qualificativi campestri, come broglio, vigna, ra (aja), orto, ecc., c'insegnano che in addietro quegli spazii erano suburbani. Del pari ci  lecito credere che Milano nei tempi remoti possedesse una zecca, un circo, un'arena, una curia, tenendo conto delle strade che conservano pi o meno intatte queste antiche denominazioni.
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Intanto  certo che le trecento torri, attestate da Donato Bosso, dovevano schierarsi sur una linea circolare di circa due miglia: le tredicimila case, vantate da G. Flamma e racchiuse da quelle mura, dovevano essere stivate sur una superficie, avente il diametro di mille passi, o poco pi. I duecento mila abitanti, cui si volle far ascendere la popolazione di Milano anche nei tempi meno prosperi, vivevano e si agitavano sopra un campo quasi incapace ad accoglierli. E notisi che le case d'allora avevano un sol piano; e che quelle fornite di solajo erano una tal meraviglia, da meritare che si chiamassero solariate le strade, in cui una se ne trovasse; Infine questo spazio, gi s angusto, era ingombro da un numero relativamente assai grande di templi e di chiostri, sottratti all'uso d'abitazione, o troppo ampii relativamente al numero degli abitatori, ed in confronto alle generali strettezze.
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Qui per torna acconcio l'osservare, che i chiostri, alla loro origine, non erano tutti convegni di penitenti. Anzi, le prime instituzioni monastiche avevano il carattare di societ industriali, sottomesse a qualche disciplina atta a far prosperare l'associazione; ma la regola era s larga da venirvi concessa perfino la promiscuit dei sessi. Tale fu, a cagion d'esempio, la casa degli Umiliati di Brera, che da principio (1016) era una congregazione di cittadini, i quali, avendo pur moglie e prole, si proponevano di condurre una vita esemplarmente cristiana, e di attendere in comune alla fabrica ed al commercio dei tessuti di lana.
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Ma, mentre in quei convegni prosperavano i negozj del secolo, andavano mano mano scapitando la costumatezza e il buon esempio. Per la qual cosa, si dovettero estendere a tutti i conventi le discipline portate di Francia da S. Bernardo, e messe in pratica presso gli abati di Chiaravalle. La prima regola fu la rigorosa separazione dei sessi; ad essa tenne dietro il vincolo indissolubile dei voti. Con tutto ci, al dire del Giulini, nel secolo 13esimo i monaci di s. Maria Gloriosa, pi tardi gli Umiliati, e perfino i Francescani, erano dal popolo chiamati Frati gaudenti: nome che  ad un tempo un giudizio ed una condanna.
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Tornando alla materiale struttura della nostra citt, dobbiamo credere, che sar avvenuto di essa ci che Diodoro Siculo riferisce essersi fatto a Roma distrutta dai Galli. Nella fretta di riparare l'onta toccata e di riavere una patria, ogni cittadino si pigli quell'area, che stim adatta ai propri disegni; eresse tugurio o palazzo dove e come gli piacque, senza una regola, senza un accordo coi vicini e col comune. Chi aveva cura della cosa publica attendeva a munire la risurta citt di terrapieni e di bastite; ma nell'interno ogni privato cercava il suo meglio, e se lo procacciava senza rispetto ai diritti altrui. Quindi s'occuparono perfino le ruine degli edificii e delle mura distrutte, valendosene come fondamento per le abitazioni private. Ecco il perch le strade riescirono anguste, mistilinee, tortuose fino a parere una stranezza.
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Durante il tribunato di Guido, l'ultimo dei Torriani, si cominci a sentire l'importanza di dare un po' d'assetto alle strade della nostra citt. I nomi delle vie di pantano e del malcantone sono ingenue confessioni dello squallore che regnava nelle strade e nei ridotti centrali di Milano. Anguste, quasi per intero ombreggiate dalle immense grondaje, mancanti quindi d'aria e di luce, nutrivano esse coll'indisciplinato stillicidio un pattume fetido, entro il quale si elaboravano i semi dei contagi ricorrenti.
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Guido della Torre comprese la necessit di un riordinamento, ma non riesc che ad offrirne un saggio nella via contigua al giardino del suo palazzo verso la Porta Nuova. Anni dopo, al tempo della signoria d'Azzo Visconti, e per cura di lui, la provida innovazione fu estesa a tutte le strade principali della citt. Si ridussero in alvei sotterranei le acque perenni che attraversano i meati arenosi del suolo; poi si diede alle vie un declivio opportuno, e lungo i margini delle case vennero disposte schiere di mattoni a coltello, che facevano l'officio degli attuali marciapiedi.
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Le acque piovane stillavano per mezzo di doccie nel mezzo della strada, ed ingrossavano il rigagnolo che andava a scaricarsi nelle fogne. Qual magra providenza fossero coteste chiaviche, per solito ingombre da mille immondezze che aspettavano d'ssere spazzate dagli acquazzoni, taluno forse dei nostri lettori se lo ricorder; poich qualche ignobile avanzo di esse esisteva al principio di questo secolo, conservando fin anco l'antica denominazione. Cantarana, chi non lo sa, era il nome della gora che attraversava le chiaviche per dar sgombro alle sozzure.
Come gli uomini d'allora erano o troppo validi e potenti, o troppo abbietti e schiavi, cos le abitazioni, mancando l'infinita variet delle fortune mediocri, erano turrite, rinfiancate di mura massicce, coronate di merli, d'altane e di vedette; oppure in pi gran numero, sfilavano umili a fior di terra; poco pi che tugurii. Ma ogni proprietario poteva aggiungere alla propria catapecchia quel che meglio gli conveniva; quindi logge sporgenti e ballatoj, scale e cavalcavie a comodo di pochi ed a disagio dei pi, cappe di forno ed agiamenti allo scoperto, angiporti e cantonate dove vien viene.
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Allora, e per molto tempo dopo, si dovette tolerare, che ad una porta si ascendesse per due o pi scaglioni, i quali ingombravano l'area publica; oppure che il piano della strada fosse interrotto da gradini discendenti che guidavano alle umide e sotterranee abitazioni del povero. Allato alle porte, e lungo le muraglie, erano disposti sedili di pietra o di cotto, per comodo dei pellegrini o dei rivenduglioli. Di tali spazii, usurpati alla propriet cittadina, il comune lasciava libera l'occupazione, e per tal modo la toleranza precaria consacrava per l'avvenire un diritto immutabile.
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Le case e la maggior parte dei templi, al dire del Gioja, erano dopo il mille coperte di paglia. Le finestre avevano le impannate di carta o di lino. I piccoli vetri tondi e verdognoli potevano dirsi un lusso dei grandi edificii. Le piazze venivano coltivate a pascolo per gli animali domestici; e questa consuetudine, bench scomparsa da lungo tempo, ci  ricordata dal nome di alcuna di esse.
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Ne racconta il Giulini, che dal secolo 13esimo in poi si lasciavano errar liberi per la citt i porci, credendosi che questi animali, per una speciale onoranza a s. Antonio, convivendo in domesticit cogli uomini, li preservassero dal morbo detto fuoco sacro, che in allora, per la negletta pulitezza, faceva grande strage. Questa costumanza dur fino al 1548, e fu abolita dal governatore spagnuolo don Ferrante Gonzaga.
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Ad attestare una povert discorde dalle gonfie apologie degli annalisti, giover ricordare col Bettinelli, che nelle scuole e nelle chiese non si usavano panche o sedili, ma vi si apprestava un letto di paglia, onde sedessero alla rinfusa gli scolari ed i devoti. Nel 14esimo secolo, ( il citato Gioja che parla) si portavano in Milano camicie di saja e non di lino; eppure allora Milano era la pi ricca citt d'Italia. In onta della sua ricchezza, il popolo, che era assai numeroso, trovavasi s male alloggiato, che un ordine del podest viet di stare pi di dieci persone in una stanza.
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Anche la vantata temperanza dei nostri maggiori, piuttosto che una virt, era una necessit imposta dalla generale miseria. Questa  una circostanza che, in modo indiretto ma autorevole, dimostra essere le millanterie dei cronisti in disaccordo coi fatti. I plebei, al dire del Ricobaldi citato dal Giulini, si nutrivano di carni fresche tre volte la settimana, non avevano tagliere di legno, non piatti e posate; il marito e la moglie mangiavano in una comune stoviglia. Le cene anche suntuose erano illuminate da fiaccole portate da fanciulli o da servi; ch le candele di cera o di sego non erano in uso.
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Come il cibo le vesti: l'oro ed i velluti, di che cominciarono ad ornarsi i gentiluomini nel secolo 14esimo, erano un valore di famiglia, che durava tutta la vita di un personaggio e spesso anche una parte di quella del suo erede.
Cerchiamo dei fatti alla nostra storia, e potremo andare superbi di trovarne molti non del tutto ingloriosi: ma non mordiamo all'esca dell'adulazione fino a credere che la nostra citt fosse res miranda. Diciamo meglio, che al lusso d'allora bastava assai meno di quello che oggi  divenuto stretta necessit.
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Non sar inopportuno che teniamo dietro al Conte di Virt, nominando le vie ch'egli percorse ed accennandone, con una parola, la storia. Mosse egli dal castello di Porta Giovia, grande edificio militare, che a quell'epoca reputavasi inespugnabile. Le mutate discipline della guerra e la gelosia dei successivi dominatori lo fecero pi ampio, ma meno decoroso.
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Di l il conte esc sulla piazza, che guarda a levante, allora angusta e sparsa di chiostri e chiesuole di cui non ci rimane che il nome. La via del Baggio, pi stretta ed ingombra che non  oggid, ritraeva il suo nome dalla famiglia di Anselmo da Baggio, che ebbe gran parte nelle publiche vicende durante il governo popolare, e che fu uno dei cinque prelati milanesi assunti al trono pontificio. Passato oltre il ponte vetere, che ne ricorda una porta guernita di fossa dell'antichissima Milano, entr nella via dell'Orso; che deve il suo appellativo ad una famiglia milanese registrata fra le pi audaci zelatrici della Motta.
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Fu la Motta un'associazione politica dei cittadini valvassori, avente lo scopo di proteggere e propugnare i diritti del medio stato, e di porre un freno all'arroganza dei capitani. Fra le due caste era surta una rivalit irreconciliabile. Venne il d in cui i cittadini dell'ordine minore, imbaldanziti dal numero e colla scorta di potenti capi, ruppero in turbolenze; e, tratte le armi contro gli oppressori, li sfidarono a battaglia presso la Motta, piccola terra tra Milano e Lodi. Da quel casale, e dalla segnalata vittoria ivi ottenuta, ebbe origine tal nome. Ma la fortuna sollev ben presto gli umili valvassori all'altezza dell'orgoglio dei vinti; provando un'altra volta, che la vera eguaglianza sociale esistette solo al momento in cui due caste emule lottavano fra loro con incerta sorte; dopo ci, qualunque fosse la vittoriosa, l'unica eguaglianza possibile era quella che concedeva ad ognuna la sua volta d'impero e d'arbitrio.
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Attravers poscia il quadrivio di s. Silvestro, cos denominato dalla chiesa fondata l'anno 878 dall'arcivescovo Ansperto da Biassono, uno dei pi liberali fra i nostri pastori: quegli, che restaur Milano dalla ruina in cui era caduta dopo i fatti di Uraja. Rasent la chiesa ed il monastero di s. Maria della Scala, monumento eretto cinque anni prima da Barnab Visconti in onore di Regina Scaligera sua consorte. Percorse quella via, che ora chiamiamo alle Case rotte, e che allora era un largo senza forma, ingombro dalle macerie di una distruzione recente, e chiamato col nome di Guasti Torriani.
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Passato il piccolo calle di s. Maria in Solariolo (ora s. Fedele), entr in quella di Vigelinda (s. Radegonda) nome di donna di regal sangue.  fama che quivi surgesse nel secolo 12esimo l'abitazione dell'arcivescovo Galdino. L'attigua via della Sala fu cos chiamata perch tale era il cognome del pastore patriota.
Dalla via di Vigelinda entr finalmente nella piazza dell'Arengo, conterminata allora dalla chiesa di s. Maria detta basilica jemale, e dall'altra di s. Tecla o basilica estiva, costrutta sulle fondamenta di un tempio di Minerva. La prima cedette il posto all'attuale duomo; l'altra fu abbattuta per ordine di don Ferrante Gonzaga, onde allargare la piazza, e farla degna di una visita dell'imperatore Carlo V. E sarem noi, per noi stessi, meno providi e coraggiosi di don Ferrante?
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I soldati di Federico Barbarossa, che non rispettavano nulla, nemmanco la voce del loro condottiero, danneggiarono gravemente queste due basiliche, ancorch privilegiate d'immunit dal decreto imperiale. Una torre, che il poetico Fiamma asserisce essere stata la pi bella d'Italia, fu abbattuta in quella devastazione; e le sue pietre servirono di sedile alle adunanze dell'Arengo.
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Un altro lato della piazza aveva per limite quel portico che, al dire del Torre, fu fatto costruire da Pietro Figino per onorare le nozze di Giangaleazzo Visconte con Isabella contessa di Virt, figliuola del re di Francia. Ma, in allora, quelle snelle colonne, che sono l'unico avanzo del prospetto di tale edificio, reggevano archi eleganti, vlte e muraglie ornate di pitture, un giro d'ampie finestre ad arco acuto, contornato da stipiti a rilievo di terra cotta; e il malaugurato portico, che ora ci auguriamo di non veder pi, era un elegante edificio, il preferito ritrovo delle persone d'alto affare. Asserisce il citato Torre, che di simili portici era pieno Milano.
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Rimpetto all'edificio di Pietro da Figino, surgevano a chiudere la piazza, baracche e tavole posticcie di barattieri e di mercanti da commestibili; le quali pi tardi vennero murate e rese stabili, ed usurparono per incuria dei nostri maggiori il diritto d'ingombrare un'area preziosa. Tale  l'origine di quelle luride sorciaje, che ne costeranno un occhio, se vorremo ricuperare il trasandato diritto, e procurarci una piazza degna dei tempi e del monumento che le sta di fronte.
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118.
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Il popolo, facendo ala per le strette vie della citt, accompagnava la splendida cavalcata con quell'aria meravigliata che i grandi e gli adulatori interpretano come ossequio, ed  per solito attonitaggine passaggera. L'uno ammirava le vivaci corvette di un cavallo; l'altro lo splendore dei metalli preziosi e delle gemme; gli uomini cercavano, con occhio pi o meno esperto, la pi ricca delle cotte o la pi micidiale delle armi; le donne il pi bel volto o la pi studiata attillatura. Ma nessuno era commosso. Solo una persona leggeva la verit su tutte quelle fisonomie; e costui era il conte. Nessuno poi penetrava i misteri della sua fronte imperturbata: nessuno prevedeva che mentr'egli s'avviava ad una festa, discuteva alti disegni, e congiurava all'ombra della sua magra riputazione.
Passata la comitiva, le due ale di popolo si precipitarono nel mezzo della via, come la terra asciutta rientra nel solco tracciato dall'aratro. Intanto, nel ritornare alle proprie bisogna, tutti avevano una parola a dire.
Bel colpo d'occhio!, sclamava l'uno con accento d sincera meraviglia.
Bello davvero! ripeteva un altro. La corte di Pavia non vuol confronti in suo danno.
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Ma i nostri cavalieri, aggiungeva un terzo, e sopratutto quelli della compagnia di S. Giorgio... altra roba. Pi maestosi i cavalli, pi ricchi gli arnesi.... che pezza d'uomini poi!....
In questa entrava nel crocchio un vecchietto rubizzo e franco, che volle pur dire la sua.
Voi siete rimasti con tanto di naso a vedere un simile corteggio. Bella cosa esser giovani; ma io non vorrei cambiar con voi le mie sessanta quaresime, quando dovessi rinunciare al piacere di ricordare i miei tempi.
Che avete veduto?, dimandarono in coro gli astanti.
Ho veduto il carroccio!
Gran mercato! e chi non l'ha veduto?
Dal ferravecchio, e dallo stracciajuolo, vuoi dir tu? Povero semplicione, ti manca solo d'imparare a conoscere le ortiche al tasto.
L'avessi anche incontrato nel d di sant'Agnese, in mezzo alla baldoria di Parabiago, la meraviglia! Un rozzo carcame di carretta, con quattro drappelloni all'ingiro, un pennone nel mezzo, ed otto bovi davanti. Bel pari a incappucciarli di fiori e di gualdrappe, erano sempre destrieri da giogo.
Ve' costui, che  nato jeri, e s'impanca a tartassar i vecchi, interruppe l'altro non senza un po' di stizza. Il carroccio, credi tu, che fosse una cosa da cerimonia? Basta... chi ha giudizio lo mostri...; e battendosi col piatto della mano sulle labra, tent sciogliersi dalla brigata e andar pei fatti suoi.
Ma i camerata, scontenti di quella reticenza, che sembrava racchiudere una condanna, lo tennero pei quarti dell'abito, e proruppero ad una voce:
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Qua, qua, messere, non ci si fugge. Ditene un po' qualcosa di quanto sapete voi. Diamine; perch siamo nati pi tardi di voi, dovremo vivere e morire al bujo come le talpe?.
Io so, a che allude il vecchio entr a dire un quinto o un sesto, che finora non aveva fatto che ascoltare. Ei vi loda il carroccio per fare onore ai tempi in cui quella povera cosa bastava a far miracoli. Allora, arnesi di ferro ed uomini d'oro. Non  mica vero?
Il vecchio non rispondeva a parole, ma affermava col capo.
Allora si faceva poco, dite voi? Sia pure: ma quel poco era tutto per noi tirava avanti il commentatore. Suona la martinella; alto, a chiunque  lecito correre al Broletto; e, se gli vien prurito alla lingua, gli  concesso guadagnar la parlera e dir gi la sua ragionaccia come vien viene. Tempi diversi, figliuoli miei; acqua passata non macina pi...
Pur troppo, riprese il vecchio; e perci, ripeto, non mi dolgo de' miei anni, ch almanco posso vantarmi d'aver vissuto. Dica lo stesso, se il pu, questa giovent azzimata, che non sa far altro che.... Gli avete visti i nostri... e tanto basta...
Pure il Conte di Virt non  un... non  come... balbettava taluno.
Ei sa spiumar la gallina, senza farla strillare interrompeva l'altro.
Bell'indovinare, diceva un terzo...
Ei deve essere buono tre volte, tornava a dire il primo -; all'opere ed al viso, si giurerebbe che lo hanno barattato a balia.
Per me sarei pronto a giurare invece, ch'egli non  diverso da suo padre...
Che vorreste giurare....? giurate che quando  notte fa bujo, e che acqua torbida non fa specchio. Chi ci legge dentro... soggiungeva l'incredulo.
Lasciate parlare a chi ne sa.
E ne sapete voi pi degli altri? Fuori dunque: ma fatti; non parole; che di ciarle ne ho pieno...
Io sono pavese; dunque, debbo essere in grado di giudicarlo meglio, colui. Il Conte di Virt non somiglia punto n a suo padre, n a suo suocero. Io non dico chi pi valga tra costoro. Conoscete voi, messer Barnab: eh impossibile il non conoscerlo (e faceva un certo modaccio colla mano come volesse dire; dovete averne assaggiato il peso.) Ebbene da lui imparate a conoscere il nipote: il rovescio della medaglia.
Sia poi come volete, fosse anche un santo disceso dal paradiso, ripigliava il vecchio tornando al suo tema, ci sar pel minor male di voi altri pavesi, e noi ce ne rallegreremo come  dovere d'ogni buon cristiano. Ma che c'entra Pavia, e il suo principe, con Milano e il suo signore? E poi, fosse anche una cosa sola, perch mai nel lodarci del minor male non potremo pensare ed aspirare a un maggior bene? Fa peccato colui che, avendo in tasca uno spicciolo d'ambrogino per torsi un pane, desidera d'averne due per comprarsi una fetta di lardo? Per me, queste mezze consolazioni mi pajono il cordiale amministrato al moribondo per rallentargli l'agonia.... bella carit del prossimo!
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Il carroccio dunque  il vostro paradiso terrestre? soggiungeva l'incredulo, con tuono beffardo.
Il vecchio ammicc biecamente colui che aveva pronunciate queste parole, ma non aggiunse altro; anzi, escendo dalla folla, e gettandosi nella prima viuzza di traverso, pose mente a che nessuno lo seguitasse. Nel resto della giornata torn pi volte a rivangare le sue parole, e non ci volle meno di una settimana per convincersi, che i pericoli della sua imprudenza s'erano dileguati.
Gli altri continuarono sullo stesso stile; finch, giunti sulla piazza dell'Arengo e trascinati in mezzo ad una folla pi stipata, furono costretti a disperdersi. Ma quale era il sugo di quelle parole dette con tanto riserbo, ed accolte con altretanta diffidenza? Era lo scattare inavvertito di una molla troppo compressa; era l'espressione di un malcontento, che non si traduce in un grido di disperazione solo perch attende, e confida.
Noi possiamo a stento indovinarlo da queste poche parole: ma il conte l'aveva letto sul viso di tutti.
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119.
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La corte dell'Arengo che, nella divisione della citt di Milano tocc a Galeazzo Secondo, padre del Conte di Virt, era il luogo fissato pel convegno degli sposi. La cerimonia nuziale doveva essere celebrata nella capella d'Azzone, dall'arcivescovo di Milano, assistito da quello della chiesa pavese.
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Il vastissimo palazzo era stato splendidamente abbellito ai tempi della signora di Azzone. Da ogni citt d'Italia aveva quel principe invitato i pi cospicui maestri dell'arte, perch raccogliessero nella sua reggia quanto di pi splendido sapevasi fare in quel secolo. Giotto ed Andreino da Edesia pavese, con una numerosa schiera di discepoli, l'avevano ornato di pitture allora stupende, oggi ancora, se esistessero, preziosissime per una semplicit di stile, ed una castigatezza pi unica che rara.
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A decoro delle pareti, degli atrii e delle volte, il pisano Balducci aveva apprestato ricchi rilievi in marmo. Ma ci che la rendeva pi splendida e meravigliosa erano le peschiere e le fontane; ch l'abbondante deflusso d'acqua limpida e saliente, pel minimo pendio e per le condizioni del suolo, doveva essere un miracolo dell'arte. A ci aveva proveduto lo stesso Azzone, quando, nel raccogliere e guidare gli scoli sotterranei della citt, trasse dal suburbio settentrionale una copiosa vena d'acqua potabile, e la fece scorrere sotto le fondamenta del suo palazzo. Celebre fra le altre era quella vasca, in cui l'acqua, versata dalla bocca di quattro leoni accosciati, raffigurava il porto di Cartagine col corredo necessario a rappresentare in piccolo una scena della guerra punica.  questa una singolarit attestata da tutti i cronisti; della quale, a dir vero, duriam fatica a farci un'idea.
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Luchino aveva rispettato le opere del nipote, suo antecessore nel principato. Non cos Galeazzo; che nojato da quel lusso, o invidioso di un nome, che si raccomandava alla sontuosit di molte opere, vantaggiose o magnifiche, le distrusse. Profuse invece immensi tesori per costrurre un castello in Milano, e un altro in Pavia; e li corred di quanto era necessario per far sbollire ogni furiata di plebe.
La corte dell'Arengo era per sempre il pi splendido e decoroso palazzo di Milano. Ivi, come in suolo neutrale, nel giorno stabilito, convennero Barnab, e Giangaleazzo, col rispettivo seguito di prncipi, di magistrati, di cortigiani, di militi. Nella chiesa di s. Giovanni in Conca fu poi celebrato il rito nuziale; e l'arcivescovo, dopo aver benedetto gli sposi, recit loro un sermone, nel quale affastell, colla solita licenza dei tempi, verit evangeliche ed iperboli pagane, onde provare che la Providenza offriva in quel d la pi luminosa prova della sua dilezione al popolo milanese. Poscia la coppia nuziale torn alla corte; e, attraversati gli appartamenti guerniti a festa e stipati da gente curiosa, entr nel gran salone, ancora nominato il tempio della gloria, bench gli eroi di ogni epoca e d'ogni storia, ivi capricciosamente congregati dal pennello di Giotto, fossero gi da pi anni scomparsi.
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Nel tempio della gloria erano apparecchiate le mense. Inutile il dire ch'elleno furono, per l'apparato e per le imbandigioni, sontuosissime.
Un secolo prima, Guglielmo Ventura, cronista astigiano, faceva le alte meraviglie, perch il re Roberto in un banchetto dato ai cittadini d'Asti usasse piatti e vasi d'argento. In questo, poteva dirsi che tale lusso era divenuto una necessit per le mense dei ricchi. Quella, alla quale noi ora assistiamo, era il pi magnifico esemplare di regale splendidezza. In mezzo alla mensa erano disposti con istudiata simmetria, fino a recarvi ingombro, vassoi, conche, piattelli d'argento e d'oro, lisci, cesellati o lavorati a niello; fiaschi e coppe di terso vetro; canestri, statuine e piramidi a portar fiori o frutta. E intorno a questa splendida mostra erano schierati gli scranni di velluto e d'oro pei commensali, fra cui emergevano pi ricchi i seggioloni destinati ai prncipi. Quando un maestro della casa ebbe assegnato i posti ai convitati, i prncipi pigliarono il proprio, ed ognuno s'assise. Subito dopo, entrarono parecchie coppie di paggi, portanti brocche d'argento, da cui si vers uno stillato d'ambra sulle mani dei commensali.
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Fin qui il solenne silenzio non era interrotto che dall'urto argentino degli arredi, e dal frusco delle vesti dei valletti e dei cerimonieri. E intanto coll'ordine prestabilito venivano recate sulla mensa le pi squisite vivande, le quali seguivano nel loro passaggio un corso s rapido, che talvolta giungevano appena a farsi ammirare dall'occhio degli epuloni, lasciando alle ghiotte fantasie molti desiderii insodisfatti.
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Da prima si cominci con una portata di spicchi d'ogni maniera; poi apparvero caprioli, porchetti, cervi e cinghiali serviti in un pezzo; i polli e la selvaggina in parte erano vestiti delle loro penne quasi a parer vivi, altri guazzavano nei sapori (salse) paonazzo, verde o citrino. Seguiva una messa di altre delicature, come fagiani, pernici e starne; i pesci erano coperti di foglie d'argento che imitavano le squame. Infine i dolci, le torte, i marzapani, le pignoccate brillavano agli occhi dei commensali per la stravaganza delle rappresentazioni, meglio che non promettessero al palato; giacch v'erano figurate castella, torri, armi da guerra e blasoni; ed era lecito ai commensali il pigliarli d'assalto e l'abbatterli, per far onore all'anfitrione, e per affrettare le pi ridicole sorprese. Quella di vedere svolazzare degli uccelletti fuori da una crostata era, in mancanza d'altro, il solito colpo di scena d'ogni pasto. Il pane era dorato; i vini copiosi e scelti non venivano posti sul desco, ma ad ogni messa si versavano dai fiaschi nei calici di cristallo, a ciascuno dei quali s'accostavano le labra di parecchi commensali.
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La moda d'allora imponeva ai grandi di sciupare in un banchetto il centuplo di quanto avrebbe servito a nutrire splendidamente gli invitati; ci che ai d nostri con pi ragione farebbe nausea. I rilievi della mensa, dopo aver satollato l'innumerevole servidorame, bastavano alla baldoria di una bella parte di popolo. Le reliquie e l'untume, come avanzaticcio di niun conto, colavano per l'acquajo nella scodella del pitocco. In mezzo a tanta profusione per, i nostri maggiori, che volevano essere maestri nell'arte del vivere, mancavano di quei rispetti che ai d nostri sono il primo requisito d'ogni convegno sociale. Un solo piatto bastava a due persone; nella stessa coppa bevevano forse dieci invitati. Non conoscendosi l'uso delle posate, quell'acqua d'ambra che si dispensava ad ogni messa non era, come ognun vede, un uso gentile, ma un miserabile ripiego.
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L'apparire d'ogni imbandigione era salutato dal suono delle trombe; e i paggi, facendo l'officio d'araldi, li annunciavano alla mensa. Deliziose armonie, tra l'uno e l'altro servizio, riempivano le lacune lasciate dal riserbo dei convitati. Tacque la musica, quando un trovatore salito sulla bigoncia declam un canto epitalamico in onore degli sposi, dei prncipi e dei nobili cavalieri che loro facevano corona. Peccato che la cronaca non ci abbia trasmesso i voli pindarici, i leziosi concettini e nemmanco il nome del poeta; essa si limita a magnificarlo altamente. Doveva essere uno dei tanti cantori d'amore, reduci da Provenza, che facevano traffico di versi scritti, come dice Giusti, sulla falsa riga di ser Francesco Petrarca. 
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120.
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Fino a questo punto, l'urto sonoro dei cristalli e degli argenti, il correre dei donzelli, le declamazioni del poeta erano il solo frastuono che soverchiasse il bisbigliare contegnoso dei commensali. Ma da qui inanzi, pel merito dei vini, si sollev in mezzo ad essi una anarchia di parole, che vinse ogni etichetta. Seguire il filo di un discorso era da principio un affare difficile; perch le parole, i motti, le arguzie prorumpevano, s'incalzavano, s'incrocicchiavano senza posa e senza legge. L'allegria, in onta al cerimoniale, era divenuta padrona del campo. - Per quelle voci e quelle lingue miravano per diversa via al solo intento di onorare il principe, e di far plauso alla regale splendidezza de' suoi conviti.
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I pi caldi evviva proruppero all'ultimo bere, quando, spalancati i battenti della gran sala, apparve una sequenza di donzelli recando e sporgendo ricchissimi donativi. Ogni commensale, a seconda del sesso, dell'et, delle abitudini, doveva trovarvi il fatto suo. Armi da guerra e da giostra, mute di cani o falchi o astori erano il dono per la giovent guerriera e millantatrice. Agli uomini di toga si dispensavano guarnelli di velluto o di sciamito, oppure vesti di taglio succinto, o palandrani e tabardi, che in allora erano d'ultima moda, o infine pugnaletti e spade coll'elsa dorata. Le matrone e le fanciulle scieglievano un monile, una collana, una catena d'oro, oppure vezzi di moda straniera, o trine d'ottimo gusto. In mezzo all'allegria, destata da tanta prodigalit, non era difficile lo scoprire le piccole invidiuzze di chi era o si reputava meno fortunato; e ancora pi bello era l'osservare il rapido annuvolarsi di qualche fronte cortigianesca, cui erano toccati oggetti s improprii e fuor d'uso, da destare il riso dei compagni.
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Un tale, per esempio, che godeva fama d'essere completamente illetterato, ebbe in dono i tre libri dei Commentarj scettici di Sesto Empirico, stupendamente copiati e raccolti in un volume coperto di bazzana coi cantucci e col dorso a borchie ed ornatini di bronzo: tesoretto, da far venire l'acquolina a chi appena fosse meno ignorante di lui. Fu uno sganasciare dalle risa di tutti, quando l'inesperto, per darsi l'aria di sapere ammirare il magnifico regalo, lo pigli a rovescio. A tal altro venne presentato un leone vivo. Un negro vestito all'africana, trascinandolo per la musoliera, faceva cenno alla gente sgomentita di non averne paura, e in prova, trattava l'animale con famigliarit: ma tutti giravano largo. Se non che il leone, irritato dalle troppe punzecchiature, scuotendo il grugno non senza stizza, sprigion dalla criniera posticcia due enormi orecchie di ciuco, e si mise a ragliare a tutta gola. Quale dovesse essere l'ilarit degli astanti a quella improvisata, lo imagini il lettore; il quale, da queste sconvenienti bizzarie inventate da buffoni per tenere in credito il mestiere, potr argomentare fin dove giungesse la spiritosaggine di quei convegni di buon tuono. Ma i cortigiani, teste vuote ed abilissimi piaggiatori, solevano mandare in burla ogni maltratto, e con eroico sanguefreddo, anche in mezzo alla minchionatura, facevano rifiorire un sorriso pieno di mansuetudine, che li rendeva tanto pi graditi ai loro padroni.
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Intanto anche nella piazza dell'Arengo, e per tutta la citt, si diffuse quell'aura di tripudio, che spirava l dentro. Anzi, scostandosi dal suo centro, la publica festa sembrava pigliare maggior vita; perch, se i tempi erano tristi, il popolo cercava ogni occasione o pretesto per iscordarlo. Sebbene Barnab non fosse di quei tiranni, che sanno imbonire la plebe con qualche lampo di generosit, nondimeno in questa occasione, per fare onore alla famiglia, tenne un triduo di corte bandita, ed ordin che si bagordasse e s'armeggiasse con tutta la pompa prescritta dalle vecchie consuetudini.
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Le piazze e le vie principali erano perci addobbate a festa. Drappelloni di tela a varii colori, ghirlande di fiori e di verdure, toccavano da parete a parete, cangiando le vie in pergoli, ed ornando le gronde e le arcate. Dalle finestre e dai veroni piovevano arazzi o tappeti, quali di fino tessuto, quali brillanti de'pi bei colori. Gli angiporti erano chiusi da siepaglie di sempreverdi, dove tra pietre rozze e rivestite di borraccina, imitanti uno speco, zampillavano rivi di un liquido rosso ed agro, che il popolo beveva a larghe tirate, come fosse vino. Qui era la pressa maggiore. In mezzo a quella gente ubriaca, fra le grida degli ingordi, che difendevano il miglior posto, e l'impeto degli assetati, che facevano ressa per arrivarvi, si svolgeva un fremito, che a molti pot sembrare sinonimo di gioja publica. Gli adulatori si spinsero pi oltre; asserirono che quella baldoria era l'espressione della publica riconoscenza e della fede incorrotta dei milanesi.
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Una folla, egualmente avida ma pi tranquilla, si andava pure stipando intorno ai cantambanchi ed agli istrioni, assoldati per tre giorni dalla comunit per tener allegro il popolo con lazzi, o per commoverlo con istorie di guerre, d'incantesimi e d'amori. Costoro mischiavano il sacro al profano, la storia alla favola, le buone esortazioni alle pi licenziose novelle. Molti di essi traducevano in lingua vulgare i versi dei provenzali; altri li ricantavano nella favella natia solleticando l'orecchio degli ascoltatori col vezzo del metro e della rima. Sulle pareti e sui palchi erano stesi cartelloni dipinti, con suvvi figure, allegorie e scene storiche: deboli e strane imitazioni dell'arte che Giotto aveva recato in Lombardia. Codesti pittori da trivio solevano affastellare sovra una sola tela i fatti successivi di una storia; a spiegar la quale, tornavano buone le enfatiche declamazioni degli espositori. Qua ballava l'orso; l il babbuino faceva delle smorfie; dapertutto la folla s'andava stipando; e in quell'attrito si svolgeva qualcosa di molto simile all'allegria.
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La nostra cronaca ne assicura per che qualcuno dentro di s arrovellava al vedere tanta cieca servit, che altri rimpiangevano le forze sprecate in orgie vergognose; sulla sua fede potremmo assicurare che gli schiamazzatori e gli ubbriaconi erano i pochi; che il maggior numero s'era astenuto dal pigliar parte a quelle servili dimostrazioni, sospirando ed affrettando col desiderio tempi migliori. Ci non  inverosimile; abbiamo veduto noi stessi pi feste e abbiamo udito parlar d'applausi, la cui storica importanza stette appunto nell'aver messo in evidenza il contegno dei pi che non vi presero parte.
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Con miglior proposito la giovent aveva accettato l'invito di dar prove di s nelle tre battagliole, che dovevano aver luogo nei giorni della corte bandita. Barnab, per far onore al nipote, permise che seguissero tre sfide tra la giovent milanese; ed assegn ai vincitori generosi premii d'armi, di stoffe e di cavalli. Le battagliole ebbero luogo al Broglio fuor delle mura. Nell'ultimo giorno poi tutti convennero nella parte opposta della citt, a s. Maria al Cerchio, dove si tennero corse di cavalli e sfide coll'asta (hastiludia) nella quale si distinse la giovent patrizia.
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CAPITOLO DECIMOSESTO.
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121.
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Il Conte di Virt aveva assistito a tutte queste solennit senza pigliarvi alcuna parte direttamente. Ma il popolo lo teneva d'occhio, ammirava il suo aspetto prestante, e preferiva la sua aria severa alla beffarda ilarit di Barnab. Forse la coscienza publica credette giustificare l'inopportuna esultanza, facendone mezzo ad attestare la sua simpatia verso un principe, il quale, checch fosse, non poteva riputarsi peggiore e nemmanco eguale al proprio tiranno. Ma i sentimenti, quando trovano libero sfogo alle manifestazioni, di rado si arrestano entro il giusto confine. La folla vuole amare od odiare; spesso prodiga inconsideratamente i suoi affetti all'uno, solo perch non pu manifestare liberamente all'altro i suoi odii. Cos avvenne questa volta. Non si lasci passare alcuna occasione d'applaudire il Conte di Virt, onde apparisse pi grave ed eloquente il silenzio, che tutti serbavano in faccia a Barnab. Costui o non s'avvide, o finse di non avvedersi, della preferenza accordata a suo nipote; pensando forse di fargliela pagar cara tra poco.
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Ma Giangaleazzo dentro s stesso se ne rallegrava come di una luminosa vittoria. Non era uomo d'insuperbirsi alla troppo facile conquista del favor popolare. Ma in qual altro modo, diceva egli tra s, pu un popolo schiavo levare la sua voce contro chi l'opprime? Non aspetto da esso un mansueto omaggio verso di me; mi basta un fremito d'ira contro il comune nemico. L'odio  efficace quanto l'amore...
A rassodare tali disposizioni, il Conte di Virt valendosi di un'antica consuetudine, si volse allo suocero per dimandargli una grazia. Era uso che l'uno dovesse chiederla, l'altro prontamente accordarla. Barnab, infatti, persuaso che il timido nipote non avrebbe osato voler cosa che egli non potesse concedere, l'accolse senza restrizione.
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Il conte sapeva che nelle carceri della Rocchetta languiva un gran numero di prigionieri, condannati a lunghe pene, o dimenticati dai giudici. Era fra questi quell'Ognibene Manfredi, che egli reputava la causa dell'abbandono d'Agnese. Quanta parte avesse il sentimento d'umanit nello spingerlo a chiedere merc per tutti quegli infelici, non ci  lecito il determinarlo precisamente. Una nobile piet ed una ambizione guardinga possono talvolta mirare allo stesso scopo. Ma non devesi porre in dubio, che nella liberazione del Manfredi egli coltivasse un men che generoso intendimento.
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L'affetto che il conte nutriva per Agnese non si era spento n affievolito in mezzo alle avversit. Era uno di quei sentimenti, che colpiti dalla sventura maledicono al destino, ma rispettano la memoria dell'idolo poco prima adorato. L'abbandono d'Agnese era ormai una necessit; ma la mente ed il cuore di chi rompeva quel nodo miravano con perfetto accordo a rimovere da questo fatto ogni senso di livore, ogni pensiero di vendetta. Anzi, per quella stessa gelosa tutela che ogni uomo deve avere di se stesso, studiavasi il conte di far salvo l'onore d'Agnese, onde per esso fosse salva la dignit di chi l'aveva tanto amata. A questo modo, rimanevagli almanco l'illusione che Agnese era vittima con lui, se non al par di lui, d'un medesimo destino.
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Poich l'abbandono deve essere eterno, diceva egli, l'ultimo nostro addio sar una parola di pace! L'ira e la vendetta procurano rade volte un istante di gioja; ma l'ira  un ebrezza passaggera, da cui l'anima si rileva pi debole e pi abbattuta; la vendetta  lo sprecamento inconsiderato d'ogni forza del cuore. L'indimani dell'uomo, che si  vendicato, rassomiglia a quello del prodigo che ha consunta l'ultima sua moneta. Ah perch non sapr io dimenticare il passato? Perch, in mezzo alle memorie di tante dolcezze, dovr sempre rivivere quella di un oltraggio, ahi troppo grave? L'oblo non  dunque in potere dell'uomo? L'occhio pu chiudersi davanti a ci che lo atterrisce; ma il cuore non  rbitro di s; non pu sospendere i suoi battiti, non sa rendersi immemore od insensibile!... Meglio  perdonare: cosa ardua, ma non impossibile. Quanto grave  stato l'oltraggio, altretanto sar sublime la compiacenza d'averlo perdonato. Nessuno si  mai pentito d'aver risparmiato una vendetta. Nessuno si vergogner mai d'essere stato generoso!
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Tali erano i pensieri di colui, che ora a buon diritto chiameremo il nostro eroe. Con s benevole disposizioni egli si apparecchiava a far paghi i supposti voti di Agnese, ridonandole l'amante. Proponevasi di ricorrere alla preghiera, se Barnab non si fosse ricordato della fatta promessa. E il premio di tutto ci era il pensiero, che un giorno Agnese riconoscerebbe chi era l'uomo, che ella aveva s leggermente dimenticato. Allora (fin qui arrivava la sua vendetta) ella confesser i suoi torti; ella si pentir di non essere stata sincera.
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Questo stesso d, in uno dei pochi momenti rubati alle continue feste, dopo di avere trascorsa la nota degli individui che aspettavano la grazia del principe, il conte vi soscriveva di sua mano il nome di Manfredi. In questo mentre, entr un valletto, e gli annunci che una donna giovine e bella implorava la grazia d'essere ascoltata. Il conte, dopo di avere esitato un momento, fe' cenno, che venisse introdutta.
L'esperto servitore aveva detto il vero. Appena la supplicante fu al cospetto del principe, rialz il velo, e mise allo scoperto un volto di squisita perfezione. Le gote erano pallide, la fronte solcata da una ruga che, raggrinzando lievemente le curve sopraciglia, imprimeva fra di esse un marchio di dolore: la prima e la pi seducente attrattiva d'ogni bellezza.
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Quando il conte lev lo sguardo su lei, fece un atto involontario di ammirazione. Fu un segno di riverenza prestato al nobile aspetto della sventura.
Accostatevi diss'egli con voce mite, accompagnando la parola con un cenno cortese della mano.
La donna fece alquanti passi senza levare la testa e proferire parola.
Che volete da me? prosegu il conte; narratemi la cagione dei vostri dolori, se pure credete che io valga a trovarvi un rimedio.
Principe, prese a dire la giovine, sciogliendo una voce che si accordava mirabilmente colla pallidezza del suo volto e col languore de' suoi sguardi Tutta Milano ha fede nel conte di Virt. Da molti mesi io stanco la bont del cielo colle mie preghiere; oggi soltanto, sento d'essere esaudita. Iddio, che mi ha inspirata di rivolgermi a voi, mi fa certa che otterr per voi la libert di una cara persona, che langue nelle carceri della Signoria.
Il conte sorrise dolcemente, e sollevando dal tavolo la nota dei prigionieri: Rade volte in mia vita, soggiunse, provai la compiacenza di poter confermare con una pronta risposta la fiducia che s'ebbe in me. Fate animo. Oggi s'aprono le prigioni; e, per volere del principe, devono essere posti in libert i carcerati.
Tutti? chiese la donna ansiosamente.
Le eccezioni devono essere assai poche: io spero che tra queste non sar colui, che vi sta a cuore.
La donna rispose con un sospiro, che in tal momento aveva un funesto significato.
Io potr dissipare all'istante i vostri dubii, continu il conte, se voi mi direte il nome del prigioniero e il titolo della sua condanna.
Ognibene Manfredi  accusato di fellona, soggiunse la donna con voce risoluta.
Ognibene Manfredi!
Ahi pur troppo, il suo nome  fatale! Egli col Mantegazza conspir contro la signoria dei Visconti; per amor mio non volle sottrarsi, come i suoi compagni, alle ricerche della giustizia. Solo superstite di quella sciagurata cospirazione, egli consuma da molti mesi nelle secrete della Bocchetta.
Per amor vostro, diceste? e chi  desso per voi? un fratello forse?
Pi che un fratello; egli mi ha giurato fede di sposo: e senza la disgrazia che lo ha colpito, saremmo a quest'ora....
Poveretta! disse il conte con una pietosa reticenza, che mirava a scopo ben diverso da quello che la supplicante s'era imaginato Voi implorate il perdono dell'offeso signore, ripigli dopo breve pausa: ma dite, e siate sincera, avreste la forza di accordarlo al vostro amante, quando sapeste ch'egli ha mancato alla sua fede?
Per essere sincera, come voi dite, dovrei prima perdonare a colui, che lo calunnia: interruppe la donna con straordinaria franchezza, dimenticando a chi parlava.
Perch?
Perch il Manfredi mi am, e mi ama sempre teneramente.
Le prove!, ripigli il conte con un'ansiet improvisa che tradiva la sua abituale prudenza.
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La supplicante sospett d'essere caduta in un tranello; non per questo si pent d'essere stata sincera. Con nobile portamento s'avvicin al conte, e porse a lui una carta, dicendogli:
Ecco le prove che voi chiedete. Pensate, o signore, che la mia vita  in vostra mano. Siate generoso; io sar discreta nella mia preghiera. Se non vi  possibile salvarmi lo sposo, fate almeno che la mia sorte non sia divisa dalla sua. Se la colpa del Manfredi non  degna di perdono, io, sua complice, dimando d'essere punita come lui.
Il conte svolse con trepidazione la lettera presentatagli. Mano mano che l'occhio scorreva le righe di quello scritto, il suo volto s'andava rasserenando; l'austera seriet cangia vasi visibilmente in compiacenza. Quel foglio era vergato dallo stesso Manfredi. Un aguzzino di buon cuore, che credeva cosa impossibile il fabricar combriccole con carta ed inchiostro, s'era incaricato di portarlo alla fidanzata del Manfredi. Le frasi di quello scritto erano di tal natura da sconvolgere ogni giudizio precedente sul conto del suo autore. L'affetto per la nostra incognita era rappresentato al vivo, con tanta ingenuit, con s rara copia e schiettezza di frasi, da non lasciare alcun dubio di s. - Ma esisteva pure una lettera del Manfredi diretta alla figlia di Maffiolo Mantegazza! Come si poteva conciliar l'una coll'altra?
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Finita la lettura, il conte non sapeva staccar l'occhio dallo scritto, come se aspettasse da quello la spiegazione d'altri misteri. Gli tornavano alla mente, ad una ad una, le parole di quel foglio sciagurato che aveva distrutta la sua felicit. Meravigliavasi per di trovare meno evidenti quelle frasi che, discusse altravolta durante il delirio della passione, l'avevano trascinato a pronunciare una sentenza irrevocabile. Gli avvenimenti sopraggiunti offuscavano il passato; e, in mezzo a quella oscurit, cominciava a splendere una debole speranza di esser stato in addietro vittima di un inganno.
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Come il rapido e sinistro bagliore del lampo ci fa trovare alcuna volta la strada smarrita, cos una parola, una sola parola, detta a caso, dissip nell'animo del conte quel bujo doloroso, e lo ricondusse a pi confortevole giudizio. Questa parola fu il nome di Medicina. Appena l'accusa d'Agnese veniva sottoposta a nuovo esame, poteva dirsi, che la profonda convinzione della sua giustezza era svanita. E troppo lusinghiero era il dubio, perch il conte non s'arrestasse a vagheggiarlo.
La donna, nel difendere il suo sposo e nel dire quanto ella sapeva di lui, rivendicava involontariamente l'innocenza d'Agnese. Il suo linguaggio semplice e schietto portava quell'impronta di veridicit, che non si finge, n s'imita. L'attenzione stessa, con cui il Conte raccoglieva le sue parole, le dava coraggio a non farne risparmio. Ella si sentiva inspirata dal cielo a far trionfare la verit. Per tal modo, colei che era venuta a cercar conforto, e ad implorar grazia, rendeva inconsapevolmente giustizia, e distribuiva a larga mano le consolazioni a chi nulla chiedeva, perch ormai non sperava pi nulla.
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Al momento di pigliar congedo dal principe, ella era quasi fuori di s dalla gioja; il suo cuore, gonfio di una dolcezza inesprimibile, confondeva i sorrisi e le lacrime. Ma all'atto di escire, alzando lo sguardo sul conte, per udirsi ripetere la cara promessa, fu sorpresa nel vedere che il suo volto non era pi sereno come poco prima. Avrebbe voluto chiederne la cagione, ma non ne ebbe coraggio. Meno lieta quindi essa pure, si ritir.
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122.
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L'improvisa angoscia del conte era simile a quella d'un malato, che, destandosi bruscamente dal letargo, si rende ad un tratto sensibile a' suoi dolori e consapevole della sua insanabile infermit. Mentre Agnese tornava degna dell'amor suo, egli fuggiva lontano da lei e si addormentava per sempre a' suoi affetti. E tutto ci per voler suo. Il ricordo, di un nuovo legame gli annunciava una sentenza irrevocabile: quella sentenza inconsideratamente invocata e troppo presto ottenuta. Ad uno strazio, cos subitaneo ed acuto, non poteva opporre che un conforto: il pensiero che Agnese era innocente. Ma questo conforto, oltre al crescere il valore dell'oggetto perduto, gli ravvivava sempre pi il rimorso della propria inconsideratezza. Come consolarsi d'averla ritrovata, mentre il nuovo vincolo lo costringeva a ripudiare le antiche promesse? Ma perch dolersene fino alla disperazione, nel momento che la innocenza e le tante disgrazie di colei, la attestavano pura e pi degna d'amore e di rispetto? Cos mentre, una legge gli imponeva di dimenticarla; un'altra pi autorevole gli comandava di riavvicinarsi a lei, almeno quanto fosse necessario a disperdere i fatali effetti di un giudizio precipitato ed iniquo.
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Rimasto solo, s'abbandon colla persona sur una seggiola, traducendo nell'atto spontaneo delle membra affievolite l'improviso e completo scoraggiamento dello spirito. Per brevi istanti impervers dentro di lui una procella di pensieri alterni ed opposti da cui non era possibile ricavare un costrutto. Pareva che in lui fossero due persone distinte; duplici quindi il pensiero, il desiderio, la parola. V'era l'uomo che redarguisce, quello che vuole e tenta difendersi; v'era il giudice e l'accusato; il consolatore e l'afflitto; l'uom coraggioso e il pusillanime. La lotta, siccome gravissima, non dur a lungo. I due esseri, che rappresentavano nature opposte, parvero infine confondersi insieme in una sola individualit; ma la virt, sdegnosa di piegarsi ad ogni men che onesta alleanza, trionf della passione; essa fu quindi la prima e l'unica a dettar legge.
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Ecco ora i patti di questa nobile vittoria.
Chi era stato generoso a segno d'accordare il perdono ad un'offesa, nelle sue apparenze, gravissima; chi aveva provato tutta la parte dolorosa del subire e tolerare un oltraggio, doveva aver animo a compiere il debito pi sacro ed urgente di riconoscere il proprio errore, di ritrattare l'accusa, e di porvi rimedio. Rifare il passato era cosa impossibile. Una stolta credulit, spezzando il pi caro legame, faceva ricadere le sue fatali conseguenze su chi l'aveva incautamente nutrita. Bisognava sopportarle; era a sperarsi che un po' di calma surgerebbe pi tardi a temperare i mali, ed a promovere qualche conforto. V'ha intanto nel riconoscere un errore, nel confessarlo, nel portarvi pronto rimedio, tale generosit e tanta virt, che quasi il buon effetto sembra abbellire la turpe cagione.
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Un altro e pi nobile compenso a tanti mali era il veder splendere di nuovo in Agnese il pi prezioso ornamento della sua bellezza, la virt. - Davanti a quella donna ricca di squisiti sentimenti, e sublimata dalla sventura, l'uomo ed il principe, senza tema d'offendere la propria dignit, potevano piegare il ginocchio, e chiedere perdono. A questo pensiero, il pi grave dolore del conte era il dover porre un ritardo fra il pentimento e l'espiazione. Come la gelosia l'aveva fatto ingiusto, e poteva di leggieri renderlo vendicativo e crudele, cos il pronto ravvedimento lo guidava ad ogni miglior proposito, onde riguadagnare la stima della donna offesa, e quella ben pi guardinga e difficile della propria coscienza. Mentre poi si maturavano le circostanze che dovevano avvicinarlo alla sventurata, ei tentava di rendersi pi degno del suo perdono, adoperandosi a sollievo degli infelici che il caso gli aveva posto dinanzi.
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Cerc, quindi, anzitutto d'affrettare la libert del Manfredi. Trov il coraggio di parlare francamente allo zio, e lo costrinse a dimenticare l'ultima vittima della congiura. Nel decreto di grazia, strappato non senza stento alla durezza di Barnab, ei s'ebbe, colla libert del Manfredi, una secreta caparra del perdono d'Agnese.
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123.
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Nella terza sera, e per tutto la notte, Milano fu ancora in festa. L'allegria sembrava farsi pi vivace mano mano che piegava al suo necessario termine. Alla corte, fu data una grandiosa rappresentazione dramatica, in cui le divinit dell'Olimpo sceneggiarono con stiracchiate allusioni l'et dell'oro; poscia s'imbandirono suntuose cene. Infine la festa fu chiusa dalle danze, protratte fin quasi all'alba del giorno vegnente. Per la citt continuavano le grida e gli schiamazzi; le case erano illuminate; sulle piazze ardevano fal; ma l'orgia generale non fu scarsa di violenze. V'ebbe pi di un colpo di pugnale; e l'ubriachezza serv di pretesto allo sfogo di vecchi livori.
La mattina, tutto rientr nell'ordine. Il conte era deciso di ritornarsene a Pavia quella stessa giornata. Avanti di partire, per, voleva cogliere il primo frutto de' suoi propositi: desiderava vedere il Manfredi, e congratularsi con lui.
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Ma con grande meraviglia, questa prima parte de' suoi disegni subiva un ritardo inesplicabile. Costretto a chiederne conto a qualcuno della corte, venne finalmente in chiaro di un terribile mistero. Il povero Manfredi, quando veniva informato della grazia ottenuta, lottava coll'agona. Forse Barnab, che non aveva saputo negare grazia all'intercessore, eludeva la promessa, facendo uccidere in carcere l'odiato avanzo de' suoi nemici. Tale fu la spiegazione, che il conte e moltissimi cittadini diedero all'inaspettata notizia. E Barnab, lieto probabilmente d'essere stato prevenuto ne' suoi desiderii, non si pigli cura di smentirla.
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Non ci sarebbe il tornaconto di raccogliere ragioni per provare che il signore di Milano non era l'autore di quel misfatto. Tacendo, egli mostr d'approvarlo, ed approvandolo, volle richiamare sopra di s la sua parte di complicit. Ma il legame dei fatti, che si vanno svolgendo, dimanda che si sparga luce sul vero autore di esso. L'assassino era Medicina.
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All'udire un delitto, la mente umana freme d'indegnazione, ma non si arresta a quel moto: essa vuol farsi un'idea netta del grado di colpa che pesa sul reo, e non suol dar passata alla dolorosa impressione, finch non indovina quale sia la causa e quale lo scopo del delitto. Un misfatto senza una prima e grave cagione impellente, senza un ultimo e definito scopo, diviene un'azione isolata, vera ed importante quanto a' suoi effetti, ma dubia ed indeterminata nell'indole sua.
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Ora quale motivo pot spingere Medicina a togliere di vita il Manfredi? Tutta Milano non seppe trovare alcun rapporto fra l'assassino e la vittima; la publica opinione lasci quindi fuggire ingiudicato il vero colpevole. Ma i cronisti, quelli sopratutto pi diligenti ed oscuri, che scrivendo pei posteri sfidavano le dispettose passioni dei contemporanei, non temettero di asserire che Medicina, ormai atterrito dalla rapidit degli avvenimenti, cui egli stesso aveva dato il primo impulso, credette arrestarli, spegnendo nel Manfredi un depositario di molti secreti spettanti alla congiura del Mantegazza. Non curava egli gran fatto l'incolumit del governo di Barnab; ma temeva l'ingrandimento del conte di Virt, suo rivale. Il conservare un perfetto equilibrio di forza e di potere fra l'uno e l'altro, era necessit per lui: perocch non credevasi arrivato a segno di poterli tradire entrambi. S'aggiunga a ci una circostanza di pi immediato interesse. La vendetta contro Agnese, mossa, come si  narrato, dall'infelice spedizione di Campomorto, poteva ormai ritenersi condotta trionfalmente al suo termine. Checch avvenisse, il Conte di Virt era marito di Caterina Visconti.
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Ma il turpe intrigo che aveva ferito nell'onore la virtuosa Agnese, poteva essere scoperto da una sola parola del Manfredi. Costui, durante la sua prigionia, ebbe, come si  detto, parecchie visite di Medicina. I secreti, di cui fu fatto depositario, erano di tal natura, che, innocui per s giudicati isolatamente, divenivano prove irrefragabili della sceleraggine di Medicina, collocati nella serie d'altri secreti, di cui erano parte o riscontro. In tutto ci, v'era per fatto del ciurmatore una circospezione eccessiva; il pericolo sembrava forse troppo piccolo o troppo lontano per creare la necessit di uno scongiuro di sangue. Ma Medicina non badava pel sottile ai mezzi, quando vagheggiava uno scopo. Temeva che il Manfredi parlasse, ed egli lo fece tacere.
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Informato della prossima liberazione dei carcerati, si rec, nel cuor della notte, alla Rocchetta; e per la solita via, sempre schiusa a un suo pari, penetr nel carcere del Manfredi. Col favore delle tenebre, avvelen l'acqua del prigioniero; poi, annunciandogli la vicina grazia, gli promise con ipocrita asseveranza, che fra poche ore egli avrebbe abbandonato il suo duro soggiorno. Questa volta ei poneva ogni scrupolo nel promettere sol quanto era in grado di mantenere. Infatti, il veleno era di tal natura, ed in tale dose, da poterne garantire il pieno effetto entro il limite di tempo stabilito.
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Quando, sul mattino, entr il carceriero per annunciare al Manfredi la sua libert, l'infelice, steso boccone sull'umido pavimento, era in fin di vita. Interrogato sull'esser suo, non rispose altrimenti che con un gemito semispento. Vol l'aguzzino a cercare soccorso; ma appena ebbe raccolto nel carcere il capitano della Rocchetta, un medico ed un attuaro, il povero prigioniero non esisteva pi.
Per persona di s poco conto, qual era il Manfredi nel concetto dei servi di Barnab, non faceva mestieri ricorrere a diligenti ricerche, o raddoppiare le investigazioni onde scoprire la vera causa del suo decesso.
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Il medico asser che Ognibene Manfredi era morto di morte improvisa: e fin qui non faceva bisogno d'essere medico per dirlo. Il capitano, il carceriere, il giudice e lo stesso Medicina furono sodisfatti di questa dichiarazione; e dal canto loro posero ogni studio nel farla tener buona. In Milano corse la novella gi commentata; e la pi filosofica conseguenza che seppero trarne gli uomini di buon conto si fu: che il Manfredi era morto di gioja, e che una sbita gioja  ben pi fatale che un lungo dolore. Del resto, troppi erano i crucci dei milanesi, perch tale sventura meritasse da loro pi che la sincera piet d'un giorno.
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Come sguito a questo fatto s'aggiunga, che la infelice sposa del Manfredi non trascin a lungo l'angoscia della sua improvisa vedovanza. Dopo aver tanto patito per la prigionia dell'amante, la sorte volle riaccendere in lei vive speranze, perch la sua inattesa caduta fosse pi aspra e decisiva. Mor la poveretta poco tempo dopo; senza per mettere la voce publica sulla via di scoprire, che un sbito dolore ammazza non meno che una gioja improvisa.
Giangaleazzo, alla notizia della morte di Ognibene, si dolse pi assai che non lo dimostrasse. La sorte di quell'uomo si connetteva strettamente a quella di altra pi cara creatura. Intese il fatto, senza accettarne la spiegazione, ma dentro s l'ebbe come cosa d'assai sinistro augurio.
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Non ci arresteremo ad esaminare le cerimonie del congedo in corte; fu un ricambio di gelide frasi e di modi usuali. N tampoco terremo conto delle dimostrazioni di omaggio che Giangaleazzo raccolse sulla via, tornando al suo castello. L'unica cosa degna di nota si  che la vantata felicit degli sposi era soltanto sulle labra degli adulatori. La mestizia della sposa, manifestata dal suo pallore, lo scontento del conte, tradito da un involontario aspetto di corruccio, insegnavano anche ai meno esperti che la coppia principesca, in mezzo a tante grandezze, non godeva quella gioja serena, che tante volte  il retaggio del povero. E ci  fior di giustizia; il poveretto dimanda s poco, che non pare possibile che il destino voglia o possa sempre essergli avverso.
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124.
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Che fa un uomo, agitato dalla paura, quando sospetta che in un mucchio di materie incendiabili si nasconda una favilla? Egli tramesta, disperde, manda a male quegli oggetti, senza arrestarsi a scrupoli e preferenze. E intanto, per opporsi all'imaginario sviluppo di un male, comincia dal far male egli stesso.
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Cos oper Medicina. L'infelice Manfredi veniva sacrificato alla paura di una rivelazione. Altra persona, come lui, e dietro lui, dava adito ad eguali sospetti. Bisognava provedervi. Convinto che la passione di Giangaleazzo per Agnese non era n spenta, n assopita; che il recente legame, destituito d'ogni affetto e d'ogni lusinga, era pi che altro un mezzo a tener viva l'antica fiamma; egli non rimpianse il male che aveva fatto, si doleva di non averne fatto abbastanza. Perocch le arti sue non lo guarentivano ancora dalla probabilit che i due amanti si rivedessero, e che colle parole loro mettessero in chiaro l'intrigo e l'autore di esso.
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Agnese era dunque pericolosa per lui, quanto e pi che il Manfredi. Ben sapeva che l'infelice donna erasi allontanata da Pavia; conosceva le ragioni per cui ella era fuggita alla vista degli uomini. Ma ignorava il suo nascondiglio; e dubitava che, cessata la ragione di quel ritiro, ella non ritornasse in Pavia; o in altro modo fosse scoperta e riveduta dal suo amante.
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Una volta entrato in un progetto, Medicina non era l'uomo delle lungaggini e dei pentimenti. La sorte del Manfredi, al dir suo, non peccava di troppa precipitazione; poche ore di vita, e colui avrebbe potuto diventare il suo accusatore.
Or dunque, intanto ch'egli avvisava al modo d'impedire che il conte rivedesse Agnese, bisognava raccogliere alcune notizie intorno a costei, che eragli sfuggita di vista. A quest'uopo chiam a s il fido compagno delle sue ribalderie, e gli ingiunse, senza dirne i motivi, che si recasse tosto a Pavia, e coll'usata sua accortezza cercasse di scoprire la nuova dimora d'Agnese. Lasci a lui tutto il merito di scegliere la via pi acconcia ad escir bene dal suo incarico; ma non gli tacque la gravezza della cosa, la necessit di non destare sospetti, il pericolo d'entrambi, ove fosse caduto in qualche imprudenza. Il sermone del maestro finiva colle solite frasi; prometteva mari e monti in caso di buon successo, ma guai a lui se non riesciva, due volte guai se riesciva a male!
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Medicina accord al suo compagno due interi giorni per tali pratiche. Al posdimani egli stesso doveva raggiungerlo a Pavia. Convenuta l'ora e la posta, l'uno si mise in viaggio, l'altro chiam a capitolo le sue vecchie astuzie, per elaborare un piano semplice, e di facile riescita, che in ogni caso, ed alla peggio, gli offrisse uno scampo. Ma la mente del ciurmatore, ormai logora da tante scelerate fatiche, non sapeva togliersi dal campo delle vecchie arti, n inventare un progetto d'esito certo, senza fare assegnamento sulle antiche improntitudini. Non era egli divenuto timido e pietoso; sprezzava il pugnale ed il veleno perch erano mezzi proprii d'ogni spirito vulgare; e li posponeva a quegli intrighi, che giungono alla meta prefissa senza lasciar traccia di s; confondendo i secreti maneggi dell'uomo cogli infiniti e varii spedienti del destino.
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Havvi una forte ragione per dubitare che questa volta la sua mente non fosse, come al solito, feconda; poich, all'atto di mettersi in cammino, intasc pi di una fiala avvelenata, e speriment la punta di parecchi pugnali.
Bergonzio, che obediva ad occhi chiusi, ebbe campo in due giorni di far le pratiche necessarie, per trarsi d'impaccio. Si rec anzitutto a Pavia, nel luogo dove dimorava Agnese; ivi, se non pot conoscere dove si fosse nascosta la misteriosa donna, seppe almanco da qual parte ell'erasi avviata. Tent quella strada, e vi si spinse, occhieggiando a destra ed a manca, interrogando i passaggieri e i contadini, mettendo a partito la furberia dei monelli e la loquacit delle comari. Lo zelo e l'accortezza lo posero sulla buona via; e la sorte, che pur troppo  facile amica dei ribaldi, gli fece toccare la meta. Al cadere del secondo giorno, quando stanco e scorato s'accostava ad un casolare per dimandarvi ospitalit, vide da lontano, all'incerto lume del crepuscolo, una figura feminile che gli parve di conoscere; affrett il passo, la raggiunse: era Canziana. Gir di fianco, e la segu da lungi per vedere dov'ella andasse; e per tal modo scoperse l'asilo d'Agnese.
Il giorno dopo, Medicina e Bergonzio si rividero in una osteriaccia fuori delle mura di Pavia; ma l'uno e l'altro non diedero pretesto ai curiosi (ove per caso ve ne fossero) d'indovinare esservi tra loro un concerto od un'intelligenza qualunque.
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Esciti entrambi da parte opposta, s'incontrarono in un luogo solitario; dove Bergonzio narr per filo e per segno il risultato della sua spedizione. Cominci dal dire il nome del luogo ove Agnese erasi ritirata, la distanza e la strada per arrivarvi; espose colle parole, ed illustr con una serie di linee tracciate nella polvere, la pianta della casetta, insistendo nel dichiarare che gli accessi erano parecchi ed affatto indifesi. Solo rammentava con dispiacere la circostanza del vicino plenilunio; ond'era necessario affrettare l'impresa e compierla nell'ultimo periodo della notte, se volevasi avere il favore di una completa oscurit. Non omise di riferire che quella dimora, quantunque perfettamente solitaria, non era abitata da Agnese sola. Una famiglia di buona gente, originaria di Pavia, che per vecchi disgusti aveva abbandonato la citt, erasi ristretta in una piccola parte dell'abitazione, per cederne la migliore all'ospite benvenuta. Il nome di quella famigliola non eragli stato detto: ma sapeva, che era gente quieta, alla buona, aliena dalle armi e dai sospetti; che per tutta difesa solevasi di notte sguinzagliare un cane lioncino, il quale, abbajando lunghe ore alla luna, aveva abituato i padroni a non tener conto de' suoi avvisi. Alla peggio poi, quando pure tutta la famiglia fosse in guardia, la lotta non sarebbe stata lunga ed incerta; v'erano tre donne, ed una covata di bimbi; gli uomini erano due; il padrone di casa, giovine e robusto ancora ma affatto privo d'armi, ed un famiglio, il pi dormiglioso, il pi codardo villano del contorno.
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Il Seregnino, finito il racconto, dolevasi dentro di s del poco accoglimento fatto alle sue parole. Credeva che, dietro tali rivelazioni, il ciurmatore, rotto ogni indugio, sarebbe volato all'impresa; od aspettava almanco d'essere accolto con una parola di approvazione e di lode. Medicina invece era muto. Contento senza dubio nel sentire che, ove fossevi necessit di usar violenza, il trionfo sarebbe certo, dimandava a s stesso il modo di evitarla; studiava l'arte di vincere senza combattere.
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Io non chiedo altro, pensava egli, che di porre una barriera insurmontabile fra Agnese ed il conte. Voglio soltanto consacrare i fatti gi compiuti merc il silenzio dei due amanti: silenzio ristretto a tempo e ad un solo argomento. Che il miglior mezzo per far tacere una persona sia lo spacciarla,  cosa che so anch'io da un pezzo; ma questo  l'ultimo spediente, e vi si pu sempre ricorrere, quando ogni altro partito riesca a male. Una vendetta compiuta  una di quelle gioje, che non rade volte lasciano dietro s delle tracce pericolose. No, no; sono queste le glorie degli incauti o dei novizii. Meglio  far in modo, che Agnese abbandoni per qualche tempo la sua dimora attuale; e, per volont propria o spinta da una necessit creata ad artificio, se ne vada.... dove, non importa; purch sia ben lontano.... Ma come.... come rimoverla dalla sua solitudine?
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La luna spandeva raggi obliqui e melanconici su quel misterioso convegno. Medicina era assorto. Fuor del cappuccio alquanto rovesciato all'indietro, escivano a cerfuglioni i suoi capelli bruni, solcati da screzii color di rame; il volto, perduto in una penombra livida, brillava soltanto della luce tetra ed irrequieta degli sguardi. Posava come chi si arresta di colpo dopo una marcia affrettata: aveva una mano sul giustacuore, coll'altra stringeva l'elsa della spada. Il compagno invece portava la testa alta, e cercava gli occhi del suo padrone, come se ponesse in dubio il suo coraggio, e volesse infondergli il proprio. Nella breve esperienza della sua servit, quest'era la prima volta in cui reputavasi levato a paro di lui. Ma s'ingannava a partito; i suoi sguardi di fuoco, le parole tronche e concitate, l'aria guerriera ch'egli affettava, non giungevano a scuotere Medicina dalla sua calma.
Dopo qualche minuto, costui sollev la testa, raccolse le braccia, e si dispose a parlare ed a procedere avanti. La luce erasi fatta nel suo cervello, ed il partito era preso.
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FINE Parte 3.